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Rebus Russia, il Pil cresce ma il Paese no. La spesa di Mosca tutta sulle armi

Uno stand di Gazprom 

 
È difficile avere statistiche affidabili sull’andamento del ciclo, su cui pesano le sanzioni ma anche il minor prezzo dell’energia e soprattutto il drastico calo dell’export di gas
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Mai come oggi, con la guerra in Ucraina entrata nel terzo anno e il mondo sconvolto dall’uccisione di Aleksej Navalny, la Russia è «un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma», secondo l’iconica definizione di Winston Churchill alla Conferenza di Yalta. Se è palese l’angoscia per lo spaventoso numero di morti e lo strapotere del tiranno Putin, nulla è più oscuro delle reali condizioni economiche del Paese. C’è sicuramente una novità: schivata la crisi energetica in occidente, è Mosca per contrappasso a soffrirla.

Il crollo del gas

«Le vendite di gas russo sono crollate, in volumi, del 40% rispetto al pre-guerra, e Gazprom è entrata in una crisi strutturale con i conti probabilmente già in r…

Mai come oggi, con la guerra in Ucraina entrata nel terzo anno e il mondo sconvolto dall’uccisione di Aleksej Navalny, la Russia è «un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma», secondo l’iconica definizione di Winston Churchill alla Conferenza di Yalta. Se è palese l’angoscia per lo spaventoso numero di morti e lo strapotere del tiranno Putin, nulla è più oscuro delle reali condizioni economiche del Paese. C’è sicuramente una novità: schivata la crisi energetica in occidente, è Mosca per contrappasso a soffrirla.

Il crollo del gas

«Le vendite di gas russo sono crollate, in volumi, del 40% rispetto al pre-guerra, e Gazprom è entrata in una crisi strutturale con i conti probabilmente già in rosso», spiega Matteo Villa, analista dell’Ispi. Le perdite di bilancio, secondo la Commissione Ue, arriveranno al trilione di rubli nel 2025 (10 miliardi di dollari al cambio odierno). Nel mondo, Gazprom vendeva 270 miliardi di metri cubi, ora non supera i 150. In Europa arrivano meno di 50 miliardi di metri cubi contro i 140 dell’inizio del 2022 (e i 170 del pre-pandemia), destinati a ridursi ulteriormente. L’Eni, ad esempio, dei 21 miliardi di metri cubi di gas russo che aveva in portafoglio, ne ha sostituiti il 50% nell’inverno 2022-23, l’80% in questo e arriverà al 100% il prossimo. Il processo può essere ancora più rapido perché si sta accelerando sulla diversificazione delle fonti e la disponibilità di gas è facilitata dal rallentamento globale che abbassa la domanda, dall’entrata in esercizio del Tap, dal clima mite. Anche il petrolio è entrato in una congiuntura negativa: «La Russia ormai vende, con uno sconto del 20-25%, solo a India e Cina», dice Villa. «Le entrate da combustibili fossili della Russia sono state di 370 miliardi nel 2022 e di 250 nel 2023».

Gas e petrolio rappresentano il 60% del totale dell’export russo (in totale circa 450 miliardi di dollari): l’International group on russian sanctions, un pool di esperti sotto l’egida della Stanford University, calcola che fra sanzioni e fattori di mercato le mancate entrate sul budget previsto dalla Russia sono state di 143 miliardi nel 2023. Ora la sfida dell’occidente per togliere linfa vitale all’economia russa, è quella di ostacolare la rincorsa del Cremlino a cercare nuovi clienti. Qui si inserisce l’ordine esecutivo firmato da Biden in dicembre, che punta a escludere dagli affari con le banche occidentali anche le istituzioni finanziarie di Paesi che non aderiscono alle sanzioni, nel momento in cui queste intrattengono rapporti con i russi. «Stiamo spiegando le nuove regole alle banche cinesi e riceviamo molti assensi», ha dichiarato il viceministro del Tesoro americano, Wally Adeyemo, all’ambasciata di Roma poche settimane fa. Prima vittima della stretta è il progetto per un gasdotto di tremila chilometri dalla Mongolia alla Cina: pur benedetto nell’ultima visita di Putin a Xi Jinping nel novembre 2023, è fermo per carenza di finanziamenti. Tutto l’interscambio fra Russia e Cina (che era salito del 30% nel 2022 fino a oltre 200 miliardi di dollari) si sta ridimensionando malgrado esistano ancora margini di ambiguità da Pechino.

Le stime sullo stato di salute della Russia sono molto variegate

«Le sanzioni stanno avendo effetto anche se non forte come si sperava», scrive un report datato 21 febbraio la Rand Corporation. Ora si sta stringendo la morsa di quelle “secondarie”: «Un caso sono i Paesi che si prestano a fare da intermediari per far arrivare in Russia i prodotti più vari, anche quelli vietati dalle sanzioni come le componenti elettroniche utilizzabili per le armi: una lunga serie di Stati dal Kazakhstan alla Georgia fino alla Turchia», spiega Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali. Gli americani vogliono escludere da qualsiasi affare internazionale questi Paesi. Lo stesso Cremlino alla fine dell’anno scorso aveva proclamato che le “importazioni parallele” erano state pari a 70 miliardi di dollari dall’inizio delle ostilità, dando paradossalmente all’occidente la misura degli interventi urgenti.

Il grande rebus

Ma il “grande rebus” si conferma tale. Il Fmi accredita Mosca di una crescita di ben il 3% nel 2023 (dopo un 2022 in rosso per più del 2%) e del 2,6% nel 2024, secondo l’ultimo aggiornamento di gennaio: un forte upgrade rispetto agli outlook precedenti che attribuivano a Mosca un +0,7% per l’anno scorso. Secondo l’Ocse viceversa il segno è stato negativo per il 2,5% nel 2023 (il Pil dovrebbe salire poi dell’1,1% nel 2024). Quanto al Tesoro di Washington, stando alle tabelle che ha mostrato Adeyemo a Roma, la Russia è in piena recessione. «Il Pil, come grandezza statistica, regge perché il Cremlino spinge sugli investimenti militari e finora ha trovato il modo di finanziarli togliendo fondi all’assistenza pubblica e ai sussidi alla popolazione. Sta facendo leva sul carattere orgoglioso e nazionalista del popolo russo, che sopporta sacrifici inimmaginabili perché i soldi pubblici servono per la guerra: non si sa però fino a che punto si potrà andare avanti», commenta Mikhelidze. Aggiunge Stefano Silvestri, decano degli analisti geopolitici ed ex sottosegretario alla Difesa: «I russi da sempre si sentono da un lato accerchiati e dall’altro emarginati dall’occidente. Questa rabbia, quando si parla di economia, aiuta a tenere duro». Le istituzioni finanziarie e le banche d’investimento non riescono ad adottare metodi empirici per capire la situazione (visto che le fonti ufficiali sono inaffidabili): impossibili in un Paese in guerra i rilievi fotogrammetrici satellitari sui campi coltivati o la conta dei container partiti. Peraltro, «le rilevazioni servono a imbastire rapporti finanziari – obietta Angelo Baglioni, economista internazionale della Cattolica – senonché la Russia è tagliata fuori dagli investimenti internazionali».

Il fatturato di Gazprom

Quando furono varate le sanzioni, a metà 2022, diversi think-tank prevedevano un crollo fra l’11 e il 16% del Pil già per quell’anno. Le cose sembrano essere andate diversamente, «ma la prima vittima della guerra è la verità», scrive l’economista Wolfgang Munchau nel numero del 12 febbraio della sua newsletter. «Si mischiano fake news e fake data». E spiega: «Le dimensioni del Pil russo sono quelle della Spagna (intorno ai 1700 miliardi, ndr). Se ci illudiamo che l’economia sia piccola, la 32esima nel mondo, ci convinciamo che sia facile vincere. Ma non importa il costo in dollari di un carro armato, conta quanti rubli servono per costruirne uno. A parità di potere d’acquisto, la Russia è la quinta economia del mondo, davanti alla Germania». Così si spiega la resilienza dimostrata ma anche la sua debolezza. La spesa per la difesa vale il 6% del Pil, un rublo di denaro pubblico ogni tre va per l’esercito e l’apparato repressivo: quanto potrà resistere un sistema così congegnato?

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