Bilancio comune, Eurobond, Bei: così l’Europa prova a finanziare la sua difesa. Quali strumenti può attivare e perché se ne parla
di Raffaele RicciardiCome finanziare il potenziamento delle spese militari senza gravare sui bilanci delle singole Capitali? La domanda rimette al centro delle trattative europee un tema che ciclicamente si riaffaccia, dalla crisi dei debiti sovrani del 2011 alla necessità di rispondere alla pandemia: a che livello di integrazione finanziaria è disposta ad arrivare l’Europa? Dilemma che rievoca ancora una volta una risposta già sentita: servono gli Eurobond!
Le vie per finanziare la difesa
Cerchiamo allora di capire quali sono le armi “finanziarie” per rimpolpare i programmi europei della difesa. "Esiste già un bilancio comune di difesa, ma è molto limitato”, annota in via preliminare Fabrizio Pagani, senior advisor della società di consulenza finanziaria Vitale e già capo della segreteria tecnica del Mef. Che ci sintetizza per mail il ventaglio di opzioni che si apre.
Utilizzo attuale del budget europeo. Si tratta di trovare nelle pieghe del budget dell’Unione risorse adeguate per finanziare progetti co…
Come finanziare il potenziamento delle spese militari senza gravare sui bilanci delle singole Capitali? La domanda rimette al centro delle trattative europee un tema che ciclicamente si riaffaccia, dalla crisi dei debiti sovrani del 2011 alla necessità di rispondere alla pandemia: a che livello di integrazione finanziaria è disposta ad arrivare l’Europa? Dilemma che rievoca ancora una volta una risposta già sentita: servono gli Eurobond!
Le vie per finanziare la difesa
Cerchiamo allora di capire quali sono le armi “finanziarie” per rimpolpare i programmi europei della difesa. "Esiste già un bilancio comune di difesa, ma è molto limitato”, annota in via preliminare Fabrizio Pagani, senior advisor della società di consulenza finanziaria Vitale e già capo della segreteria tecnica del Mef. Che ci sintetizza per mail il ventaglio di opzioni che si apre.
Utilizzo attuale del budget europeo. Si tratta di trovare nelle pieghe del budget dell’Unione risorse adeguate per finanziare progetti comuni, ma queste risorse saranno necessariamente limitate.
Introduzione di una “golden rule” per investimenti nel settore difesa nelle nuove regole fiscali europee. Riguarda la proposta, avanzata da alcuni Paesi, di scorporare gli investimenti in difesa dalle regole di bilancio. In altre parole, si tratta di non considerare dal computo dei target di deficit quanto si spende in difesa. Naturalmente ciò andrebbe sui bilanci nazionali e non creerebbe una linea di credito europea.
Emissione di debito europeo comune. Si tratta di emettere bond per finanziare spese militari comuni ed in particolare progetti di approvvigionamento comune di armamenti. L’Unione Europea ha già un meccanismo rodato di emissioni sul mercato grazie al finanziamento di Next Generation Eu (e quindi dei vari Pnrr nazionali) e di altri programmi di minore entità, quali Sure (l’intervento per gli ammortizzatori sociali). Si ricordi che l’Ue utilizza risorse raccolte sul mercato dei capitali attraverso bond anche per finanziare la Ukraine Facility, che supporta l’economia ucraina (ma non direttamente lo sforzo bellico).
Banca Europea Investimenti. La Bei ha già un programma di 8 miliardi per finanziare progetti “dual use” (che guardano cioè al civile oltre che allo sforzo bellico, ndr). Si tratterebbe di incrementare le risorse disponibili e soprattutto di permettere il finanziamento anche di programmi solo militari.
Utilizzo degli asset russi congelati dalla UE. E’ un tema molto delicato. La proposta che va per la maggiore è quella di utilizzare i soli interessi maturati. Non mancano proposte per un utilizzo più aggressivi di questi fondi, senza però arrivare alla loro confisca pura e semplice.
Come finanziare le spese per la difesa
Vediamo ora nel dettaglio alcuni di questi punti.
Il primo canale di finanziamento diretto riguarda il bilancio comunitario. A inizio mese è stata annunciata una nuova strategia al riguardo, con il primo piano di investimenti (Edip) che si poggia sul bilancio comune di Bruxelles e vale 1,5 miliardi di euro per il periodo 2025-2027. Un modo per rendere strutturali interventi fin qui adottati per via emergenziale. Investimento che mira a “rafforzare la competitività e la capacità di risposta” della base industriale e tecnologica di difesa europea e “garantire la disponibilità e la fornitura di prodotti per la difesa”, oltre a “promuovere la cooperazione con l'Ucraina per il recupero, la ricostruzione e la modernizzazione dell'industria della difesa”.
Un progetto messo ora nelle mani di Parlamento e Consiglio per valutarlo ed eventualmente adottarlo.
Se da una parte la cifra è giudicata ampiamente sufficiente per incidere sui destini della sicurezza Ue, d’altra parte la proposta già ha agitato le acque: Euractiv ha raccolto le indiscrezioni secondo le quali il cancelliere tedesco Scholz avrebbe fatto presente ai leader che non c’è bisogno di “un’altra struttura simile a uno Stato per la difesa nell’Ue”. Il tema del trasferimento di potere divide.
L’eterno ritorno degli Eurobond
Così come divide storicamente la seconda, ma prima per importanza, fonte di finanziamento prospettata: gli Eurobond. Spinti dalla Francia di Macron, con l’Italia favorevole. Avversati dai “frugali”.
Nel caso degli Eurobond, il riferimento alla struttura tecnica del finanziamento è a Sure e Next Generation Eu, il programma contro la disoccupazione e poi per il lancio del Recovery Fund durante la pandemia. Non che prima fossero mancate emissioni comuni: oggi l’Europa ha circa 450 miliardi di debito in circolazione. Ma lì si è completamente svoltata la taglia.
Nel caso di quegli Eurobond, sintetizza un recente lavoro dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica, il meccanismo ha previsto che i Paesi offrissero al bilancio europeo garanzie (impegni di finanziamento) molto superiori alle spese effettive della Ue. La differenza tra le due grandezze è stata offerta ai mercati come garanzia per ottenere il finanziamento.
Pregi e difetti degli Eurobond
Come sarebbe accolta dal mercato una riedizione di quegli strumenti per la difesa? Un recente passaggio di Bloomberg tra alcuni addetti ai lavori del mercato dei bond dimostra come tra gli investitori ci sarebbe un ottimo accoglimento di questi strumenti. Avrebbero infatti un merito di credito molto elevato e i fondi sono in caccia di titoli “tripla A” (massimo giudizio nella pagella del rating), in particolare da quando gli Stati Uniti hanno perduto questo status lo scorso anno. Ulteriore dettaglio apprezzato: le attuali obbligazioni Ue pagano un rendimento leggermente superiore a quello tedesco e francese.
Prova della fame per questi titoli è stata la corsa all’ultima emissione europea da 3 miliardi, il mese scorso, con domanda per 81 miliardi. La prima uscita dell’ottobre 2020 nell’ambito del programma post-pandemia fece il record di ordini di sempre del mercato obbligazionario: 233 miliardi richiesti. Ricorda Pagani che “per il 2024 la Commissione pianifica emissioni per circa 75 miliardi di euro. E dato l’appetito per titoli sovrani europei da parte degli investitori non vi sarebbero problemi ad aumentare questo ammontare anche in maniera sensibile”.
Ma questo dettaglio – rendimenti superiori a quelli nazionali – che piace al mercato è anche un problema per l’Unione. L’Osservatorio parla di un “comma 22” per il debito europeo, che riflette la natura “irrisolta” dell’Ue. Da una parte, la scarsa liquidità del mercato di questi titoli e la natura transitoria del programma di emissioni (finirà nel 2026, con il limite al 2058 per la restituzione di tutto il debito) sono dettagli tecnici che giocano per rendimenti più alti. Ma poi c’è anche il fatto che l’Ue non si è ancora dotata di quelle fonti proprie di finanziamento del bilancio Comune (una serie di tributi propri) che “avrebbero reso l’Unione più indipendente dai Paesi membri per il suo finanziamento. L’Unione continua, dunque, a mancare del tutto della fondamentale capacità dei Paesi sovrani per garantire il proprio debito, ovvero della possibilità (se necessario) di far leva su proprie risorse tributarie”. Ragione per cui il mercato chiede un po’ di premio in più per sottoscrivere.
Una opzione di rincalzo, in caso di mancata intesa sui Defence bond, sarebbe l’emissione di “project bond”: obbligazioni di più Paesi membri per progetti industriali che li accomunano.
Il ruolo della Bei e il divieto a finanziare armi
La via più percorribile ad oggi sembra quella di dare un maggior peso alla Bei.
Nel documento pubblicato dal Consiglio nella notte tra giovedì e venerdì, nella sezione dedicata alla difesa si inserisce un punto che recita l’impegno a “migliorare l'accesso dell'industria europea della difesa ai finanziamenti pubblici e privati. In questo questo contesto, il Consiglio europeo invita il Consiglio e la Commissione a esplorare tutte le opzioni per la mobilitazione dei finanziamenti e a riferire entro giugno”. E poi chiama in causa un altro attore: “La Banca Europea per gli Investimenti è invitata ad adattare la sua politica di prestiti all'industria della difesa e la sua attuale definizione di ‘uso duale’ dei beni, salvaguardando al contempo la sua capacità di finanziamento”.
Frasi che la stessa Bei commenta, attraverso un portavoce, rimarcando che “accoglie con favore l'approvazione da parte del Consiglio europeo del lavoro in corso per aumentare il sostegno all'industria europea della difesa e della sicurezza, salvaguardando al contempo la sua capacità di finanziamento”. E ricorda che la presidente Calviño illustrerà il prossimo mese all’Ecofin la nuova strategia della Banca per la difesa e la sicurezza europea. Nel frattempo, già quattordici Paesi – Italia compresa – avevano inviato una lettera proprio per insistere su un maggiore coinvolgimento di Bei.
Una precisazione è necessaria su quell’”uso duale”. Già oggi, infatti, la Bei è attiva nel supporto alle aziende della difesa, ma per progetti che riguardano l’uso civile. Basta prendere la nostra Leonardo per vedere che dal 2009 in avanti sono arrivati oltre 1,2 miliardi di finanziamenti dalla Banca europea per gli investimenti, l’ultimo dei quali nel novembre 2022 per un prestito da 260 milioni legato ad obiettivi di sostenibilità. Soldi destinati alla ricerca su elicotteristica, sicurezza e elettronica per la difesa e spazio, ma anche per l’attività dei Leonardo Labs che riguardano la lotta ai cambiamenti climatici. Nello stesso anno, sempre la Bei ha finanziato con 240 milioni le attività del nostro Ministero della Difesa con l’obiettivo di “migliorare la capacità di ricerca idrografica e la prevenzione contro i disastri naturali, per la protezione dell'ambiente e per aumentare la sicurezza dello spazio aereo”. Come si vede, altri ambiti civili.
Per arrivare al diretto finanziamento di sistemi di armamenti, inclusi possibili dispositivi ‘letali’, sarebbe necessario un cambio non da poco: la rimozione dallo statuto della Bei del divieto a fornire finanza per questa tipologia di beni. Un passaggio, quello della modifica della lista delle attività escluse dal radar Bei, che richiede la maggioranza semplice degli azionisti, ovvero i 27 Paesi membri.
Il fattore tempo e la Bce
Secondo Sylvain Broyer, capoeconomista per l’area Emea dell’agenzia di rating S&P, c’è una variabile ulteriore da considerare: il calendario. “L'Europa avrebbe bisogno di tempo per decidere su un programma come NextGen EU, e il tempo stringe in vista delle elezioni europee”. Secondo l’economista, “le autorità europee hanno già previsto questi vincoli di calendario e di conseguenza hanno già chiesto alla Bei di contribuire al finanziamento di uno sforzo di difesa europeo”. Un altro attore potrebbe agevolare il meccanismo: “È anche plausibile pensare che la Bce, il cui mandato sussidiario è quello di sostenere le politiche economiche dell'Ue, possa fare spazio agli emittenti sovranazionali europei nel futuro portafoglio di obbligazioni strutturali che ha annunciato la scorsa settimana nell'ambito della revisione del suo framework operativo”.