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La premier: “Il declino demografico non sia un destino”. Meloni ferma agli slogan

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La premier parla delle misure a favore della famiglia. Ma il bilancio degli interventi, tra bonus e una tantum, è in rosso. Non c’è un progetto. Né il promesso quoziente famigliare
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ROMA — Parla per venticinque minuti la premier Giorgia Meloni. Si appassiona: «Il declino demografico non è un destino». Si indigna: «L’utero in affitto è una pratica disumana, presto sarà reato universale». Poi si difende: «Abbiamo messo in campo 2,5 miliardi di investimenti diretti con benefici per le famiglie italiane da 16 miliardi».

Non si capisce cosa ci sia nel conto, forse pure il taglio al cuneo e all’Irpef. Fatto sta che il governo di destra oramai gioca in difesa sulla famiglia. Nasconde le promesse sul quoziente famigliare. E tace sulla non-politica in atto – tra bonus e una tantum – che ormai anche le associazioni le rinfacciano.

Il monito di Mattarella

La cornice dell’intervento di Meloni è la Camera di Commercio di Roma, teatro di un con…

ROMA — Parla per venticinque minuti la premier Giorgia Meloni. Si appassiona: «Il declino demografico non è un destino». Si indigna: «L’utero in affitto è una pratica disumana, presto sarà reato universale». Poi si difende: «Abbiamo messo in campo 2,5 miliardi di investimenti diretti con benefici per le famiglie italiane da 16 miliardi».

Non si capisce cosa ci sia nel conto, forse pure il taglio al cuneo e all’Irpef. Fatto sta che il governo di destra oramai gioca in difesa sulla famiglia. Nasconde le promesse sul quoziente famigliare. E tace sulla non-politica in atto – tra bonus e una tantum – che ormai anche le associazioni le rinfacciano.

Il monito di Mattarella

La cornice dell’intervento di Meloni è la Camera di Commercio di Roma, teatro di un convegno sulla transizione demografica organizzato dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella. Ricca platea. Due commissarie europee, per la Demografia e per l’Uguaglianza, Dubravka Suica e Helena Dalli (Meloni le guarda quando chiede «le spese per la famiglia conteggiate come investimenti»).

E ben sei ministri: Giancarlo Giorgetti, Marina Calderone, Antonio Tajani, Raffaele Fitto, Francesco Lollobrigida, Gilberto Pichetto Fratin. Apre l’assise un videomessaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Bisogna aiutare le giovani coppie, lo chiede la Costituzione». Se non è un’entrata a gamba tesa, di certo una strigliata.

La crisi della natalità

Perché questi aiuti languono. Roccella si allarma per la «grave tendenza alla denatalità in Italia». Ma nel 2023, primo anno pieno di governo, l’Istat ha registrato l’ennesimo record negativo di nascite: 379 mila dalle 393 mila del 2022. Per carità, l’undicesimo calo consecutivo non si può imputare a un governo solo. Troppe le cause.

Ma «i numeri ci inchiodano e se non facciamo nulla ci condanniamo al default demografico», dice Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità che il 9 e 10 maggio organizza la quarta edizione degli Stati generali della natalità. «La premier compia la sua promessa del quoziente famigliare».

Solo bonus, senza progetto

Promesse, politiche, progetto: mancano. Questo il punto. L’anno è cominciato con l’Iva aumentata su pannolini, latte in polvere, seggiolini. L’assegno unico c’era e c’è, già finanziato e anche indicizzato all’inflazione. Ma il governo Meloni si è dimenticato di toglierlo dall’Isee: molte famiglie stanno perdendo altri sussidi.

Il bonus mamme, l’unica vera novità meloniana, si è rivelata un boomerang. Perché mangiato dalle tasse e al massimo 250 euro al mese per le lavoratrici a tempo indeterminato più ricche. Escluse le partite Iva, le precarie, le domestiche.

Tra l’altro il bonus per le mamme con due figli scade il 31 dicembre. Resta solo quello per chi ha tre figli o più. Come pure la garanzia pubblica alle coppie giovani per il mutuo della prima casa. E il congedo parentale pagato all’80% anziché al 60% dello stipendio per il mese ulteriore dopo il primo. Dal primo gennaio scenderà di nuovo al 60%.

Certo c’è il taglio al cuneo contributivo e all’Irpef: ma valgono per tutti, non solo per le famiglie, e solo per il 2024. Come pure il welfare aziendale con 2 mila euro di fringe benefit per chi ha figli (gli altri, mille euro) tocca una felice nicchia di dipendenti di aziende medio-grandi, oltre a scadere a fine anno. Bonus e basta. Troppo poco.

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