Economia

Italia-Francia, non sempre la politica aiuta le imprese

Italia-Francia, non sempre la politica aiuta le imprese
La volontà di dirigere l’economia blocca la creazione e lo sviluppo di grandi campioni europei, mentre non mancano i risultati positivi se progetti e rilanci industriali sono affidati al mercato
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TORINO — Quando si tratta di operazioni da parte di grandi investitori privati, gli affari sull’asse Roma-Parigi non hanno intoppi. Se invece si intromettono i governi, soprattutto quello italiano, il rischio è che le aziende zoppichino.

L’ultimo caso è quello di StMicroelectronics, joint-venture controllata alla pari da società pubbliche di Roma e Parigi. L’esecutivo Meloni mette in dubbio il rinnovo dell’amministratore delegato, Jean Marc Chery, reo di aver ridotto la presenza di manager italiani nella multinazionale dei semiconduttori. E in ballo ci sarebbe la produzione tra Sicilia e Lombardia. Sul fronte opposto, quello del privato, EssilorLuxottica, campione degli occhiali e alleanza voluta da Leonardo Del Vecchio, ha superato sia la scomparsa del patron, nel 2022, sia le turbolenze della successione, chiudendo il 2023 con 25,4 miliardi di ricavi. E gli indicatori sono al rialzo fino al 2026.

Non è l’unico gruppo che gode di buona salute. Lavazza oltre le Alpi è diventato uno dei colossi del settore food grazie alle acquisizioni di marchi come Carte Noire, MaxiCoffee ed Esp. Sul versante opposto delle Alpi, Lactalis ha conquistato la Parmalat: il gruppo di Collecchio è sotto l’ombrello della società di Laval, da dove la famiglia Besnier gestisce il suo impero. E la multinazionale del lusso Lvmh, che in Italia possiede marchi come Fendi, Emilio Pucci, Loro Piana, Bulgari, continua ad investire nella moda, dove pensa di assumere 2 mila persone entro la fine del 2024. E le acquisizioni da parte di Bnp della Bnl e di CreditAgricole di CariParma hanno avuto effetti positivi. Esempi che funzionano.

La Francia è il secondo partner commerciale dell’Italia, dopo la Germania. È il primo Paese per stock d’investimenti in Italia, 22,2% del totale, mentre Roma si classifica quinta in Francia con una quota del 6,7% secondo i dati 2023 elaborati dall’Ambasciata d’Italia a Parigi. Sono oltre 2000 le aziende italiane a controllo francese e oltre 1800 le francesi governate da italiane.

La situazione si complica se nel capitale c’è il governo. Nel caso di Stm per l’ad Chery il taglio delle business unit è solo una questione di efficienza, un modo per fra crescere la società italo-francese dei chip rispetto alla concorrenza asiatica. «Il caso Stm mi ricorda quello Airbus – dice il professor Andrea Colli che insegna Storia dell’Economia dell’industria all’Università Bocconi – né in Francia né in Germania volevano perdere produzioni di pezzi che venivano assemblati con una logistica dai costi alti». Poi la politica ha perso un po’ di peso e «l’azienda è riuscita a far concorrenza a Boeing».

Tra i governi non mancano le ripicche, come lo stop alla vendita, esercitando il Golden Power, della ex Microtecnica alla Safran: l’asse italo-francese è strategico e funziona nell’aerospazio. Basta vedere quello che produce Thales-Alenia Space al di qua, dove ha più di 2.500 dipendenti tra Torino, l’Aquila, Roma e Gorgonzola, e al di là delle Alpi. Ripicche targate anche Parigi, come quando Fincantieri ha cercato di acquisire i Chantiers de l’Atlantique e la politica oltralpe si è messa in mezzo. E poi le azioni di disturbo di Air France-Klm sul dossier Ita-Lufthansa, senza dimenticare le tensioni tra Vivendì e Cdp dentro Tim.

C’è poi il caso particolare del costruttore di auto Stellantis, che ha come primo azionista la holding Exor, che controlla Repubblica, e ha come socio il governo francese con Bpi. Non c’è il governo italiano, ma nonostante questo all’ad Carlos Tavares, non mancano i confronti con Parigi e Roma

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