Porta aperta di Meloni a Draghi: “Ma se ne parli solo dopo il voto”
dal nostro inviato Tommaso CiriacoBRUXELLES — Arriva fin dove può arrivare. Ricalca quanto aveva detto il giorno precedente Emmanuel Macron, lodando Mario Draghi. «Io sono contenta che si parli di un italiano al vertice delle istituzioni europee», assicura Giorgia Meloni al termine del Consiglio europeo di Bruxelles.
Ma, aggiunge, fino alle elezioni del 9 giugno «questo dibattito è filosofia». E d’altra parte, la premier oltre questo confine non può spingersi, per almeno due ragioni.
La prima: un endorsement per l’ex banchiere la danneggerebbe in termini di consenso e le precluderebbe altre soluzioni, ad esempio quella di Ursula von der Leyen (incontrata ieri faccia a faccia, opzione sempre gradita alla presidente del Consiglio).
Agli o…
BRUXELLES — Arriva fin dove può arrivare. Ricalca quanto aveva detto il giorno precedente Emmanuel Macron, lodando Mario Draghi. «Io sono contenta che si parli di un italiano al vertice delle istituzioni europee», assicura Giorgia Meloni al termine del Consiglio europeo di Bruxelles.
Ma, aggiunge, fino alle elezioni del 9 giugno «questo dibattito è filosofia». E d’altra parte, la premier oltre questo confine non può spingersi, per almeno due ragioni.
La prima: un endorsement per l’ex banchiere la danneggerebbe in termini di consenso e le precluderebbe altre soluzioni, ad esempio quella di Ursula von der Leyen (incontrata ieri faccia a faccia, opzione sempre gradita alla presidente del Consiglio).
Agli occhi di Berlino
La seconda: lanciare ora esplicitamente Draghi presentandolo come la carta della destra che governa in Italia significherebbe indebolirlo, soprattutto agli occhi di Berlino.
Meloni lascia l’Europa building dopo ore di confronto aspro. I “piccoli” Stati membri con una tassazione ultra agevolata tengono inchiodati i Ventisette per osteggiare un meccanismo concordato che armonizzi il mercato dei capitali, eliminando gli squilibri.
Alla fine, si decide di non decidere, la palla è rimandata alla prossima legislatura. Ecco, Meloni prende spunto proprio da questo stallo per rilanciare una proposta di Unione radicalmente differente dall’attuale.
Fuori dall’euro
«Spero che quando ci incontreremo a giugno saremo di fronte a un’Europa diversa». Non quella che vagheggiava qualche anno fa, con l’Italia fuori dall’euro e un nazionalismo imperante senza cessioni di sovranità, ma un modello federale che - con una capriola politica di tutto rispetto - sembra quasi inspirarsi allo spirito di Ventotene.
Certo, la leader sostiene che sono gli altri ad aver cambiato idea, ma la sostanza non cambia: «Quello che mi interessa è che ci sono due persone considerate europeiste che in realtà ci dicono che l’Europa va cambiata».
I rigoristi
Come? Meloni elenca un progetto che piacerà a Macron e non ai rigoristi del Nord Europa, ai liberali e non alla destra continentale: «A me interessa sapere se vogliamo cambiare ciò che non ha funzionato. Ad esempio, come facciamo a garantire adeguate catene di approvvigionamento? Come continuiamo il lavoro sulla migrazione?».
E ancora, esalta «la proposta del debito comune, che è sostenuta dal governo italiano», ma anche «il dibattito per mobilitare capitali privati per farli rimanere nel mercato europeo».
Ecco, Meloni indica queste priorità – assorbite nei report dei due italiani – e non si sbilancia ovviamente sui nomi che dovrebbero tradurle in atti di governo.
Con diplomazia
Ovviamente si aspetta una domanda su Draghi e, quando arriva, risponde con diplomazia: «È una persona autorevole, ma dico una cosa banale. Questo dibattito è buono per i titoli dei giornali e per fare campagna elettorale, ma non è così che funziona: non mi troverete mai tra quelli che tentano di decidere chi fa che cosa prima che i cittadini votino».
Sono parole che ricalcano quasi alla lettera quelle pronunciate il giorno prima da Macron a proposito della “carta Draghi”, ma anche dalla premier estone Kaja Kallas. «Sono i cittadini che decidono le maggioranze – ripete la presidente del Consiglio – per questo non parteciperò al dibattito».
Partecipa invece il suo uomo di fiducia a Bruxelles, Nicola Procaccini, sostenendo di vedere Draghi ai vertici dell’Ue e preferendolo alla guida del Consiglio europeo rispetto alla Commissione.
Le grandi manovre
Chiedono a Meloni se quest’anno celebrerà l’evento e se intenda definirsi antifascista, lei replica: «L’anno scorso sono stata a deporre una corona di fiori con il presidente della Repubblica, come faccio sempre. In Italia gli estremisti stanno da un’altra parte, non in questo governo. Quello che dovevo dire sul fascismo l’ho detto cento volte e non ritengo di doverlo dire di nuovo, così potrete continuare a dire sui vostri giornali che sono una pericolosa fascista».
In realtà, la domanda era assai più semplice: riesce a dirsi antifascista?