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La potenza americana negli indici delle Borse

(reuters)
Nel paniere del Msci World la capitalizzazione delle aziende statunitensi pesa più di quella delle società del resto del mondo messe assieme
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L’ultimo rapporto calcolato un paio di settimane fa dal Msci World Index racconta una storia molto diversa da quella che continua a diffondere Donald Trump sulla perduta grandezza americana. Se si rapporta l’indice complessivo ai valori delle aziende, gli Stati Uniti raggiungono da soli un livello record di capitalizzazione, che supera quello di tutto il resto del mondo messo insieme. È uno strumento come questo che Biden dovrebbe usare per dare sicurezza agli americani, piuttosto che attaccare le grandi aziende, come ha fatto la settimana scorsa nel discorso sullo Stato dell’Unione, colpevoli tra le altre cose di “shrinkflation” (meno prodotto per lo stesso prezzo).

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1480 titoli in 23 mercati

C’è da dire che l’indice è particolare, raccoglie i valori di 1.480 titoli grandi e medio grandi in 23 mercati sviluppati, coprendo circa l’85% della capitalizzazione di mer…

L’ultimo rapporto calcolato un paio di settimane fa dal Msci World Index racconta una storia molto diversa da quella che continua a diffondere Donald Trump sulla perduta grandezza americana. Se si rapporta l’indice complessivo ai valori delle aziende, gli Stati Uniti raggiungono da soli un livello record di capitalizzazione, che supera quello di tutto il resto del mondo messo insieme. È uno strumento come questo che Biden dovrebbe usare per dare sicurezza agli americani, piuttosto che attaccare le grandi aziende, come ha fatto la settimana scorsa nel discorso sullo Stato dell’Unione, colpevoli tra le altre cose di “shrinkflation” (meno prodotto per lo stesso prezzo).

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1480 titoli in 23 mercati

C’è da dire che l’indice è particolare, raccoglie i valori di 1.480 titoli grandi e medio grandi in 23 mercati sviluppati, coprendo circa l’85% della capitalizzazione di mercato per ciascun Paese considerato. Il Msci rende anche disponibili indici di ogni genere su titoli small-caps, mid-cap, large-cap, mercati emergenti, mercati incrociati in ogni combinazione possibile, sul piano sia geografico che industriale o settoriale energetico, meccanico, materie prime, prodotti agricoli eccetera. C’è persino un indice di “frontiera” per nazioni che sono più volatili e imprevedibili dei Paesi emergenti. Per darvi un’idea dei volumi di questo business, pensate che nel 2004 Msci decide di acquistare per 800 milioni di dollari Barra, un concorrente con altri servizi diversi e ancora più specializzati, e diventa una potenza: qualunque cosa vi possa venire in mente loro la mettono a punto e la calcolano. Arrivando ad offrire complessivamente 160.000 indici.

La potenza di fuoco Usa

Anche questo dà un’idea della potenza di fuoco della finanza americana. Ebbene, complessivamente, l’ indice globale mostra che le aziende Usa rispetto al resto delle aziende mondiali valgono un rapporto record di 69,20, con livelli di 54,21 su base media. Si tratta di un balzo in avanti non da poco dal minimo, 42,44, toccato il 23 maggio del 2008 quando ci si trovava in piena crisi finanziaria post subprime.

Questo indice diventa così un punto di riferimento per riflessioni diverse. In primis, dà la misura della potenza americana, che oggi conta sei delle sette aziende al mondo che valgono più di mille miliardi di dollari, l’unica al di fuori dagli Stati Uniti è saudita, Aramco, ma è l’azienda petrolifera di Stato. Quelle americane sono tutte private e dovrebbe essere motivo di orgoglio, ma non lo è per la sindrome da inflazione che prevale su tutto.

I rischi per i super titoli

C’è anche un rischio implicito: se dovessero cadere, questi titoli triliardari trascinerebbero in un crollo rovinoso interi indici di Borsa, visto che con quei valori li dominano. E tuttavia si tratta di un pericolo per ora remoto. L’America infatti continua a fare molto bene sia sul piano della crescita che su quello dei risultati trimestrali. E il 1° marzo scorso l’S&P 500 ha toccato un nuovo record storico a quota 5.137,08.

Seppure con parametri diversi, altri indici, o raggruppamenti di indici, molto più ampi del Msci, raccontano la stessa storia. Cominciamo dai valori complessivi di tutte le Borse mondiali, pari a 110 mila miliardi di dollari. Nel contesto più allargato rispetto all’indice Msci l’America continua a fare la parte del leone con valori di circa 25 mila miliardi per il Nyse e di 21.700 miliardi per il Nasdaq, rispettivamente le Borse numero uno e numero due al mondo per capitalizzazione, rappresentano il 43% del mercato globale.

Sappiamo ovviamente che il Nasdaq rappresenta soprattutto titoli tecnologici e di nuovo colpiscono due dati. Il primo è quello dei tassi di crescita di queste Borse. Dal 2016 a oggi il Nyse è cresciuto del 35,1%, il Nasdaq del 189,3%: la conferma che la crescita dei valori avviene grazie a settori tecnologici nei quali l’America resta all’avanguardia. E qui ci vuole un esempio recente. A parte Aramco, le altre cinque delle sei americane le conosciamo tutte, sono Microsoft, divenuta recentemente regina con un livello di capitalizzazione che ha superato i 3 mila miliardi di dollari (quattro volte e mezzo l’intera Borsa italiana) e poi Apple, Amazon, Meta e Alphabet (Google). Ecco però che di recente è spuntata un’altra azienda ben conosciuta dagli addetti ai lavori ma sconosciuta al grande pubblico, l’azienda è Nvidia.

È la regina, o, pescando nel passato della storia economica, il “gold standard” del Gpu, “graphics processing unit”, la funzione chiave per applicazioni e sviluppo di intelligenza artificiale e per il “machine learning”, la base per l’era dell’Intelligenza artificiale generativa nella quale siamo appena entrati. Il titolo ha triplicato in meno di un anno, ha superato i mille miliardi e oggi capitalizza addirittura 1.900 miliardi, più di Meta, con un rapporto prezzo-utili di 64 da far tremare i polsi. Ha un fatturato intorno a 60 miliardi di dollari e profitti per 33 miliardi, con un percorso di crescita stellare: la scommessa è che il suo fatturato possa triplicare. Anche questa è la forza dell’economia americana, lanciare nell’Olimpo di quotazioni stellari aziende nate appena qualche decennio fa con la visione che avrebbero accompagnato la marcia delle nuove rivoluzioni tecnologiche.

Ma c’è un secondo confronto interessante fra indici di Borsa, quello di Nyse e Nasdaq con l’indice numero tre al mondo, l’Euronext, che capitalizza “solo” 7.200 miliardi. Il quarto è lo Shanghai Stock Exchange con circa 6.700 miliardi di dollari. Una forte crescita è stata registrata in India, si piazza al dodicesimo posto con 3.700 miliardi di dollari, ma è significativo che dal 2016 a oggi sia cresciuta del 166%.

L’Italia in coda

Per contro il mercato inglese è caduto dal 13% del mercato globale nel 2016 al 4% di oggi; l’Italia molto indietro nella lista, capitalizza 757 miliardi, pari al 42% del Pil, ma è cresciuta del 24,7% rispetto al 2020.

Siamo andati bene ma restiamo minuscoli. Questo spaccato basta a darci la misura della forza americana (e dei suoi rischi) rispetto a qualunque altra economia del mondo. Misura anche la forza dei Paesi emergenti. È da lì che viene la crescita più forte ed è sulla base di queste dinamiche che Goldman Sachs ha calcolato che per il 2050 i mercati emergenti tutti insieme supereranno l’America.

Cosa che potrebbe forse confermare le tesi decliniste americane? Per alcuni sì, la tendenza è quella di un ridimensionamento delle Borse americane rispetto ad altre. Ma se un orizzonte così lontano prevede un possibile sorpasso, lo prevede in arrivo da un gruppo anche vasto di Paesi. E la grandezza americana, nonostante gli slogan “metti paura” di Trump, l’avanzata della Cina e la crescita indiana, non dovrebbe soffrire di molto. Basta che se ne accorgano anche gli elettori.

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