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Nvidia e Asml, così i campioni dei chip sono diventati re delle Borse

Il fondatore e amministratore delegato di Nvidia Jensen Huang 
I super-processori più usati per addestrare l’AI e le macchine che servono per stamparli. Ordini e utili da capogiro e un posto sicuro nell’élite delle capitalizzazioni
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Sosteneva una dozzina di anni fa Marc Andreessen, investitore-guru della Silicon Valley, che il software «si stava mangiando il mondo». Intendeva dire che, con un infrastruttura tecnologica ormai matura, sarebbero state le aziende dell’innovazione immateriale, dati, codici e programmi, a cambiare il volto all’economia. A rileggerla ora, all’alba dell’era dell’Intelligenza artificiale, quella celebre tesi suona vera solo a metà. La magia dell’AI generativa è ancora questione di software, dei grandi dati con cui viene addestrata e degli algoritmi che la fanno “ragionare”. Eppure, come il cervello umano, anche quello sintetico ha bisogno di un hardware sofisticato. Neuroni di silicio, microchip, di cui ora l’industria dell’AI ha una fame insaziabile. E la cui produzione dipende da due società così dominanti da essere di fatto monopoliste.

I padroni dei chip

Il primo di questi padroni dei chip è Nvidia, multinazionale americana che progetta i super-processori più usati per addestrare i gr…

Sosteneva una dozzina di anni fa Marc Andreessen, investitore-guru della Silicon Valley, che il software «si stava mangiando il mondo». Intendeva dire che, con un infrastruttura tecnologica ormai matura, sarebbero state le aziende dell’innovazione immateriale, dati, codici e programmi, a cambiare il volto all’economia. A rileggerla ora, all’alba dell’era dell’Intelligenza artificiale, quella celebre tesi suona vera solo a metà. La magia dell’AI generativa è ancora questione di software, dei grandi dati con cui viene addestrata e degli algoritmi che la fanno “ragionare”. Eppure, come il cervello umano, anche quello sintetico ha bisogno di un hardware sofisticato. Neuroni di silicio, microchip, di cui ora l’industria dell’AI ha una fame insaziabile. E la cui produzione dipende da due società così dominanti da essere di fatto monopoliste.

I padroni dei chip

Il primo di questi padroni dei chip è Nvidia, multinazionale americana che progetta i super-processori più usati per addestrare i grandi modelli dell’AI. Tutti, dai colossi di Big Tech ai governi, stanno cercando di accaparrarsene il più possibile, e sull’onda di vendite e profitti record Nvidia è decollata oltre i duemila miliardi di dollari di capitalizzazione, la terza al mondo dietro a Microsoft ed Apple. Il secondo campione – «l’azienda più importante di cui non avete mai sentito parlare», ha detto qualcuno – è l’olandese Asml, che nella filiera sta un gradino sopra perché costruisce i macchinari necessari a “stampare” i chip più piccoli e avanzati, tra cui quelli di Nvidia. Anche lei negli ultimi tempi ha visto lievitare ordini, fatturato e valore, che sfiora i 400 miliardi di dollari, terza in Europa dietro la Big Pharma danese Novo Nordisk e Lvmh. In attesa di capire chi tra Microsoft, Google & Co vincerà la corsa all’oro dell’AI come software, l’AI come hardware ha già due trionfatori.

Caccia a Nvidia

E auguri a chi pensa di sfidarli, visto che nei loro prodotti-gioiello sono sedimentati decenni di innovazioni e intuizioni vincenti. Prendete Nvidia: il fondatore e ad Jen-Hsun “Jensen” Huang, americano di origine taiwanese, ingegnere con giubbotto in pelle, è stato tra i primi a credere nella rivoluzione dell’AI. Almeno da quando, all’inizio dello scorso decennio, alcuni ricercatori iniziarono a usare le GPU di Nvidia, processori nati per animare la grafica dei videogiochi, negli esperimenti di supercalcolo, visto che riuscivano a gestire meglio dei classici chip logici (CPU) una molteplicità di operazioni. Huang ha capito che era il futuro, orientando lì gli sforzi. Lo sviluppo del prodotto, che ha nel processore H100 la punta di diamante. E la cooperazione con i programmatori, sviluppando una piattaforma software – CUDA – con cui possono distribuire al meglio le risorse di calcolo.

Risultato: Nvidia oggi è lo standard e controlla tra il 70 e il 90% del mercato dei chip per l’AI, quadratini da 40 mila dollari l’uno. La fila alla porta è tale che Huang ha dovuto assicurare che evaderà gli ordini senza favoritismi. Nvidia è una società “fabless”: non ha stabilimenti, progetta i chip e poi appalta la produzione alle cosiddette “fonderie”, come la taiwanese Tsmc. Questo garantisce margini altissimi e la possibilità di scalare velocemente la produzione. Una ricetta perfetta che nei prossimi anni sarà messa alla prova da concorrenti feroci. I rivali del silicio, come Amd e Intel, investono per recuperare terreno. Ma anche i grandi clienti come Microsoft/OpenAI, Google e Amazon – padroni dei grandi centri di calcolo e di alcuni tra i più potenti modelli di AI – provano a sviluppare in casa chip “su misura”, più performanti ed economici. Dalla sua, Nvidia ha creato una nuova divisione per progettare questi microprocessori “conto terzi” ed evitare di essere scavalcata. Ma i suoi numeri raccontano che, per ora, la leadership non è in discussione.

La macchina più complessa

Le “fonderie” di chip avanzate in grado di sfornare i processori più piccoli e più potenti, i nodi sotto i dieci nanometri necessari all’AI, si contano sulle dita di una mano: la taiwanese Tsmc, Samsung, a breve Intel. Ma i macchinari necessari a stamparli li produce, per tutti, una azienda sola, l’olandese Asml. Sono gli scanner a ultravioletti profondi (DUV) e soprattutto la nuova generazione a ultravioletti estremi (EUV), «le macchine più complesse che l’uomo ha mai costruito», prezzo 200 milioni di euro.

Come quella di Nvidia anche la storia di Asml viene da lontano, nata nel 1984 come spinoff di Philips. Ma la sua attività, che la rende una sorta di grande consorzio tecno-industriale, non potrebbe essere più diversa. Parte della proprietà intellettuale, in particolare sui laser, è nata da programmi di ricerca del governo Usa, è stata sviluppata negli anni con il contributo di clienti come Intel, Samsung e Tsmc, e resta in una controllata americana indipendente. In ogni apparato litografico entrano poi parti su misura realizzate da decine di produttori iper-specializzati che operano “in simbiosi” con Asml, come gli specchi ultrasottili della tedesca Zeiss. E nel quartier generale di Veldhoven avviene il delicatissimo assemblaggio finale.

Questo flusso ha delle rigidità. È difficile da accelerare: la società l’anno scorso ha consegnato in tutto 421 macchinari. Ed è legato a un numero limitato di clienti, esposto ai loro cicli di investimento. Ma in un momento in cui sui chip avanzati si investe, e il portafoglio ordini si è riempito, questa stessa complessità rende Asml priva di rivali. I suoi macchinari sono non replicabili e indispensabili, almeno finché la strada per creare chip più potenti sarà rimpicciolirli, la famosa Legge di Moore.

Questa unicità è anche il motivo per cui Asml è finita sotto i riflettori degli Stati Uniti, mentre cercano di contenere l’ascesa tecnologica cinese. Nei mesi scorsi Washington ha progressivamente ristretto la possibilità per Nvidia di vendere i chip più avanzati nella Repubblica Popolare, costringendola a creare versioni “depotenziate”. Ma soprattutto ha convinto – o costretto – il governo olandese a fermare le esportazioni in Cina dei macchinari di Asml, i più avanzati EUV e poi anche la generazione precedente DUV. Un colpo tremendo per i sogni di autarchia hi-tech di Pechino, perché un chip avanzato si può progettare, come ha fatto Huawei, ma produrlo in maniera industriale è ben più complesso. Quanto sia importante l’hardware, all’alba di questa era dell’AI, lo rivela anche la geopolitica.

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