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Bonus edilizi, un freno o i conti non tornano

(ansa)
Il 110% e gli altri incentivi stanno scaricando i loro effetti sul deficit e sul debito pubblico. E, in prospettiva, sono diventati insostenibili, slegati come sono da ogni autorizzazione preventiva: ecco perché il governo Meloni alla fine è stato costretto a limitarli e riscriverli
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ROMA – È l’ora di un “nuovo” rigore per i bonus edilizi. Sono diventati così insostenibili per le casse pubbliche al punto da obbligare il governo a un cambio di passo, quindi alla loro riscrittura. La strategia della “stretta”, avviata nel febbraio 2023, si è rivelata insufficiente: l’ultimo aggiornamento dell’Agenzia delle Entrate dice che i crediti d’imposta oggetto di cessione o sconto in fattura valgono circa 219 miliardi, da quando sono stati ideati, nell’ottobre del 2020, fino al 4 aprile di quest’anno.

Una valanga che ha gonfiato il deficit e che ora sta scaricando il suo peso maggiore sul debito, come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato costretto ad annotare nel Def che misura l’impatto sui conti del …

ROMA – È l’ora di un “nuovo” rigore per i bonus edilizi. Sono diventati così insostenibili per le casse pubbliche al punto da obbligare il governo a un cambio di passo, quindi alla loro riscrittura. La strategia della “stretta”, avviata nel febbraio 2023, si è rivelata insufficiente: l’ultimo aggiornamento dell’Agenzia delle Entrate dice che i crediti d’imposta oggetto di cessione o sconto in fattura valgono circa 219 miliardi, da quando sono stati ideati, nell’ottobre del 2020, fino al 4 aprile di quest’anno.

Una valanga che ha gonfiato il deficit e che ora sta scaricando il suo peso maggiore sul debito, come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato costretto ad annotare nel Def che misura l’impatto sui conti del Superbonus e dei suoi “fratelli” nel prossimo triennio.

Per capire perché Giorgia Meloni deve necessariamente avviare, e in fretta, una “fase 2” delle agevolazioni edilizie bisogna guardare proprio agli indicatori che misurano la sostenibilità dei conti pubblici. E quindi al Piano fiscale-strutturale di medio termine, il documento che a settembre dovrà tradurre le regole del nuovo Patto di stabilità e crescita in impegni nazionali quinquennali.

Se il quadro di finanza pubblica “infettato” dai bonus edilizi è stato fino a oggi tollerato, al netto di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo pendente, dal 2025 in avanti questa “comprensione” non esisterà più. Il nuovo quadro di finanza pubblica, infatti, non potrà essere compatibile con bonus automatici e privi di un’autorizzazione preventiva, caratteristiche che appartengono alle agevolazioni esistenti.

Insomma il percorso di aggiustamento, che prevede una correzione del deficit strutturale dello 0,5% annuo, va liberato dagli ingombri di bonus che, se resteranno immutati, continueranno a produrre un effetto scia sul debito contrario allo spirito e ai dettami della nuova governance economica europea.

Ecco perché il governo ha preso di mira i bonus che scadranno a fine anno, a iniziare dall’ecobonus. E per le stesse ragioni il direttore del Dipartimento delle Finanze del Mef, Giovanni Spalletta, la settimana scorsa ha parlato proprio della necessità di “una complessiva razionalizzazione della normativa in materia di agevolazioni edilizie, con particolare riferimento a quelle in scadenza al 31 dicembre 2024”.

ll piano del governo sarà definito nei prossimi mesi, ma alcuni principi sono stati già fissati. A partire dallo stop a quelle che lo stesso Spalletta ha definito "aliquote generose”.

Da questo punto di vista l’Italia rappresenta un’anomalia in Europa: le aliquote di agevolazione raggiungono al massimo il 20% in Germania, il 60% in Spagna e il 70% in Francia. Niente a che vedere con il Superbonus al 110%, poi “tagliato” progressivamente, e con gli altri bonus italiani che hanno aliquote elevate. Per di più fuori dai confini nazionali sono previsti massimali di spesa o di importo delle detrazioni, veri e propri paletti alla spesa.

E infatti il cantiere del governo prevede aliquote più basse (una prima ipotesi è un tetto al 50%) e limitazioni più stringenti ai massimali di spesa. Ma anche ricorrendo a queste precauzioni, il sistema risulterebbe comunque insostenibile per le finanze pubbliche.

Il nervo scoperto dell’architettura italiana è rappresentato dai crediti d’imposta: sono incontrollabili perché, a differenza di quelli per Industria 5.0, slegati da una procedura di autorizzazione preventiva. E così il monitoraggio è di fatto saltato. Lo spiega bene il Mef: "Nei fatti è stato possibile tracciare l’effettiva dinamica degli interventi agevolati solamente a consuntivo, a seguito della pubblicazione dei dati di monitoraggio messi a disposizione da Enea e dall’Agenzia delle Entrate”.

Per un monitoraggio in grado di “controllare” la spesa, i crediti d’imposta lasceranno spazio a contributi diretti legati a un’autorizzazione preventiva. Almeno questo è l’impegno. Ma tagliare le agevolazioni edilizie rischia di restringere gli effetti positivi sul Pil. Confindustria ha già lanciato l’alert: "Il graduale phase out del Superbonus” è indicato tra i fattori che freneranno la crescita. Il governo, però, non ha altre opzioni: senza una riscrittura dei bonus, i conti non tornano.

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