Economia

Lo studio Alixpartners

Trump, la Cina e l’intelligenza artificiale tolgono il sonno ai Ceo di mezzo mondo

Trump, la Cina e l’intelligenza artificiale tolgono il sonno ai Ceo di mezzo mondo
I fattori di “rottura” per la vita dei grandi gruppi globali: le tensioni della geopolitica ma soprattutto la rivoluzione dell’AI. Enorme opportunità, ma preoccupa il rischio di non riuscire a tenere il passo dei cambiamenti
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Le Presidenziali negli Usa, le tensioni con la Cina e gli effetti delle nuove tecnologie. I tre elementi che fanno perdere il sonno agli amministratori delegati e ai manager di primo livello di mezzo mondo. I tre elementi di rottura secondo l’ultimo report, il quinto, sulla disruption messo a punto da AlixPartners. La società globale di consulenza ha intervistato più di 3 mila amministratori delegati e dirigenti senior dei principali Paesi a livello mondiale, Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Svizzera, Cina, Giappone, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, con un focus particolare su media e telecomunicazioni, automotive, aerospazio e difesa, comparto retail.

Dopo oltre tre anni di incertezze e turbolenze dovute alla pandemia, ai problemi di approvvigionamento, all’inflazione e ai conflitti geopolitici, il panorama economico e tecnologico del 2024 presenta diverse sfide. Il 66% degli amministratori delegati delle aziende globali è preoccupato per l’impatto che le elezioni presidenziali americane, tra la riedizione dello scontro Trump-Biden e un possibile ritorno del tycoon alla Casa Bianca, potrà avere sul proprio business, mentre il 68% sostiene che le tensioni con la Cina porteranno a un cambio delle strategie dell’impresa.

Ma l’aspetto che fa discutere di più è l’intelligenza artificiale. E sono due le facce della stessa medaglia. Da una parte la AI preoccupa chi ha il compito di guidare le più importanti società del mondo. Il 68% dei dirigenti considera le nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale generativa, la più grande opportunità per i prossimi anni, ma allo stesso tempo il 63% dei Ceo afferma che la propria azienda non riesce a tenere il passo con il ritmo del cambiamento tecnologico. Elementi differenti dalle sfide che la pandemia da Covid-19 aveva imposto ai grandi gruppi, ma non per questo meno temibili: «Stiamo entrando in una nuova era di forze disruptive post-pandemiche, più a lungo termine e meno controllabili. Anche se la nostra ricerca mostra che un numero crescente di leader si sente più fiducioso nella propria capacità di gestire la rottura, è altrettanto vero che la maggioranza dei Ceo ritiene che la propria azienda non si stia evolvendo abbastanza velocemente da poter affrontare i cambiamenti in atto», sottolinea Stefano Aversa, Emea chairman e global vice-chairman di AlixPartners.

L’ansia rimane prevalente tra gli amministratori delegati, con quasi il 60% che teme di perdere il proprio posto di lavoro a causa della disruption. E tutti i Ceo prevedono di dover rivedere i propri modelli di business nel 2024. Anche perché gli elementi da cui dipende il loro futuro e il futuro dell’azienda che guidano non sono sotto il loro diretto controllo: eventi come le guerre in Ucraina e Gaza, le elezioni presidenziali americane, oppure quelle per rinnovare la guida dell’Unione Europea, e i continui attriti con la Cina, non dipendono dalle scelte degli amministratori delegati.

«Nell’ambito delle sfide percepite, l’intelligenza artificiale generativa costituisce l’unica vera opportunità di rottura, e quella che le aziende possono proattivamente gestire – sottolinea Dario Duse, Italy country leader di AlixPartners – guerre ed elezioni americane sono fenomeni esogeni, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa è una scelta aziendale discrezionale: in questo caso meglio sarebbe essere disruptors piuttosto che disrupted». E poi aggiunge: «Bisogna cavalcare questa opportunità, piuttosto che rimanere schiacciati dall’incapacità di affrontarla».

In Italia il rapporto degli amministratori delegati con l’intelligenza artificiale è migliore rispetto alla media globale e ai loro colleghi di altri Paesi. Sarà forse la flessibilità, tipica italica, nell’approccio. L’86% si dice ottimista rispetto all’impatto che l’AI avrà sulle imprese, il valore più alto a livello globale. Il 60% (rispetto al 49% generale) dichiara di essere all’avanguardia o addirittura leader nel proprio settore per quanto riguarda l’utilizzo della AI generativa, mentre il 74% (vs. 59% a livello mondiale) conferma che le proprie aziende stanno attualmente investendo in piattaforme o applicazioni di intelligenza artificiale generativa. «Le implicazioni a livello business possono essere molteplici e contemporanee: crescita della produttività, miglioramento della customer experience e del customer service, nuovi vettori di crescita dei ricavi e di creazione del valore, soprattutto per quelle organizzazioni che sapranno riconoscere e sfruttare al meglio le sue potenzialità – dice Duse – il segnale positivo è che l’Italia risulta essere il Paese dove questo risulta più chiaro al top management, che nel 70% dei casi vede proprio l’AI e l’evoluzione tecnologica come la principale opportunità nella nutrita lista di disruptive forces».

Tolta l’intelligenza artificiale, che gli ad in Italia considerano più una sfida che un problema, non mancano elementi che preoccupano i top manager. Quali? Il 75% degli intervistati, 15 punti in più della media, sostiene che è sempre più difficile capire a quali forze dirompenti dare priorità, mentre particolare preoccupazione destano i tassi di interesse (40%), la deglobalizzazione e il protezionismo (34%) e l’invecchiamento della popolazione (31%).

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