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L’odioso divario che resiste anche “a parità di”

Quel gap che parte sul lavoro, prosegue a casa, finisce in una pensione da fame
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ROMA – La famiglia o il lavoro. Le donne italiane devono scegliere. Poche riescono a fare tutto: tenere assieme la cura e la carriera. È vero con i figli, da giovani. È vero con i genitori anziani, da adulti. Ecco spiegato il tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa, solo la metà lavora. E quando lo fa, riesce a collezionare infiniti contrattini, part-time forzati, paghe basse in settori dove non si fa carriera: sanità, istruzione, alloggi e ristorazione.

La segregazione occupazionale

L’Inps, nel suo primo rapporto sui divari di genere, parla di “segregazione occupazionale orizzontale e verticale”. Per raccontare la quasi esclusione “orizzontale” delle donne in certi settori produttivi e la bassissima presenza “verticale” ai vertici: manager, dirigenti, executive. Si fatica ad entrare. E poi a salire.

Il blocco culturale

Quel che colpisce dell’analisi Inps è la comparazione “a parità di”. Messe a fronte le stesse condizioni d’ingaggio — tipologia di contratto, ore lavorate, …

ROMA – La famiglia o il lavoro. Le donne italiane devono scegliere. Poche riescono a fare tutto: tenere assieme la cura e la carriera. È vero con i figli, da giovani. È vero con i genitori anziani, da adulti. Ecco spiegato il tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa, solo la metà lavora. E quando lo fa, riesce a collezionare infiniti contrattini, part-time forzati, paghe basse in settori dove non si fa carriera: sanità, istruzione, alloggi e ristorazione.

La segregazione occupazionale

L’Inps, nel suo primo rapporto sui divari di genere, parla di “segregazione occupazionale orizzontale e verticale”. Per raccontare la quasi esclusione “orizzontale” delle donne in certi settori produttivi e la bassissima presenza “verticale” ai vertici: manager, dirigenti, executive. Si fatica ad entrare. E poi a salire.

Il blocco culturale

Quel che colpisce dell’analisi Inps è la comparazione “a parità di”. Messe a fronte le stesse condizioni d’ingaggio — tipologia di contratto, ore lavorate, paga oraria, ruolo — il gender pay gap, l’odiosa differenza retributiva, non si azzera. Dal 40% si scende al 12% che è già qualcosa, ma non è parità. Fanno lo stesso lavoro, uomini e donne, ma ancora non sono pagati uguale. C’è dunque anche un blocco culturale. Migliora, ma c’è.

Il pension gap

Chiaro poi che se una donna lavora meno, interrompe la carriera per fare la mamma, rientra a fatica o non rientra, versa meno contributi, si condanna a una vecchiaia stentata con pensioni poverissime. Nella stragrande maggioranza sotto 1.500 euro lordi, molte anche sotto mille euro.

Il divario lavorativo diventa così “pension gap”, di cui si parla sempre troppo poco in un Paese che invecchia. Ci rassicuriamo pensando forse che le donne vivono più degli uomini e poi prendono la reversibilità. Non basta.

Come se ne esce

Non ci sono ricette uniche per chiudere i divari. Le donne vanno aiutate da bambine a coltivare sogni. A studiare e a laurearsi. Le laureate, con o senza figli, quasi lo chiudono il gap. Anche se poi non fanno la carriera degli uomini.

C’è molta strada ancora da fare.

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