✕

Soldi in comune su energia, difesa e Tlc: il piano Letta per l’Ue del futuro

L’ex premier presenta il rapporto sul mercato unico: “Integrazione con mercato dei capitali è un punto di svolta”
2 minuti di lettura

BRUXELLES – Il mercato unico europeo è nato quando «il mondo era più piccolo» e il centro dell’economia mondiale si trovava qui e negli Usa. Esisteva ancora l’Urss, e Cina e India insieme valevano il 5 per cento dell’economia mondiale. Ora non è più cosi. Il Vecchio Continente ha perso terreno e per recuperarlo ha bisogno soprattutto di superare la «framentazione» e di praticare l’«integrazione». Ventisette settori industriali, ventisette sistemi di telecomunicazioni, vetisette apparati di sicurezza stanno diventando un freno alla crescita e alla compettività globale. È questo il senso di fondo del rapporto preparato da Enrico Letta sul mercato unico su incarico della Commissione Ue. Un dossier elaborato «dal basso» con 440 riunioni e la visita di 65 città. Uno studio che disegna le prospettive e il futuro economico, commerciale e sociale dell’Unione.

BRUXELLES – Il mercato unico europeo è nato quando «il mondo era più piccolo» e il centro dell’economia mondiale si trovava qui e negli Usa. Esisteva ancora l’Urss, e Cina e India insieme valevano il 5 per cento dell’economia mondiale. Ora non è più cosi. Il Vecchio Continente ha perso terreno e per recuperarlo ha bisogno soprattutto di superare la «framentazione» e di praticare l’«integrazione». Ventisette settori industriali, ventisette sistemi di telecomunicazioni, vetisette apparati di sicurezza stanno diventando un freno alla crescita e alla compettività globale. È questo il senso di fondo del rapporto preparato da Enrico Letta sul mercato unico su incarico della Commissione Ue. Un dossier elaborato «dal basso» con 440 riunioni e la visita di 65 città. Uno studio che disegna le prospettive e il futuro economico, commerciale e sociale dell’Unione.

Le proposte di Letta, allora, partono da un presupposto: «L’80% delle legislazioni nazionali deriva da decisioni adottate a Bruxelles. Tuttavia, con 27 Stati membri la diversità e la complessità del sistema giuridico in vigore sono aumentate in modo significativo» e non aiutano l’economia di scala. Basta un dato per cogliere gli effetti del “nuovo mondo”: nel 1993 Usa e Ue avevano dimensioni comparabili ma «il Pil pro capite negli Usa è aumentato di quasi il 60%, in Europa meno del 30%».

Non solo. L’ex premier italiano ricorda che inizialmente i settori della finanza, delle Comunicazioni e dell’energia erano stati esclusi dal processo di integrazione. Scelta che adesso appare non più coerente. Nell’Unione Europea ci sono «27 sistemi diversi nelle Tlc, con cento operatori attivi», negli Usa sono tre e situazioni analoghe si sono sviluppate in Cina e in India dove vivono poco meno di 3 miliardi di persone.

Per intervenire, però, servono risorse e «costi significativi». Da impiegare anche nella transizione verde, in quella digitale e nella sicurezza. «Queste principali direzioni strategiche guideranno l’Ue nei prossimi anni — si legge nel documento — non si tratta più di sapere se l’Europa li perseguirà, ma di come lo farà». Ma, appunto, servono soldi. Anche per evitare disparità sociali. In particolare se e quando si procederà con un ulteriore «allargamento» dei confini dell’Unione. Letta non si sbilancia ma il sottotesto fa riferimento a strumenti simili a quello adottato durante la pandemia, il Recovery fund e al ricorso a nuovo debito comune.

«Il mercato unico siamo tutti noi», è una formula ripetuta spesso nel dossier. Il quadro delle quattro libertà “europee” — la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali — si basa purtroppo fondamentalmente su principi teorici del XX secolo. Manca la ricerca e non tiene conto di digitalizzazione, innovazione e cambiamento climatico. E per di più manca la «libertà sanitaria». «La crescente dipendenza dell’Ue da fornitori esterni per principi attivi, componenti e prodotti finiti sintetizzati chimicamente — si legge nel documento — ha portato a un forte calo della produzione europea, dal 53% dei primi anni 2000 a meno del 25% di oggi». Solo, quindi, unendo le forze è possibile riconquistare le posizioni perse. Stesso discorso sull’energia: «È necessario nei prossimi anni un ulteriore salto nell’interconnettività e massicci investimenti nelle reti infrastrutturali». «Se non si affrontano questi temi — avverte Letta — il rischio di deindustrializzazione diventa una minaccia reale». Con un alto rischio di delocalizzazione.

Gli strumenti e le risorse si possono trovare anche in canali non convenzionali. «L’Unione Europea — si rammenta nel dossier — ospita l’incredibile cifra di 33 trilioni di euro di risparmi privati. Questa ricchezza non viene sfruttata» e circa 300 miliardi di euro di risparmi delle famiglie europee vengono dirottati su mercati esteri. E la Difesa rivestirà un ruolo centrale. «La nostra capacità industriale nei settori della sicurezza e della difesa — è il suggerimento — deve subire una trasformazione radicale. Per sostenere la resistenza ucraina, gli europei hanno speso somme considerevoli, ma circa l’80% di questi fondi sono stati spesi in materiali non europei. Al contrario, gli Stati Uniti si sono rivolti per circa l’80% a fornitori americani». Per questo è indispensabile «un mercato comune per l’industria della sicurezza e della difesa».

Il mercato unico però deve puntare anche al progresso sociale. Ci sono circa 135 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione europea, che vivono in luoghi che, negli ultimi due decenni, sono lentamente rimasti indietro. «Il modello di crescita unico dell’Europa — sono le conclusioni — è stato un potente motore». Per consolidarla adesso serve «un vero e proprio mercato europeo».

Leggi i commenti