La cooperazione globale mai così necessaria
di Carlo Bastasin*Banca mondiale e Fondo monetario internazionale sono stati istituiti nel dopoguerra come sedi multilaterali per la pacifica cooperazione economica globale, ma questa settimana torneranno a riunirsi in un clima eccezionalmente perturbato dalle crisi geopolitiche. I rappresentanti di alcuni Paesi partecipanti si trovano in guerra tra di loro, altri sono schierati su fronti contrapposti nello scontro titanico tra Cina e Stati Uniti. Altri ancora ritengono ingannevole parlare di assetti globali quando i vertici delle istituzioni comuni sono dominati da Paesi ricchi e in declino. Lo spirito delle relazioni internazionali assomiglia più alla vigilia dei grandi conflitti che al loro superamento.
La Russia tra benessere e conflittualità militare
Il legame tra condivisione del benessere e conflittualità militare è profondo. L’esempio russo è forse il più esplicito. Tra il 1999 e il 2007, agganciando il momento più vigoroso della globalizzazione, l’economia russa era cresciuta del 6,9% medio…
Banca mondiale e Fondo monetario internazionale sono stati istituiti nel dopoguerra come sedi multilaterali per la pacifica cooperazione economica globale, ma questa settimana torneranno a riunirsi in un clima eccezionalmente perturbato dalle crisi geopolitiche. I rappresentanti di alcuni Paesi partecipanti si trovano in guerra tra di loro, altri sono schierati su fronti contrapposti nello scontro titanico tra Cina e Stati Uniti. Altri ancora ritengono ingannevole parlare di assetti globali quando i vertici delle istituzioni comuni sono dominati da Paesi ricchi e in declino. Lo spirito delle relazioni internazionali assomiglia più alla vigilia dei grandi conflitti che al loro superamento.
La Russia tra benessere e conflittualità militare
Il legame tra condivisione del benessere e conflittualità militare è profondo. L’esempio russo è forse il più esplicito. Tra il 1999 e il 2007, agganciando il momento più vigoroso della globalizzazione, l’economia russa era cresciuta del 6,9% medio annuo. Nei dieci anni tra il 2010 e il 2019 la crescita è stata solamente dello 0,9% annuo. In mezzo c’è stata l’invasione della Crimea e l’annuncio di una strategia espansionistica. Con un modello di produzione come quello che ha, rispondente a un preciso ordine politico, centrato sull’estrazione e il commercio di materie prime, la Russia non poteva più trarre beneficio dalla globalizzazione senza cambiare. Putin ha cercato la crescita economica non più nella cooperazione globale, ma nell’annessione di territori vicini. In Medioriente, l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso è arrivato proprio alla vigilia dell’annuncio di un’inedita e ambiziosa cooperazione economica tra Arabia Saudita ed Israele. Anche in questo caso, è sembrata instaurarsi un’alternativa secca tra relazioni economiche costruttive e opzioni militari distruttive.
Le opzioni sul tavolo internazionale
Si tratta, mi rendo conto, di interpretazioni schematiche, che però forse consentono di selezionare le opzioni disponibili. La prima è quella di risolvere l’antagonismo tra gli interessi degli Stati imponendo una gerarchia tra di essi, come al tempo del dominio militare ed economico americano, ma questo dominio è da tempo messo in dubbio. La seconda opzione è di attendere la prossima “tragedia dei beni comuni” (salute, pace e altri), che costringa Paesi a condividere risposte di policy, sapendo che però nemmeno la pandemia globale è servita a far cooperare Cina e Stati Uniti. La terza è di essere onesti nel definire lo stato precario della comunità globale, non nascondere i pericoli esistenziali, e condividere la ricerca di soluzioni che prevengano l’implosione.
A quest’ultima opzione dovrebbero servire gli incontri di Washington, ma è vano attendersi che i vertici riconoscano l’onerosa responsabilità di parlare chiaro ai loro azionisti. Eppure, non è mai stata tanto evidente la necessità di cooperazione globale. Un’azione coordinata è indispensabile nel contrasto al cambiamento climatico, nella lotta contro le malattie trasmissibili, nella sicurezza alimentare, nella lotta per evitare povertà e flussi migratori involontari, nella limitazione dei canali finanziari del terrorismo, nel controllo dei rischi per la sicurezza informatica e per gli abusi nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Il G7 è ridotto a una gita turistica nei collegi elettorali dei singoli ministri italiani a cui quest’anno compete la presidenza dei gruppi di lavoro. Il G20 è bloccato da ostilità incrociate insormontabili. Non è opportuno perdere anche le opportunità del Fondo monetario per svelare i rischi comuni.
Il modello dell’economia cinese
Alcuni di questi rischi, d’altronde, sono di natura macroeconomica. L’economia cinese ha un modello di produzione centrato sull’accumulazione di risparmio e finora nulla ha modificato l’inclinazione di famiglie e imprese a consumare poco. Ora che il risparmio non può più essere investito nel settore immobiliare, finirà in impianti produttivi che creeranno un eccesso di offerta di beni e servizi. Il resto del mondo rischia di essere invaso da questa offerta che può causare un crollo dei prezzi e disoccupazione. Inevitabilmente, si costruiranno barriere di protezione dal commercio che segmenteranno l’economia globale.
La Cina deve decidere se può preservare il proprio crescente benessere integrandosi nella governance globale o cercando partnership limitate e accordi finanziari con Paesi in via di sviluppo. Per le sue stesse dimensioni, è difficile che possa mantenere un rapporto di mutuo beneficio con gli altri Brics o nell’ambito di progetti regionali. È significativo che, nei giorni scorsi, perfino la Corea del Sud abbia classificato la Cina non più come partner, ma come rivale. Nel suo ultimo libro, Fred Bergsten parla di “competizione cooperativa” globale. Secondo Maurice Obstfeld la comunità occidentale, o quello che intendiamo per essa, deve investire maggiormente nelle istituzioni multilaterali immettendo più capitale nella Banca mondiale, aumentando le quote del Fmi e ridando senso all’Organizzazione mondiale del commercio, in modo tale da rendere credibile il sistema “basato sulle regole” e accomodare la Cina all’interno di esso. Dal 2008, l’Occidente ha fallito nel creare condizioni di maggiore equità e sostenibilità dell’economia globale. Le conseguenze le sentiamo rombare oggi ai nostri confini.
*Senior Fellow Luiss e Brookings Institution