Produttività, c’è bisogno di una scossa
di Raffaele RicciardiAllarme, il motore della crescita senza freni si è inceppato e l’economia globale, a giri troppo bassi, rischia di ingolfarsi. Con il rischio di ritrovarsi con debiti (cresciuti a dismisura nell’era dei tassi sottozero) insostenibili, fratture più ampie tra ricchi e poveri, senza risorse per compiere l’indispensabile traversata verso l’azzeramento delle emissioni. L’Italia, in questo scacchiere, arranca più delle economie a lei comparabili. Come invertire la china? Serve investire in produttività.
La sollecitazione arriva da un report del McKinsey Global Institute, che Affari&Finanza ha potuto leggere. Il punto di partenza è che veniamo da un quarto di secolo (1997-2022) in cui la produttività globale è balzata di sei volte: da circa 7mila a 41mila dollari per lavoratore. «La metà di questo incremento - spiega Marco Piccitto, managing partner per il Mediterraneo di McKinsey - si deve a India e Cina. Aggiungendo le altre economie emergenti arriviamo al 75%».
Allarme, il motore della crescita senza freni si è inceppato e l’economia globale, a giri troppo bassi, rischia di ingolfarsi. Con il rischio di ritrovarsi con debiti (cresciuti a dismisura nell’era dei tassi sottozero) insostenibili, fratture più ampie tra ricchi e poveri, senza risorse per compiere l’indispensabile traversata verso l’azzeramento delle emissioni. L’Italia, in questo scacchiere, arranca più delle economie a lei comparabili. Come invertire la china? Serve investire in produttività.
La sollecitazione arriva da un report del McKinsey Global Institute, che Affari&Finanza ha potuto leggere. Il punto di partenza è che veniamo da un quarto di secolo (1997-2022) in cui la produttività globale è balzata di sei volte: da circa 7mila a 41mila dollari per lavoratore. «La metà di questo incremento - spiega Marco Piccitto, managing partner per il Mediterraneo di McKinsey - si deve a India e Cina. Aggiungendo le altre economie emergenti arriviamo al 75%».
Emergenti a tre velocità
L’analisi delinea uno scenario in cui i Paesi emergenti hanno imboccato tre autostrade. Una truppa di 30 economie e 3,6 miliardi di persone, con Pechino nel ruolo di alfiere ma anche l’Est Europa di Polonia e Lituania, tra le altre, ha viaggiato a una media del +6% annuo. Se riuscisse a mantenere questo ritmo, in 28 anni potrebbe raggiungere i livelli di produttività delle economie avanzate. «L’urbanizzazione della popolazione e l’inserimento dei sistemi economici nelle catene del valore globale hanno giocato un ruolo determinante». Il capitale è stato il vero boost della loro produttività: gli investimenti monstre (tra il 20 e il 40% del Pil) in infrastrutture, impianti, tecnologie. In mezzo ci sono 30 Paesi, come ad esempio l’Indonesia, che avrebbe bisogno di 135 anni per chiudere il gap di produttività con le economie avanzate. In coda, le 31 economie nella corsia lenta che contano 1,4 miliardi di persone, un terzo delle quali in povertà. Ai ritmi attuali, con un incremento medio della produttività allo 0,3% annuo, non si metteranno mai al passo.
Produttività, la crescita media globale
Occidente in stagnazione
E poi ci siamo noi, economie avanzate occidentali in cui la crescita di produttività è stata via via più asfittica. Con una importante cesura, la Grande crisi finanziaria del 2008 che ha tagliato le gambe un po’ a tutti: siamo passati da una media del 2,2% annuo nei cinque anni fino al 2002, all’1,6% fino al 2007 per poi scendere a meno dell’1% nel decennio 2012-2022.
«Due i fattori principali - dice Piccitto - Il primo richiama la legge di Moore, teoria per cui ogni due anni le performance di un chip raddoppiano a parità di costo. Quella crescita esponenziale, simbolo del boom dell’elettronica, ora non c’è più. E poi è svanito l’effetto delle delocalizzazioni, che a cavallo del millennio hanno portato nei Paesi emergenti le produzioni a minore valore aggiunto, favorendo la crescita della produttività in Occidente».
L’Italia arranca
Su tutto, domina un tema che ci riguarda da vicino: più della metà della perdita di crescita della produttività si deve alla battuta d’arresto degli investimenti, trasversale a tutti i settori.
Il quadro tricolore è preoccupante. Nel 1997-2007 la produttività italiana è salita in media dello 0,4%, contro il 2,1% americano e l’1,6% francese o tedesco. Nel 2012-2019 siamo scesi allo 0,3% (contro lo 0,7% Usa e lo 0,8-0,9% dei nostri vicini), proprio a causa di un grosso calo nel capitale messo a lavorare per la crescita, in particolare nei settori non manifatturieri. Siamo gli unici, con la Germania, in cui gli investimenti pubblici sono stati un fattore frenante per i noti vincoli di bilancio. Altro settore da considerare, l’agricoltura: «La Spagna ha investito su quella intensiva - esemplifica Piccitto - Come nella produzione dell’olio, loro vi hanno dedicato il 20% mentre noi siamo sotto l’1%. Un ritardo dovuto alla scala delle nostre imprese, che restano piccole e medie, senza la dimensione sufficiente per sostenere gli investimenti necessari».
L’allarme - esacerbato da una popolazione in invecchiamento ovunque - non risuona solo da McKinsey. In un blog che accompagna il World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale scrive chiaro e tondo che il mondo «deve dare la priorità alle riforme per la produttività per rivitalizzare la crescita di medio periodo».
Prospettive di crescita in calo dalla crisi finanziaria
Da una diversa angolatura, diagnosi e prognosi sono in linea con quelle di McKinsey. Il tasso di espansione dell’economia globale, scrivono a Washington, è costantemente sceso dalla crisi finanziaria: arriveremo pericolosamente vicini al 3% nel 2029. Cosa rischiamo, allora? La paura è triplice: insostenibilità dei debiti; annullamento dei guadagni sul tenore di vita con accentuazione dei divari tra Paesi ad alto e basso reddito; circolo vizioso con un disincentivo agli investimenti, specie in tecnologie e transizione ambientale.
Il rilancio è possibile
Per rilanciare la produttività, la ricetta converge. Primo comandamento: investire. Ma i vincoli di bilancio, specie per noi, ci sono ancora. «Il debito, però, diventa sostenibile se alimenta la crescita», dice Piccitto. L’Intelligenza artificiale generativa è una opportunità economica globale da 2.600-4.400 miliardi all’anno «ed è accessibile anche alle nostre Pmi perché richiede investimenti iniziali limitati per immediati guadagni di produttività». Poi, la transizione. Per rendere l’Europa «net zero» servono 1.700 miliardi l’anno al 2030. «Usare bene il Pnrr è fondamentale. Ma si dovrebbe entrare nella logica di rendere strutturali simili programmi in Europa: ne avremmo bisogno uno ogni due o tre anni». Il dividendo sarebbe ben visibile: se riuscissimo a riportare i tassi di crescita della produttività ai livelli antecedenti la crisi finanziaria, stima McKinsey, nel 2030 il Pil pro-capite delle economie avanzate salirebbe tra i 1.500 (Giappone) e gli 8mila dollari (Stati Uniti).
Per il Fondo monetario, politiche di apertura dei mercati e sostegno agli scambi commerciali, una migliore allocazione del lavoro laddove c’è margine per crescere, riforme per oliare l’accesso alla finanza potrebbero aumentare di circa 1,2 punti la crescita globale al 2030.