Fed, cautela in vista sui tassi. E la prudenza mette in allarme Wall Street
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliWASHINGTON – Domani la Federal Reserve frenerà Wall Street, e se c’è una bolla sui mercati la farà scoppiare? Si è ridotta a questa domanda, in sostanza, l’attesa per il vertice della banca centrale americana che inizia oggi, e si concluderà domani con l’annuncio delle sue decisioni. Nessuno prevede movimenti sui tassi, ma tutti vogliono sapere se la resistenza dimostrata dall’inflazione nelle ultime settimane spingerà la Fed a ridurre o rimandare i tre tagli al costo del denaro previsti entro la fine dell’anno. E se questi segnali arriveranno, quali saranno le reazioni della borsa, e l’impatto sulla campagna per le elezioni presidenziali del 5 novembre, ormai in piena corsa dopo la conferma delle nomination di Joe Biden tra i democratici e Donald Trump fra i repubblicani.
I tassi sono compresi tra il 5,25% e il 5,50%, e così resteranno. Alla fine dello scorso anno il consenso generale era che nel 2024 la banca centrale americana li avrebbe tagliati sei volte, forse a partire già da …
WASHINGTON – Domani la Federal Reserve frenerà Wall Street, e se c’è una bolla sui mercati la farà scoppiare? Si è ridotta a questa domanda, in sostanza, l’attesa per il vertice della banca centrale americana che inizia oggi, e si concluderà domani con l’annuncio delle sue decisioni. Nessuno prevede movimenti sui tassi, ma tutti vogliono sapere se la resistenza dimostrata dall’inflazione nelle ultime settimane spingerà la Fed a ridurre o rimandare i tre tagli al costo del denaro previsti entro la fine dell’anno. E se questi segnali arriveranno, quali saranno le reazioni della borsa, e l’impatto sulla campagna per le elezioni presidenziali del 5 novembre, ormai in piena corsa dopo la conferma delle nomination di Joe Biden tra i democratici e Donald Trump fra i repubblicani.
I tassi sono compresi tra il 5,25% e il 5,50%, e così resteranno. Alla fine dello scorso anno il consenso generale era che nel 2024 la banca centrale americana li avrebbe tagliati sei volte, forse a partire già da gennaio, ma sicuramente da marzo. Perciò i mercati hanno goduto di una forte fase di espansione, che ha portato gli indici Dow Jones, S&P e Nasdaq a segnare un record dopo l’altro.
Nel frattempo il panorama è cambiato. L’inflazione è calata, ma non quanto vorrebbe la Federal Reserve. A febbraio il Consumer Price Index (CPI) è aumentato del 3.2%, e a gennaio il Personal Consumption Expenditures (PCE) è salito del 2.4%. Molto meglio dei picchi del 9% e 7% toccati a metà del 2022, ma non abbastanza per far dormire sonni tranquilli al presidente Jerome Powell e ai i suoi colleghi. Perciò le previsioni degli interventi sono già state aggiustate, con l’ultimo Summary of Economic Projections in cui il cosiddetto “dot plot” ha lasciato intendere che i tagli sono passati da sei a tre. Le borse hanno digerito abbastanza bene la notizia e il rialzo dei titoli è proseguito, soprattutto per i “magnifici sette” del settore tecnologico, pompati anche dalle grandi aspettative create dallo sviluppo accelerato dell’intelligenza artificiale.
Ora la domanda è diventata un’altra: la Fed confermerà l’intenzione di ridurre il costo del denaro tre volte nel corso del 2024, anche se spostando i ritocchi verso la fine dell’anno, o frenerà ancora? E se lo farà, i mercati reagiranno ancora bene, oppure inizieranno a calare? A questo secondo quesito si saldano le preoccupazioni di coloro che intravedono una bolla nelle borse, e temono la sua esplosione, se la banca centrale adottasse un linguaggio o un atteggiamento troppo brusco.
Gli analisti di diversi istituti, come Bank of America o Deutsche Bank, restano ottimisti. Il loro ragionamento è che se la Fed frenerà i tagli dei tassi, lo farà perché l’economia corre e la disoccupazione cala, non certo perché teme una recessione dietro l’angolo. Se questo è vero la crescita è destinata a continuare, così come i ricavi delle aziende, e quindi non ci sono ragioni per giustificare un crollo delle azioni. Altri temono invece che l’atterraggio morbido sia stato un mito, creando una bolla pronta ad esplodere.
Sullo sfondo, ma in realtà sempre più in primo piano, ci sono gli effetti sulle presidenziali. Biden contava sulla riduzione del costo del denaro per arrivare al voto del 5 novembre con un ulteriore incremento della crescita, accompagnato magari da un calo dei mutui che ravvivasse il mercato immobiliare, nella speranza che gli elettori iniziassero finalmente a riconoscergli i suoi meriti economici. Trump era così preoccupato da questa prospettiva che aveva già accusato Powell di fare il gioco di Biden, con conseguenti voci sui successori da nominare al suo posto, resuscitando persino il consigliere di Reagan Arthur Laffer. Ora questa deriva sembra più improbabile, ma non è detto che la prudenza della Fed danneggi Biden. L’inflazione infatti è l’elemento negativo che ha pesato di più sulla scarsa popolarità del presidente, e se sta rialzando la testa tutto sommato gli conviene che la banca centrale punti a tenerla al guinzaglio