✕

Case green, il nodo dei bonus

Cinque milioni di edifici inefficienti sotto il profilo energetico. Le associazioni dei proprietari chiedono una nuova stagione di incentivi, più che di imposizioni
3 minuti di lettura

Una «nuova follia Ue» per il leader della Lega Matteo Salvini. Ma anche «l’ennesima direttiva impraticabile» per il leader di Azione Carlo Calenda. La direttiva Ue sulle case green ha avuto il via libera definitivo dell’Europarlamento nella seduta plenaria di marzo, ma in Italia la politica fa a gara a prenderne le distanze. E non solo la politica: Confedilizia, la principale associazione di proprietari di casa, definisce «fuori dal mondo» l’obiettivo finale del provvedimento, arrivare a un patrimonio edilizio a emissioni zero entro il 2050. Un certo scetticismo pervade tutti gli addetti ai lavori, soprattutto perché la direttiva non ha stanziato per il momento fondi ad hoc. E allora la domanda è: si tratta di un obiettivo «ambizioso», come ha detto il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, ma raggiungibile, oppure è davvero al di fuori della portata dell’Italia?

Un approccio graduale

Se anziché guardare dire…

Una «nuova follia Ue» per il leader della Lega Matteo Salvini. Ma anche «l’ennesima direttiva impraticabile» per il leader di Azione Carlo Calenda. La direttiva Ue sulle case green ha avuto il via libera definitivo dell’Europarlamento nella seduta plenaria di marzo, ma in Italia la politica fa a gara a prenderne le distanze. E non solo la politica: Confedilizia, la principale associazione di proprietari di casa, definisce «fuori dal mondo» l’obiettivo finale del provvedimento, arrivare a un patrimonio edilizio a emissioni zero entro il 2050. Un certo scetticismo pervade tutti gli addetti ai lavori, soprattutto perché la direttiva non ha stanziato per il momento fondi ad hoc. E allora la domanda è: si tratta di un obiettivo «ambizioso», come ha detto il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, ma raggiungibile, oppure è davvero al di fuori della portata dell’Italia?

Un approccio graduale

Se anziché guardare direttamente al 2050 si considera un approccio graduale all’efficientamento energetico, concentrandosi sul primo step, la riduzione dei consumi degli edifici residenziali del 16% rispetto al 2020, forse la sfida può essere considerata più a portata di mano. Intanto perché si parte già con un risparmio energetico del 5%, realizzato grazie agli interventi del Superbonus, 480 mila edifici ristrutturati, secondo l’ultimo report Enea, con un costo complessivo a carico dello Stato di 114,4 miliardi di euro. Per raggiungere un risparmio energetico del 16% al 2030, calcola l’Ance, l’associazione dei costruttori di Confindustria, bisognerebbe arrivare a 1.470.000 edifici ristrutturati, mentre per centrare il 20-22% di risparmio previsto entro il 2035 il numero arriva a 1.900.000.

Gli interventi che servono

I lavori richiesti sono di un certo peso: non tanto, e non solo, il cappotto termico e la sostituzione degli infissi, ma anche la sostituzione degli impianti energetici (tra l’altro dal 2025 saranno vietati gli incentivi per l’acquisto di caldaie che si alimentano con combustibili fossili, in vista del 2040, quando ne verrà invece bandito l’uso). In Europa, emerge da un’indagine di Aira, azienda svedese che da poco ha fatto il suo ingresso in Italia, e che si occupa di tecnologie per l’energia pulita, il riscaldamento domestico è il terzo responsabile per le emissioni di CO2, e per oltre il 60% è ancora alimentato con combustibili fossili, che rappresentano il 40% delle emissioni domestiche totali. Attualmente, l’adozione delle pompe di calore è in fase iniziale nella maggior parte dei Paesi europei, con circa 130 milioni di famiglie che utilizzano ancora caldaie a gas. E quindi, entro il 2030, in Europa dovrebbero essere vendute e installate almeno 10 milioni di pompe di calore all’anno. In Italia le percentuali sono un po’ più alte: il 67% delle famiglie utilizza combustibili fossili per riscaldare la propria casa.

Risparmiare non basta

«Il paradosso della direttiva – rileva Davide Chiaroni, vicedirettore e cofondatore di Energy&Strategy, della School of Management del Politecnico di Milano – è che abbattere i consumi termici, partendo dagli edifici di classe più bassa, è tutto sommato un obiettivo a portata di mano: basterebbe sostituire le caldaie più vecchie con caldaie nuove, a condensazione, un investimento tra i 5.000 e i 7.000 euro per unità immobiliare. Ma così non si affronta la questione della decarbonizzazione: per questo serve invece ridurre anche la componente emissiva, che richiede invece un intervento più complesso, che può comportare il passaggio al vettore elettrico, con le pompe di calore, che però per funzionare bene richiedono altri adattamenti, per esempio un sistema di radiatori a pavimento, e questo fa lievitare i costi».

La copertura dei costi

Ecco il vero nodo. «Chi paga?», chiede il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa. «Si parla di 5 milioni di immobili con situazioni di efficienza energica inadeguate, per una spesa media di 600 mila euro a condominio per l’efficientamento. Senza contare che da noi c’è anche la questione sismica, per cui sarebbe un errore avere magari tutti gli immobili in classe A, ma a rischio crollo in diverse aree del Paese. Non dico che la questione non vada affrontata, ma servono politiche di accompagnamento e di incentivazione, piuttosto che di imposizione violenta». Soprattutto, gli incentivi non possono più essere al 110 o al 100%, perché l’esperienza dimostra che agevolazioni così generose provocano distorsioni di mercato. E vanno indirizzati là dove ce n’è più bisogno, l’esatto contrario di quello che è avvenuto con il Superbonus: prima che venisse ammessa la cessione del credito, rileva l’Ance, il 10% più ricco della popolazione ha usufruito del 50% dei bonus edilizi, mentre il 50% più povero si è dovuto accontentare del 10% dei bonus.

Le priorità

I risultati di questa distribuzione delle risorse emergono dall’ultimo report Enea, I-Com e Fiaip sul mercato immobiliare: nelle zone di estrema periferia gli immobili compravenduti nel 2023 sono per l’83% nelle classi energetiche più basse, quelli A e B sono solo il 5%. Nelle zone di pregio la percentuale di immobili nelle prime classi energetiche è del 45%; la classe “B” degli immobili compravenduti raggiunge da sola il 12,73%. Se si vogliono raggiungere gli obiettivi della direttiva, stavolta le risorse, ammesso che il governo riesca a trovarle, perché la direttiva al momento non le stanzia, vanno distribuite partendo dal basso.

Leggi i commenti