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Stm, Urso evita lo scontro su Chery: “Ma i chip sono strategici, produrremo di più in Italia”

15/03/2024, Trento, G7 Italia su innovazione, tecnologia e digitale, i grandi dell'economia mondiale Nella foto Adolfo Urso e Alessio Butti.  (agf)
Il ministro delle imprese e del made in Italy schiva le polemiche: “Prevarrà la collaborazione”. Sull’auto: “Incentivi devo portare ad aumento della produzione nazionale. Annuncio del secondo produttore a metà del prossimo anno”
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trento — Sui chip passiamo «dalla competizione alla piena collaborazione», dice il ministro per le Imprese Adolfo Urso dopo aver guidato il G7 italiano dedicato a Industria e tecnologia, in cui i sette grandi hanno creato un gruppo di lavoro per coordinare le strategie sui semiconduttori. Urso non entra nella questione StM, la cui quota di controllo fa capo al Mef, ma rilancia la strategia del governo per incrementare la produzione di chip in Italia.

Lei parla di collaborazione, ma tra i Paesi occidentali è in corso una battaglia di sussidi e protezionismi per accaparrarsi quanta più produzione di chip possibile...

«È chiaro che ognuno preferisce avere più produzione nel proprio Paese, ed è quello che sta facendo anche l’Italia. Ma secondo me prevarrà la collaborazione, soprattutto per garantire le forniture in caso di nuove crisi. Tutti sono consapevoli che le condizioni geopolitiche sono cambiate».

In questa sfida di sussidi l’Italia ha risorse limitate. È condannata a perdere?…

trento — Sui chip passiamo «dalla competizione alla piena collaborazione», dice il ministro per le Imprese Adolfo Urso dopo aver guidato il G7 italiano dedicato a Industria e tecnologia, in cui i sette grandi hanno creato un gruppo di lavoro per coordinare le strategie sui semiconduttori. Urso non entra nella questione StM, la cui quota di controllo fa capo al Mef, ma rilancia la strategia del governo per incrementare la produzione di chip in Italia.

Lei parla di collaborazione, ma tra i Paesi occidentali è in corso una battaglia di sussidi e protezionismi per accaparrarsi quanta più produzione di chip possibile...

«È chiaro che ognuno preferisce avere più produzione nel proprio Paese, ed è quello che sta facendo anche l’Italia. Ma secondo me prevarrà la collaborazione, soprattutto per garantire le forniture in caso di nuove crisi. Tutti sono consapevoli che le condizioni geopolitiche sono cambiate».

In questa sfida di sussidi l’Italia ha risorse limitate. È condannata a perdere?

«Come ha spiegato Draghi, l’Europa deve investire 500 miliardi di euro l’anno nelle grandi transizioni e se non vogliamo dividere il mercato unico le risorse devono essere comuni. Detto questo, l’Italia è in grado di competere nell’attrazione di investimenti, perché ha un ecosistema favorevole e un mercato con una grande domanda, dall’automotive agli elettrodomestici. Il governo ha portato a 4,7 miliardi le risorse utilizzabili, secondo le regole europee, per incentivare gli investimenti in microelettronica. Quello da 3,2 miliardi di Silicon Box, appena annunciato, lo dimostra».

Ma gli investimenti incassati da Francia e Germania sono ben superiori, con un colosso come Intel che ha deciso di non produrre in Italia. Cosa non è andato bene?

«Tutte le richieste di Intel erano state soddisfatte, è l’azienda che ha rivisto i piani di investimento in Europa, rinunciando anche a quelli per la ricerca in Francia. Noi quest’anno annunceremo altre operazioni nei chip, di aziende asiatiche e non».

Parlando di settori tradizionali, i commissari stanno lavorando a un piano di risanamento per l’ex Ilva. Perché un investitore straniero dovrebbe scommettere su un impianto passato da crisi a crisi?

«Perché nella riconfigurazione della siderurgia europea, con una nuova Cortina di ferro ad Est e la necessità di approvvigionarsi da Sud, i siti italiani recuperano pieno valore. Lo dimostrano i recenti accordi su Piombino con Jindal e Metinvest. A Taranto vogliamo applicare lo stesso modello: come ci dice la stessa Metinvest ci sarà una crescente domanda di “preridotto”, la materia prima per i forni elettrici, da realizzare in un luogo che garantisce gas a basso costo e impianti rinnovabili».

L’ucraina Metinvest si è detta interessata, ma dice che al momento non è un dossier aperto.

«Non è l’unica. Parliamo con cinque multinazionali, due già con progetti concreti».

Gli eventuali strascichi legali, o nuovi possibili interventi giudiziari, non rendono l’investimento a Taranto ancora più rischioso?

«Non ci saranno strascichi, abbiamo creato un contesto legislativo che tutela in pieno i futuri investitori. Acciaio e chip sono le due basi della nostra politica industriale, che poi permetteranno di arrivare all’auto, dove vogliamo portare in Italia un secondo produttore oltre Stellantis e arrivare a 1,3 milioni di auto l’anno, cifra che garantisce la sostenibilità dell’industria nazionale».

Il gruppo cinese Chery dice che sta valutando un investimento in alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia. Quanti incentivi mettete sul piatto?

«Non è l’unico, e abbiamo 3 miliardi di euro per i contratti di sviluppo. Ma ho anche detto che se i nuovi incentivi per l’acquisto di auto non porteranno a una crescita della produzione nazionale, anche le risorse del fondo automotive - 5,3 miliardi - verranno spostate sulla produzione. Ho chiesto di fare lo stesso all’Europa, anche per pannelli solari, chip e batterie: bisogna passare dagli incentivi ai consumi, se significano comprare prodotti cinesi, a quelli alla produzione, per sviluppare l’industria in Europa».

Così i costi della transizione non li paga tutti il consumatore?

«No, perché salvaguardando l’industria avremo lavoratori con stipendi più alti, che si potranno permettere un’auto elettrica, anziché finire in cassa integrazione».

No all’import dalla Cina ma sì alle aziende cinesi, se producono qui?

«Certo, soprattutto nelle batterie, il cuore pulsante dell’auto elettrica e la chiave per la riconversione di tutto l’indotto, dove l’Italia è in ritardo».

Quando arriverà questo grande investimento nell’auto?

«Credo che entro la metà del prossimo anno saremo in grado di annunciarlo».

La continua battaglia del vostro governo contro gli obiettivi Ue sulla transizione non rischia di dirottare gli investimenti verdi verso Paesi, come la Spagna, che corrono per essere i primi?

«Assolutamente no. Su temi come il packaging, l’Euro7, i veicoli leggeri tutti ci guardavano con scetticismo ma poi sono arrivati sulle nostre posizioni. La verità è che abbiamo imposto in Europa una lettura diversa della transizione, che la renda sostenibile anche sul piano produttivo, sociale e occupazionale, perché altrimenti arriveremo alla meta morti. E dopo le elezioni le nostre posizioni si faranno ancora più largo».

È passato un mese e mezzo da quando ha annunciato i nuovi incentivi per l’auto, ma il decreto non si vede. Problemi sui fondi?

«Nessuno, sono 950 milioni come ho detto. Come può accadere quando sono coinvolti diversi ministeri manca l’ultima firma dell’Economia».

Mancano anche i regolamenti per gli incentivi di Industria 5.0: le aziende li aspettano.

«Il 13 aprile inizieremo un tour tra le Confindustrie locali per illustrarne il funzionamento, per allora ci sarà tutto».

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