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“L’Ue non deve frenare la corsa verso le energie rinnovabili”

Per Quadrino (Tages), è fondamentale realizzare grandi impianti per produrre pannelli e batterie. Solo così si possono abbattere i costi e superare gli ostacoli della geopolitica
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«Altro che rallentare. La Ue ha il dovere di credere nella transizione e ha preso decisioni importanti. Ora occorre che Bruxelles abbia una visione industriale per non lasciare nessuno indietro». Umberto Quadrino, ex numero uno di Edison e ora a capo del fondo Tages in Italia (secondo operatore del fotovoltaico per capacità installata) non ha dubbi: la transizione energetica non si fermerà. E lo spiega in questa intervista ad Affari&Finanza.

Partiamo dalla transizione dell’auto. Una parte del settore chiede a Bruxelles di rivedere le scadenze, considerate eccessive e che non favoriscono una passaggio “ordinato” alle tecnologie a zero emissioni. Cosa succederà?

«La Ue ha fissato target molto stringenti, imponendo lo stop alle vendite di auto con motori termici al 2035. Ma è altrettanto vero che le case automobilistiche hanno preso l’obiettivo molto sul serio. Luca Di Meo, numero uno di Renault ma soprattutto presidente dell’Associazion…

«Altro che rallentare. La Ue ha il dovere di credere nella transizione e ha preso decisioni importanti. Ora occorre che Bruxelles abbia una visione industriale per non lasciare nessuno indietro». Umberto Quadrino, ex numero uno di Edison e ora a capo del fondo Tages in Italia (secondo operatore del fotovoltaico per capacità installata) non ha dubbi: la transizione energetica non si fermerà. E lo spiega in questa intervista ad Affari&Finanza.

Partiamo dalla transizione dell’auto. Una parte del settore chiede a Bruxelles di rivedere le scadenze, considerate eccessive e che non favoriscono una passaggio “ordinato” alle tecnologie a zero emissioni. Cosa succederà?

«La Ue ha fissato target molto stringenti, imponendo lo stop alle vendite di auto con motori termici al 2035. Ma è altrettanto vero che le case automobilistiche hanno preso l’obiettivo molto sul serio. Luca Di Meo, numero uno di Renault ma soprattutto presidente dell’Associazione europea dei costruttori, rivolgendosi ai vertici di Bruxelles ha chiesto di non tornare assolutamente indietro. La sua preoccupazione non è la difesa dei motori tradizionali, ma che non ci siano abbastanza investimenti per la formazione dei nuovi tecnici. In realtà, molte case saranno pronte anche prima del 2035».

Rimane il fatto che le vendite hanno rallentato negli ultimi mesi, spinte prevalentemente ancora da “generosi” incentivi.

«I vantaggi dell’auto elettrica sono evidenti. Il rendimento del motore è superiore al termico: alle ruote arriva l’80% dell’energia, contro il 30/35%. Il costo al chilometro è inferiore. I costi di manutenzione sono più bassi: di fatto non ha bisogno di tagliandi».

Peccato che costino ancora molto di più...

«I prezzi potrebbero essere più bassi visto che il motore ha molte meno componenti da assemblare. Il nodo riguarda le batterie. Ma è un problema di economie di scala: se ne costruiscono ancora troppo poche. Non appena la produzione aumenterà, i prezzi scenderanno. È successo con i pannelli solari: la tecnologia è migliorata, ma non così tanto. Ma i prezzi sono crollati perché la Cina ha costruito fabbriche così grandi che quando entri non vedi dove finiscono».

Anche sulla transizione energetica c’è chi spinge per ritardare il passaggio alla neutralità delle emissioni. È la rivincita dei produttori dei fossili quando dicono “c’è ancora bisogno di noi”?

«Sulle rinnovabili occorre cambiare narrazione. Negli ultimi 15 anni si è detto che servivano assolutamente per limitare le emissioni di CO2 e combattere il climate change. Ora si è capito che i motivi sono almeno altri due, oltre al cambiamento climatico. Limitare i costi della bolletta energetica e la dipendenza geopolitica. Non c’è dubbio che produrre energie rinnovabili ora costi meno che estrarre fossili e trasportarli in giro per il mondo. Inoltre, l’Italia non dovrebbe più importare gas e petrolio, un beneficio notevole per la nostra bolletta e per la bilancia dei pagamenti. C’è arrivata anche la Cina, che nei primi anni del secolo è arrivata a inaugurare una centrale a carbone alla settimana. Poi, quando si è resa conto che questo provocava problemi ambientali e di salute molto gravi, ha iniziato a produrre impianti per le rinnovabili su larga scala, diventando leader di settore a livello mondiale. Per quello mi stupisce chi parla di rallentare la transizione: altro che rallentare, la Ue dovrebbe realizzare grandi impianti per la costruzione di pannelli così come di batterie. Per essere autosufficienti e per abbattere i costi».

Il rallentamento non è dovuto anche a ragioni più squisitamente politiche? Le imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento e della Commissione Ue stanno influendo sui temi della transizione e come?

«Tutte le transizioni lasciano sul terreno vincitori e vinti. In passato, nel giro di una decina d’anni, l’auto ha fatto chiudere le fabbriche di carrozze, così come ora il motore elettrico mette in crisi tutta la filiera della componentistica. Ma non sono preoccupato per il rallentamento dei processi verso la transizione, quanto per la gestione delle ricadute sociali. Chi lavora nella filiera del motore a scoppio deve essere tutelato oppure riqualificato verso le nuove tecnologie. Inoltre, mi pare che all’Europa manchi ancora una visione sulla strategia industriale: occorre fra crescere il più velocemente i settori che ci servono per restare ai vertici mondiali della transizione».

L’Italia sembra in ritardo anche sui progetti che riguardano la tecnologia dell’idrogeno. All’estero gli investimenti sono in crescita e il dibattito su come sia meglio utilizzarlo è molto acceso.

«Mi sembra più che altro che se ne parli molto, ma senza grandi effetti pratici. Si tratta di un procedimento molto complesso e costoso. Occorre energia per il funzionamento degli elettrolizzatori, bisogna stoccare l’energia prodotta che poi va ritrasformata. Il trasporto è difficile e devi avere altri impianti al punto di arrivo. Penso che servirà per i settori “hard to abate”, dalla ceramica alle acciaierie, ma con impianti in loco. E quando ci sarà una seria tassa sulle emissioni di CO2, anche questi impianti diventeranno redditizi».

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