Poste, la prudenza di Giorgetti: “All’inizio potremmo fermarci al 51%”
di Giuseppe ColomboROMA – La cessione dell’intera quota del Mef vale parecchio: 4,4 miliardi. Se la dismissione del 29,2% di Poste avvenisse rapidamente e in un colpo solo, il governo potrebbe festeggiare un passo in avanti significativo sulle privatizzazioni promesse nei prossimi tre anni (20 miliardi, circa 1 punto di Pil).
Ma Giancarlo Giorgetti invoca prudenza. Incalzato alla Camera dalle opposizioni, che lo accusano di un Dpcm poco trasparente, il titolare del Tesoro spiega che la cessione di una fetta della partecipazione pubblica della società postale scatterà solo quando ci saranno le condizioni per “massimizzare l’introito realizzabile”.
Ecco perché chiarisce che portare la quota pubblica al valore più basso possibile (35%), senza perdere il controllo, è un’ope…
ROMA – La cessione dell’intera quota del Mef vale parecchio: 4,4 miliardi. Se la dismissione del 29,2% di Poste avvenisse rapidamente e in un colpo solo, il governo potrebbe festeggiare un passo in avanti significativo sulle privatizzazioni promesse nei prossimi tre anni (20 miliardi, circa 1 punto di Pil).
Ma Giancarlo Giorgetti invoca prudenza. Incalzato alla Camera dalle opposizioni, che lo accusano di un Dpcm poco trasparente, il titolare del Tesoro spiega che la cessione di una fetta della partecipazione pubblica della società postale scatterà solo quando ci saranno le condizioni per “massimizzare l’introito realizzabile”.
Ecco perché chiarisce che portare la quota pubblica al valore più basso possibile (35%), senza perdere il controllo, è un’operazione che potrà essere condotta "progressivamente e in più fasi”.
All’inizio, aggiunge, “il governo potrebbe anche fermarsi al 51%, un’asticella soddisfacente”. In questo caso verrebbe ceduto il 13%, per un incasso di circa 2 miliardi.
Quello che più conta per Giorgetti è l’effetto sul debito: i risparmi in termini di spesa per interessi sono stimati in 200 milioni all’anno. E compenseranno le perdite dei dividendi. Almeno questo è l’auspicio perché il ministro dell’Economia deve ammettere che ci sarà un trade off negativo di circa 100 milioni annui a causa del "confronto tra mancati dividendi e minori interessi passivi”.
Il Pd attacca: "L’operazione Poste appare insensata visto che non è nemmeno conveniente, come ha ammesso pubblicamente Giorgetti”, chiosano i deputati Silvia Roggiani, Cecilia Guerra, Silvio Lai, Claudio Mancini e Ubaldo Pagano.
"Vogliono svendere un gioiello di famiglia, punto di riferimento nei territori e fidato luogo di raccolta dei risparmi”, è l’accusa dei parlamentari Francesca Ghirra e Marco Grimaldi (Avs). Giorgetti rassicura sui livelli occupazionali: “Il Piano industriale non contempla alcun impatto negativo” e comunque saranno monitorate le decisioni aziendali per “garantirne la salvaguardia”. Prove di distensione in mezzo ai veleni per la vendita di Poste.
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