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L’esercito dei precari resta a 11 milioni. E sui salari cresce lo spread con l’Europa

Lo studio Cgil: in 5,7 milioni guadagnano 800 euro al mese, pesano contratti intermittenti e part time, ma aumentano le ore lavorate
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Roma — Quasi 11 milioni di lavoratori in Italia, oltre la metà del totale – 10 milioni nel privato e quasi un milione nel pubblico soprattutto nella scuola e in sanità – vivono nel vasto mondo del precariato. Non solo contrattini a tempo, stagionali, somministrati. Anche stabili, ma part-time o discontinui, quindi attivi solo in una parte dell’anno o per poche ore al giorno.

I salari più bassi d’Europa

Come diretta conseguenza, i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa, nonostante l’Italia sia al top per ore lavorate: 1.563 in media all’anno nel 2022, contro 1.295 di un tedesco e 1.427 di un francese. Con questi divari retributivi: 31.500 euro lordi medi in Italia, 45.500 euro in Germania, 41.700 euro in Francia e, peggio di noi, 29.100 euro in Spagna.

Se poi a questo deficit strutturale aggiungiamo il 17,3% di inflazione accumulata tra 2021 e 2023, e quasi per nulla recuperata, e il mancato rinnovo dei contrat…

Roma — Quasi 11 milioni di lavoratori in Italia, oltre la metà del totale – 10 milioni nel privato e quasi un milione nel pubblico soprattutto nella scuola e in sanità – vivono nel vasto mondo del precariato. Non solo contrattini a tempo, stagionali, somministrati. Anche stabili, ma part-time o discontinui, quindi attivi solo in una parte dell’anno o per poche ore al giorno.

I salari più bassi d’Europa

Come diretta conseguenza, i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa, nonostante l’Italia sia al top per ore lavorate: 1.563 in media all’anno nel 2022, contro 1.295 di un tedesco e 1.427 di un francese. Con questi divari retributivi: 31.500 euro lordi medi in Italia, 45.500 euro in Germania, 41.700 euro in Francia e, peggio di noi, 29.100 euro in Spagna.

Se poi a questo deficit strutturale aggiungiamo il 17,3% di inflazione accumulata tra 2021 e 2023, e quasi per nulla recuperata, e il mancato rinnovo dei contratti nazionali (scaduti per oltre la metà dei lavoratori, anche da 5-10 anni), si capisce perché da noi il lavoro povero sia un’emergenza.

Lo studio della Cgil

Il quadro presentato dalla Cgil, in uno studio firmato dall’economista Nicolò Giangrande, fa parte di una campagna di sensibilizzazione e di lotta contro la precarietà lanciata dal sindacato guidato da Maurizio Landini. “La precarietà ha troppe facce. Combattiamola insieme”, dice lo slogan che accompagnerà le prossime 9 settimane di mobilitazione, raccontando le facce, i volti dei precari.

Lo studio di Giangrande conferma che il nodo è la discontinuità lavorativa: molti, troppi, lavorano poche ore o poche settimane all’anno, con basse qualifiche e buste paga leggere. E quando accade, anche se con un contratto a tempo indeterminato, il salario va giù.

Se dallo stipendio medio, calcolato dall’Ocse sul lavoratore tipo a tempo pieno che lavora in modo continuo tutto l’anno, si scende alla realtà dei dati Inps che pesano tutti i contrattini fatti di mesi ed ore, si arriva a una dura conclusione.

Quanto prende un dipendente pubblico e quanto un privato

Dieci milioni di lavoratori del settore privato guadagnano meno di 17 mila euro lordi all’anno. E tra di loro, 5,7 milioni di dipendenti sono sotto i 10.700 euro, poco più di 800 euro lordi al mese. Tra i pubblici, 871 mila sono sotto i 22 mila euro lordi all’anno e di questi in 640 mila prendono meno di 15 mila euro.

Un vasto mondo di precari che non ha un’etichetta sola. Ci sono i part-time forzati. Gli stagionali. I collezionisti di contratti a tempo sempre più corti: l’82% delle assunzioni stipulate nel 2022 durava meno di un anno e di queste la metà fino a 90 giorni. Solo il 17,5% dei nuovi contratti andava oltre la soglia dell’anno.

Stipendi già in trent’anni

C’è poco da stare allegri. Va così da trent’anni ce lo ricorda l’Ocse con la curva dei salari. Quella di Germania e Francia si impenna nel periodo 1992-2022: +23% e +32%. Mentre quindi le retribuzioni tedesche crescevano di un quinto e quelle francesi di un terzo, le italiane cadevano dello 0,9% e spagnole rimanevano invariate.

Tradotto in soldi, il differenziale tra Germania e Italia è passato da 5 mila a 14 mila euro in meno. Quello tra Francia e Italia da +132 euro a -10 mila euro. Persino il vantaggio che avevamo sulla Spagna si è asciugato da +2.700 euro a +2.400 euro.

La Cgil parla di «allarme» e studia un referendum contro il Jobs Act. E intanto il governo Meloni si gode un rimbalzo dell’occupazione che coinvolge soprattutto gli over 50, anche per un fattore demografico. Il lavoro povero non rimbalza, però.

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