Stm, tregua tra Roma e Parigi: anche un italiano al comando
di Diego LonghinTORINO — Non ci sarà più un solo uomo al comando in StMicroelectronics. Roma e Parigi, dopo le polemiche degli ultimi mesi sul ridimensionamento del ruolo dei manager italiani all’interno della società, hanno trovato un’intesa per una gestione condivisa del campione europeo dei semiconduttori. Il presidente e amministratore delegato, Jean-Marc Chery, resterà alla guida del gruppo, così come era stato deciso dal Consiglio di sorveglianza a settembre, ma verrà affiancato nel comitato di gestione (finora monocratico) da un manager italiano, Lorenzo Grandi. Secondo il ministero dell’Economia la gestione sarà condivisa. Una sorta di diarchia? C’è chi legge le modifiche dello statuto concordate tra il ministro Giancarlo Giorgetti e il collega francese Bruno Le Maire, che hanno il sapore di una tregua, in questi termini. Chi invece sostiene che Grandi, nonostante le modifiche che saranno approvate dalla assemblea, non potrà avere pari poteri.
TORINO — Non ci sarà più un solo uomo al comando in StMicroelectronics. Roma e Parigi, dopo le polemiche degli ultimi mesi sul ridimensionamento del ruolo dei manager italiani all’interno della società, hanno trovato un’intesa per una gestione condivisa del campione europeo dei semiconduttori. Il presidente e amministratore delegato, Jean-Marc Chery, resterà alla guida del gruppo, così come era stato deciso dal Consiglio di sorveglianza a settembre, ma verrà affiancato nel comitato di gestione (finora monocratico) da un manager italiano, Lorenzo Grandi. Secondo il ministero dell’Economia la gestione sarà condivisa. Una sorta di diarchia? C’è chi legge le modifiche dello statuto concordate tra il ministro Giancarlo Giorgetti e il collega francese Bruno Le Maire, che hanno il sapore di una tregua, in questi termini. Chi invece sostiene che Grandi, nonostante le modifiche che saranno approvate dalla assemblea, non potrà avere pari poteri.
Pomo della discordia tra i due Paesi? La riduzione del peso del management italiano, che ha lasciato in questi anni Stm dopo averla in pratica fondata e fatta crescere, e la soppressione della business unit dedicata ai chip per l’automotive, che era gestita dall’italiano Marco Monti. A preoccupare il governo anche il rischio che la produzione di chip traslochi dalla Sicilia e dalla Lombardia verso il nuovo stabilimento che verrà costruito vicino a Grenoble. Da qui la scelta dell’esecutivo Meloni di mettersi di traverso rispetto al rinnovo di Chery deciso a settembre dal Consiglio di sorveglianza.
Francia e Italia hanno trovato l’accordo. Chery resta alla guida per altri tre anni, fino al 2027. Presiederà il comitato esecutivo, organo di gestione, ma le scelte dovranno essere prese con l’attuale direttore finanziario, Grandi. Una nomina - spiegano fonti del Mef - che riequilibra la presenza italiana ai vertici del campione italo-francese dei chip. Grandi, classe 1961, nato a Sondrio, manterrà pure il ruolo di direttore finanziario ed è confermato nel comitato esecutivo che, causa dimissioni di Monti, era sceso a otto membri. Dopo l’assemblea di maggio tornerà a nove consiglieri. Grandi è un dirigente storico di Stm, dove è entrato nel 1987 come ingegnere di processo, ricerca e sviluppo. Conosce a menadito la multinazionale. La gestione condivisa delle strategie è un cambio strutturale, dal momento che i soci nell’assemblea del 22 maggio ad Amsterdam saranno chiamati ad approvare una modifica dello statuto della società che trasforma il il comitato di gestione in un organo guidato da due teste.
Tra i punti all’ordine del giorno della prossima assemblea ci sarà anche la conferma a membro del Consiglio di sorveglianza fino al 2027 di Nicolas Dufourcq, di cui è presidente, affiancato dal vicepresidente, Maurizio Tamagnini. Stm è controllata al 27,5% da St Holding e ha un flottante del 71,6%. La holding di controllo è pariteticamente in mani francesi e italiani (50% Bpi e 50% Mef). I soci voteranno anche la proposta di dividendo presentata dal Consiglio di sorveglianza, in crescita del 50% a 36 centesimi di dollaro per azione (33,25 centesimi di euro) contro i 24 (22,17 centesimi di euro) dell’esercizio precedente. Piazza Affari non è convinta e il titolo ieri ha perso l’1,38%.