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“L’Europa deve difendere l’industria dell’acciaio”

(afp)
Parla Axel Eggert, direttore di Eurofer: “Troppe importazioni a basso costo sovvenzionate da Paesi extra-Ue”
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Axel Eggert, direttore generale di Eurofer, l’associazione europea dei produttori di acciaio: quali sono le conseguenze della guerra Russia-Ucraina sul mercato siderurgico? «L’industria siderurgica europea sta attraversando un periodo difficile, l’aggressione russa all’Ucraina ha portato prezzi dell’energia più alti rispetto al periodo ante Covid. Anche le materie prime sono più care, ed essenziale è la disponibilità e i prezzi sul mercato dei rottami ferrosi da riciclo, vista la transizione in corso verso l’elettrosiderurgia che ha un impatto carbonico più basso degli altoforni».

La sovraproduzione a livello mondiale che invade l’Occidente è diventato un problema?

“L’Europa è stata l’unica macro regione ad aver tagliato la capacità produttiva negli ultimi 15 anni. L’anno scorso si è registrata la produzione di acciaio più bassa di sempre nella Ue, intorno a 126 milioni di tonnellate, con una domanda di 140 milioni e dal 2016 c’è un saldo commerciale negativo. Era sempre stato posi…

Axel Eggert, direttore generale di Eurofer, l’associazione europea dei produttori di acciaio: quali sono le conseguenze della guerra Russia-Ucraina sul mercato siderurgico? «L’industria siderurgica europea sta attraversando un periodo difficile, l’aggressione russa all’Ucraina ha portato prezzi dell’energia più alti rispetto al periodo ante Covid. Anche le materie prime sono più care, ed essenziale è la disponibilità e i prezzi sul mercato dei rottami ferrosi da riciclo, vista la transizione in corso verso l’elettrosiderurgia che ha un impatto carbonico più basso degli altoforni».

La sovraproduzione a livello mondiale che invade l’Occidente è diventato un problema?

“L’Europa è stata l’unica macro regione ad aver tagliato la capacità produttiva negli ultimi 15 anni. L’anno scorso si è registrata la produzione di acciaio più bassa di sempre nella Ue, intorno a 126 milioni di tonnellate, con una domanda di 140 milioni e dal 2016 c’è un saldo commerciale negativo. Era sempre stato positivo, ma l’aumento della capacità produttiva globale sostenuta dai programmi governativi di sostegno ha rovesciato la situazione e l’Europa ha perso circa 30 milioni di tonnellate nei mercati di esportazione e interni in 12 anni”.

Ma con la transizione energetica la domanda di acciaio dovrebbe salire, giusto?

“Ci sono grandi progetti che dipendono da prodotti siderurgici. Stimiamo che serviranno 160 milioni di tonnellate l’anno di acciaio per la transizione verso gli obiettivi climatici Ue. Innanzitutto le infrastrutture per le energie rinnovabili avranno bisogno di almeno 4 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Inoltre, negli ultimi 15 anni la maggior parte dei Paesi membri non ha fatto i necessari investimenti in diversi altri tipi di infrastrutture, come per esempio i ponti, che occorre fare”.

Perché è saltato il negoziato tra Europa e Stati Uniti per creare una zona comune all’interno della quale produrre acciaio verde?

“In realtà la trattativa non è saltata, è solo congelata. Dei passi avanti sono stati fatti, ma il negoziato si è rallentato dopo l’estate 2023 per l’avvicinarsi della campagna elettorale americana. E sul fatto che gli americani vorrebbero mettere dazi al 25% sulle importazioni di acciaio dai Paesi che non fanno parte dell’area comune. Mentre l’Europa non è così drastica. Comunque, dopo le elezioni americane, si è stabilito che si continuerà a negoziare fino a marzo 2025”.

La Ue ha fissato obiettivi sfidanti per la transizione energetica ma non ha stanziato fondi specifici per raggiungerli. È così?

“I soldi ci sono e sono a disposizione dei vari governi ma le condizioni per ottenerli non sono facili da rispettare. In Italia il Pnrr ha stanziato 70 miliardi ma solo per progetti che si devono concludere entro il 2026, una scadenza impossibile per le acciaierie. Per i Paesi dell’Est c’è il Modernization fund, l’Innovation fund, oltre ai finanziamenti della Bei. Certamente abbiamo bisogno di supporto politico per realizzare la transizione green dell’acciaio nel quadro di una vera politica industriale comune europea, che al momento manca, e che occorre sviluppare nella prossima legislatura Ue”.

Che cosa è successo all’Ilva di Taranto, dove non è stato trovato un accordo tra gli azionisti per fare gli investimenti di decarbonizzazione?

“Posso solo dire che Taranto ha una collocazione fantastica e sarebbe un disastro se la produzione di acciaio si fermasse. Si spalancherebbero le porte all’invasione dal resto del mondo di acciaio a basso prezzo e frutto di sussidi. Ora il governo sta cercando nuovi azionisti ma è assolutamente necessario che si trovi un accordo per fornire a Taranto energia verde e perché si facciano gli investimenti per decarbonizzare gli impianti”.

Come mai la Ue permette ai semilavorati russi di entrare in Europa attraverso il Belgio o la Repubblica Ceca?

“È un’eccezione che è stata garantita all’Europa fino al 2028, poiché le sanzioni richiedono l’unanimità tra gli stati membri. Ma è chiaro che così si rifornisce la Russia di miliardi con un effetto al ribasso sui prezzi europei del mercato dell’acciaio, visto che la Russia ha costi dell’energia molto più bassi rispetto all’Occidente. È inaccettabile ed è una seria distorsione. Le poche società che beneficiano di queste importazioni devono urgentemente cambiare la loro strategia, preferibilmente con investimenti diretti e sostenibili sul territorio europeo”.

L’Europa potrebbe alzare barriere contro le importazioni di acciaio a basso costo dal resto mondo?

“Ci sono molte pratiche non corrette messe in atto da Paesi non Ue. La salvaguardia dell’acciaio europeo fino al 2026 e le sue clausole devono essere aggiornate tenendo presente la loro efficacia e la realtà odierna. La Ue deve utilizzare tutta la forza dei suoi strumenti di difesa commerciale contro le importazioni a basso costo, oggetto di dumping e sovvenzionate da Paesi extra-Ue. E contro qualsiasi tipo di elusione, da Paesi come Vietnam, Taiwan e Turchia. È ora di farlo, abbiamo già avuto discussioni a livello europeo e tutti concordano sul fatto che occorre fare di più per difendere gli interessi dell’industria europea”.

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