Francia, Germania e Italia rilanciano un piano europeo per l’industria. Intanto ogni Paese difende la sua
di Filippo SantelliI ministri dell'Economia francese Le Maire (a sinistra), il tedesco Habeck (al centro) e il ministro delle Imprese italiano Urso (destra) di vedranno oggi a Parigi
ROMA – “L’Europa deve rimanere una potenza industriale”. L’obiettivo è condiviso nelle parole dei ministri dell’Economia e dell’Industria di Francia, Germania e Italia che lunedì si riuniscono a Parigi. E condivisa è l’idea che “si debba agire con urgenza” - come si legge nella bozza di comunicato finale che Le Maire, Habeck e Urso firmeranno - visto che l’Europa rischia di essere il vaso di coccio nella sfida geo-economica tra le superpotenze: la Cina che a suon di sussidi ha preso il controllo delle filiere chiave per la transizione ecologica; e gli Stati Uniti che hanno risposto con maxi incentivi uguali e contrari, conditi da clausole protezionistiche “compra americano”. Dal vertice di Parigi uscirà quindi un messaggio politico per la prossima Commissione: la priorità è lavorare a un Industrial Act, un grande piano che dia all’Europa, ai suoi Paesi e alle sue aziende gli strumenti per raggiungere gli obiettivi delle transizioni verde, supportandone competitività e autonomia strate…
ROMA – “L’Europa deve rimanere una potenza industriale”. L’obiettivo è condiviso nelle parole dei ministri dell’Economia e dell’Industria di Francia, Germania e Italia che lunedì si riuniscono a Parigi. E condivisa è l’idea che “si debba agire con urgenza” - come si legge nella bozza di comunicato finale che Le Maire, Habeck e Urso firmeranno - visto che l’Europa rischia di essere il vaso di coccio nella sfida geo-economica tra le superpotenze: la Cina che a suon di sussidi ha preso il controllo delle filiere chiave per la transizione ecologica; e gli Stati Uniti che hanno risposto con maxi incentivi uguali e contrari, conditi da clausole protezionistiche “compra americano”. Dal vertice di Parigi uscirà quindi un messaggio politico per la prossima Commissione: la priorità è lavorare a un Industrial Act, un grande piano che dia all’Europa, ai suoi Paesi e alle sue aziende gli strumenti per raggiungere gli obiettivi delle transizioni verde, supportandone competitività e autonomia strategica nelle filiere delle tecnologie verdi, del digitale, dell’acciaio e della difesa (settori, questi ultimi due, su cui il governo italiano ha spinto molto).
Cina e Usa corrono, l’Europa cammina
Il problema è che, sulla strategia e gli strumenti concreti da adottare, la condivisione non c’è. A livello dei 27 Paesi europei, ma in fondo anche tra le tre potenze industriali dell’Unione, come mostra un comunicato finale che resta a livello di principi. Si parla di eliminazione dei “fardelli amministrativi non necessari”, di “accelerare gli investimenti pubblici e privati”, di “proseguire le transizioni con una base economica resiliente”. Non è questa trilaterale tra ministri il luogo per elaborare proposte effettive. Ma dietro all’astrazione delle formule si percepiscono le spaccature e le tensioni che finora hanno condizionato la (non) risposta europea al nuovo paradigma geo-economico. La resistenza della Germania – e degli altri Paesi “frugali” – a prevedere nuove risorse comuni, di fronte alle decine di miliardi stanziati da Cina e Stati Uniti. La tendenza dei vari Paesi membri, in assenza di coordinamento, a farsi concorrenza usando le (poche) risorse disponibili per sussidiare investimenti e incrementare la loro fetta di una torta industriale sempre più piccola, con il rischio di spaccare il mercato comune (vedere, nei chip, la recente querelle franco-italiana su Stm o la corsa dei vari governi per assicurarsi gli stabilimenti di Intel in Europa). Intanto Bruxelles ha fissato degli obiettivi di “produzione europea” per una serie di tecnologie chiave, ma non vincolanti e non per forza efficaci.
Pannelli nazionali
E’ emblematico il caso del settore fotovoltaico, dove al momento le aziende cinesi forniscono il 95% dei pannelli solari utilizzati in Europa, a prezzi stracciati grazie ai vari incentivi di cui godono in patria. Alla vigilia del vertice di Parigi il ministro francese Le Maire ha detto che il suo obiettivo è che almeno il 40% dei pannelli installati in Francia sia prodotto da fabbriche francesi. E’ una logica che prova a legare – proprio come hanno fatto gli Stati Uniti - gli incentivi ai consumi “verdi” alla produzione locale (a sua volta, in molti casi incentivata). Una logica che Parigi ha provato per prima cosa ad applicare alle auto elettriche e a cui ora si sta ispirando anche il governo italiano, per i sussidi alle rinnovabili contenute nel piano Industria 5.0 e – in prospettiva – anche per quelli auto.
Si tratta di una strategia di “sostituzione delle importazioni” che, se applicata a livello nazionale, confina con il protezionismo. Ma che, anche applicata a livello dell’intera Europa, rischia di essere controproducente. Nel settore fotovoltaico, sostiene per esempio un recente rapporto del think tank Bruegel, non ci sono giustificazioni né economiche né strategiche per rimpiazzare il 40% dei pannelli cinesi con prodotti europei: saremmo comunque dipendenti dai semilavorati orientali e i risultati sarebbero solo far crescere i costi per i clienti finali, rallentare la transizione verde e creare un’industria dipendente dai sussidi.
Una politica industriale europea
Ciò che vale per i pannelli solari non necessariamente si applica a industrie molto diverse come i microchip o le auto elettriche – dove la Commissione, spinta dalla Francia, ha avviato un’indagine sulle importazioni di vetture cinesi che fra qualche mese potrebbe portare all’introduzione di dazi. Ma l’analisi di Bruegel aggiunge una dimensione ulteriore al dibattito europeo sulle politiche industriali. E’ chiaro che il primo punto chiave è avere delle risorse comuni: come ha detto Mario Draghi, che sta preparando un attesissimo rapporto sulla competitività dell’Europa, all’Unione servono 500 miliardi di euro l’anno di investimenti per affrontare la duplice transizione digitale ed energetica, senza neppure considerare le spese per la difesa. Il secondo però è come impiegare le risorse al meglio: le politiche industriali vanno concentrate su tecnologie ad alto contenuto di innovazione (lo sono i pannelli che Enel produce a Catania, per restare in tema di solare), che hanno il migliore impatto occupazionale e sulla crescita, che garantiscono i maggiori benefici per gli obiettivi di transizione e di indipendenza strategica. L’Europa sbaglierebbe, ha scritto anche l’Economist, a inseguire Cina e Stati Uniti nel loro “gioco a somma zero” di sussidi e protezionismi, anche se fra qualche mese Donald Trump lo infiammasse imponendo dazi su tutte le importazioni verso gli Usa. Diranno lunedì i tre ministri nella loro dichiarazione: “Le politiche industriali europee dovrebbero combinare un supporto mirato alle industria strategiche con lo stimolo ad un alto livello di competizione nel mercato unico e alla riduzione dei fardelli burocratici”. Principi condivisibili e condivisi: tutto sta nel metterli in pratica.