✕

In rosso le università del Regno Unito

Almeno 39 atenei hanno già tagliato il personale e i corsi. Colpa del crollo degli studenti stranieri, dell’inflazione e del congelamento delle rette
3 minuti di lettura

LONDRA – Questo non è solo il Paese di “Oxbridge”, ossia di Oxford, Cambridge e altre eccellenze mondiali come la London School of Economics e il King’s College a Londra. Perché sempre più università del Regno Unito hanno gravi problemi finanziari. Qualcuna potrebbe addirittura fallire, per la prima volta nella storia recente: «Lavoro in questo settore da oltre trent’anni – confessa al “Times” John Rushforth, segretario esecutivo della Committee of University Chairs, ovvero l’associazione no-profit che riunisce i dirigenti delle università oltremanica – e non ho mai visto i miei colleghi così preoccupati».

Partiamo dai sintomi di questa “malattia”, forse tempesta perfetta per molti atenei, soprattutto quelli medi e piccoli. Almeno 39 università e istituzioni accademiche britanniche hanno già annunciato tagli e/o licenziamenti quest’anno: 58 dipendenti della University of Kent e altri 150 della Sheffield Hallam sono a rischio per difficoltà finanziarie. Alcuni professori, come Tanzil …

LONDRA – Questo non è solo il Paese di “Oxbridge”, ossia di Oxford, Cambridge e altre eccellenze mondiali come la London School of Economics e il King’s College a Londra. Perché sempre più università del Regno Unito hanno gravi problemi finanziari. Qualcuna potrebbe addirittura fallire, per la prima volta nella storia recente: «Lavoro in questo settore da oltre trent’anni – confessa al “Times” John Rushforth, segretario esecutivo della Committee of University Chairs, ovvero l’associazione no-profit che riunisce i dirigenti delle università oltremanica – e non ho mai visto i miei colleghi così preoccupati».

Partiamo dai sintomi di questa “malattia”, forse tempesta perfetta per molti atenei, soprattutto quelli medi e piccoli. Almeno 39 università e istituzioni accademiche britanniche hanno già annunciato tagli e/o licenziamenti quest’anno: 58 dipendenti della University of Kent e altri 150 della Sheffield Hallam sono a rischio per difficoltà finanziarie. Alcuni professori, come Tanzil Chowdhury della Queen Mary University della capitale, non ricevono lo stipendio «da mesi, come punizione» per aver protestato contro i tagli della scorsa estate. La celebre University of York ha un buco di 24 milioni di sterline, la Coventry University ha già annunciato tagli per 95 milioni nei prossimi due anni finanziari.

Non solo. Sempre più corsi universitari umanistici stanno svanendo. «Non ci sono alternative – sintetizza brutalmente Rushforth – o si tagliano le spese o le lezioni». L’Università del Kent ha annunciato la cancellazione di nove moduli, tra cui filosofia, lingue moderne e letteratura comparata. Anche la scozzese Aberdeen dirà presto addio alle lingue straniere, così come farà Winchester per molti corsi di lettere. Mentre la Oxford Brookes sta cassando le lezioni di musica e riducendo drasticamente il suo dipartimento di storia. E lo stesso governo britannico di Rishi Sunak ha di recente tagliato i fondi agli studi umanistici. «Uno scenario inquietante», secondo Jo Grady, presidente del sindacato di settore University and College Union.

Da dove arrivano le matricole

Ma passiamo alle cause di questa sindrome potenzialmente letale per molti atenei del Regno oramai finiti in un “catch 22”: un vicolo cieco, o un cane che si morde la coda. Ovviamente, il problema principale è che mancano i soldi. Perché? Primo: l’inflazione e i costi sempre più alti. Secondo: il congelamento, ufficializzato dal governo di Theresa May nel 2017, delle rette universitarie per gli studenti britannici e per i residenti stranieri permanenti oltremanica, che non devono essere più alte di 9.250 sterline all’anno (circa 11mila euro). Terzo: il calo di studenti stranieri, oramai l’unica manna da cui le università britanniche possono mungere soldi.

Sinora i “non-britannici”, soprattutto da Cina, India e resto dell’Asia, sono stati salvifici perché pagano in media il quadruplo delle rette degli “autoctoni”. Ma se fino all’anno scorso gli universitari stranieri erano 560mila, con un aumento del 60% negli ultimi quattro anni, ora sono in calo del 34%. Principalmente, per un motivo: l’inasprimento delle leggi sull’immigrazione da parte del governo Sunak, che sta cercando disperatamente di ridurre il numero di arrivi netti sul suolo britannico (l’anno scorso 672mila, record di sempre). Il risultato è che ora gli stranieri immatricolati per lauree di primo e secondo livello non possono più portare con sé i propri familiari nel Regno Unito, a meno che non abbiano un dottorato di ricerca. Inoltre, il ministro dell’Interno James Cleverly ha annunciato che sempre agli stranieri verranno ridotti anche i permessi di soggiorno post-laurea (per trovare lavoro).

Il sistema è così volatile e instabile che lo stop di studenti da un singolo Paese può innescare terremoti finanziari negli atenei britannici. Per esempio, gli studenti indiani sono in calo del 34% soprattutto per le ultime restrizioni dei visti ai familiari, mentre quelli nigeriani (che negli ultimi cinque anni si erano quadruplicati) sono in calo fino al 70% per la crisi finanziaria a Lagos e il crollo della valuta locale naira che ha impossibilitato molti a trasferirsi. Eppure, i nigeriani sono fondamentali per le università britanniche perché sino all’anno scorso ne erano iscritti 34mila, superando addirittura gli studenti di tutta la Ue (33mila), anche loro in drastico calo perché prima di Brexit pagavano rette calmierate come i britannici (ora non più). Risultato: la Northumbria University, destinazione di molti nigeriani, ora si ritrova un buco clamoroso nelle casse.

Ovviamente c’entra anche la Brexit: il mancato arrivo di sovvenzioni Ue significa, secondo “FullFact”, circa il 16% di fondi in meno per la ricerca accademica. E per fortuna il Regno Unito è appena rientrato nel programma europeo Horizon, altrimenti avrebbero sofferto pure Oxford e Cambridge. In ogni caso, le università non possono immatricolare troppi stranieri a scapito degli studenti britannici, che già vanno all’università soltanto nel 35% dei casi contro il 55% dell’Australia, per esempio. La formazione delle nuove generazioni locali dev’essere garantita. Dunque, nonostante le casse si stiano svuotando, bisogna sempre trovare un equilibrio. Tuttavia la dipendenza finanziaria dallo “straniero” è crescente: nell’anno accademico 2016-2017 le rette degli studenti britannici rappresentavano il 32% degli introiti totali delle università oltremanica, mentre quelle degli extra Uk il 12%. Ora, invece, siamo rispettivamente al 28% e 19%.

Infine, il governo Sunak ha imposto agli atenei anche di ridurre le controverse collaborazioni con istituzioni e università cinesi e altri Paesi “ostili”, dopo che si è scoperto come questi imponessero discutibili regole e ideologie, per esempio nei “Confucius Institutes”, sul suolo britannico ma finanziati direttamente da Pechino. Eppure anche questa era soprattutto una scappatoia per gli atenei per fare cassa. Ora, invece, sono sempre più in una strettoia. Tanto che persino il conservatore Telegraph ha scritto, provocazione o no: «Vista la situazione, una buona notizia per ricominciare da zero sarebbe che tutte queste università fallissero».

Leggi i commenti