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Vino, allarme sui (pochi) consumi. Pressing per aiuti a rottamare le viti

Il rosso vive una fase di calo strutturale. L’export dei prodotti italiani tiene, ma anche gli altri Paesi affrontano una fase di contrazione. Il settore pronto a chiedere all’Europa fondi per “l’estirpo temporaneo” dei filari. Ma c’è chi dice no
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LA proposta si chiama “estirpo temporaneo” e dovrebbe tracciare la rotta verso una riduzione delle superfici italiane destinate alle viti, con tanto di incentivi all’espianto.

Potrebbe battere in ritirata, dunque, il secondo più prolifico produttore al mondo di vino (l’Italia è passata dietro la Francia dopo la débâcle produttiva dell’anno scorso, meno 23,2% sul 2022) con un patrimonio di denominazione controllate invidiabile e almeno due regioni le cui bottiglie passano di mano tra i collezionisti di mezzo mondo.

L’avidità dell’inflazione scattata a fine 2021 si è mangiata fette su fette di marginalità. Nel frattempo, il costo del denaro è cresciuto sulla spinta dei rialzi applicati dalla Bce, la Banca centrale europea, rendendo più difficile finanziarsi tramite la leva del debito.

Ma è evidente che questi due fattori non bastano a spiegare il perché si stia ragionando seriamente sull’ipotesi di dare incentivi agli espianti di vigneti.

L’imputato numero uno ha un nome ben preciso: i …

LA proposta si chiama “estirpo temporaneo” e dovrebbe tracciare la rotta verso una riduzione delle superfici italiane destinate alle viti, con tanto di incentivi all’espianto.

Potrebbe battere in ritirata, dunque, il secondo più prolifico produttore al mondo di vino (l’Italia è passata dietro la Francia dopo la débâcle produttiva dell’anno scorso, meno 23,2% sul 2022) con un patrimonio di denominazione controllate invidiabile e almeno due regioni le cui bottiglie passano di mano tra i collezionisti di mezzo mondo.

L’avidità dell’inflazione scattata a fine 2021 si è mangiata fette su fette di marginalità. Nel frattempo, il costo del denaro è cresciuto sulla spinta dei rialzi applicati dalla Bce, la Banca centrale europea, rendendo più difficile finanziarsi tramite la leva del debito.

Ma è evidente che questi due fattori non bastano a spiegare il perché si stia ragionando seriamente sull’ipotesi di dare incentivi agli espianti di vigneti.

L’imputato numero uno ha un nome ben preciso: i consumi. Negli ultimi decenni i cali sono stati vistosi e le cifre raccolte dall’osservatorio dell’Unione Italiana Vini lo confermano.

Se negli anni Sessanta in Italia si consumavano oltre 50 milioni di ettolitri di vino all’anno, dal 2020 la media è ferma intorno ai 20 milioni. Le stime al 2040 sono di ulteriore riduzione.

La palla a Bruxelles

«È evidente che non si tratta di un problema incidentale, ma strutturale», sottolinea Luca Rigotti, presidente del Gruppo di lavoro vino del Copa-Cogeca, la principale organizzazione di rappresentanza agroalimentare europea.

E proprio Rigotti, insieme ai colleghi delle altre nazioni europee, è al lavoro per scrivere il documento con il quale chiedere alla Commissione europea gli incentivi all’estirpo temporaneo. «Lo stiamo redigendo in questi giorni e lo porteremo in Commissione a breve».

La proposta che arriverà sui tavoli di Bruxelles sarà in questi termini: organizzare un piano di incentivi per un estirpo temporaneo dei vigneti tra i cinque e gli otto anni, al termine dei quali l’agricoltore potrà decidere se uscire definitivamente dal settore del vino o se rientrarvi.

«Durante quel periodo – precisa Rigotti – i viticoltori potrebbero dedicare la loro terra ad altre colture, oppure accedere agli ecoschemi agro-ambientali (introdotti dalla Politica agricola comune 2023/2027), così da avere un minimo di reddito con il quale sostenersi».

Il precedente francese

L’idea ha raccolto il parere favorevole di Coldiretti e Cia-Agricoltori italiani. D’altronde, la Francia in primis l’anno scorso ha messo in campo 30 milioni di euro di risorse nazionali per sostenere l’espianto di 9 mila ettari di vigneti.

In realtà, a Parigi non si sono fermati qui e sempre l’anno scorso hanno varato un piano di ristrutturazione dei vigneti da 150 milioni di euro, che secondo alcune stime potrebbe portare l’estirpo definitivo di 150 mila ettari di vigne: il 20% esatto dell’intera superficie vitata.

C’è da dire che in questi anni i vignaioli italiani certe scelte le hanno prese anche senza il bisogno di incentivi. Basti pensare che dal 2000 al 2020 la superficie vitata italiana è diminuita dell’11%.

C’è chi dice no

A storcere il naso difronte a queste prospettive è invece l’Unione Italiana Vini, che al momento ha scelto di dire un netto no a qualsiasi azione di estirpo con premialità da fondi Ue.

Il timore dell’associazione, fondato su alcune voci emerse nelle ultime settimane, è che i contributi per la rottamazione dei vigneti possano essere prelevati da quelli attualmente stanziati all’interno del Programma nazionale di sostegno, lo strumento con cui l’Europa ogni anno mette a disposizione circa 120 milioni di euro per ristrutturare i vigneti esistenti sul territorio nazionale.

«Le misure – ricordano dall’Uiv – mirano a rafforzare la competitività delle imprese del vino, non a incoraggiare l’abbandono della vigna. Un dibattito su possibili piani di estirpo in alcune aree viticole del Paese è un tema da affrontare con estrema cautela, con dati concreti sulla situazione del potenziale e sull’andamento dei consumi in futuro».

Tempi duri

Tornando a parlare di numeri, per il vino italiano sono anni duri. Anzi, durissimi. Ma non sono da meno le vicine Francia e Spagna, entrambe sedute al tavolo di discussione per arrivare a un documento europeo sugli estirpi. E che dire dell’Australia: diverso continente, uguale problema.

Come si diceva, le cifre sono impietose. Lungo lo Stivale i consumi di vino sono crollati del 60% negli ultimi sessant’anni e a tendere continueranno a diminuire. Perché? Semplicemente i giovani bevono sempre meno vino.

Nel 1990 i consumatori under 25 erano il 17% e quelli over 65 il 18%, oggi sono rispettivamente il 15% e il 20%, mentre nel 2039 diventeranno il 13% e il 29%.

Qualche altro dato. Nel 2023 l’export di vini italiani è passato da un giro d’affari di 7,9 miliardi di euro a uno di 7,77 miliardi.

A livello interno, sempre l’anno scorso le vendite nei negozi e nella grande distribuzione organizzata sono finite sotto la quota di 1 miliardo di bottiglie.

Le bollicine reggono

Tuttavia, i cali non sono omogenei. Le bollicine continuano ad andare bene e i bianchi mantengono la loro posizione. Un Sos è invece scattato per i rossi. La tipologia simbolo del vino tricolore nel 2023 ha ceduto il 6% tra i consumi di prodotti a denominazione.

Una caduta quasi tre volte più ampia della media. Non è un caso se la Sicilia l’anno scorso (sulla falsariga di tanti produttori francesi) ha scelto di chiedere la “distillazione di crisi”, che ha consentito di trasformare i vini rossi e rosati in eccesso in etanolo, destinandoli poi ad usi industriali.

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