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I maxi-sussidi pubblici all’economia un’arma a doppio taglio

(afp)
Secondo gli economisti internazionali il crollo dei commerci è strettamente connesso con la guerra degli incentivi statali Che aumentano gli investimenti, ma generano pericolose distorsioni e allocano risorse anche in settori tutt’altro che vitali E spesso portano con sé il protezionismo
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«Pur se orientati alla ricerca di fini legittimi, i sussidi all’industria possono danneggiare i partner commerciali, alimentare tensioni, provocare contromisure. Fino ad annullare i benefici sull’economia, ridurre gli investimenti, distorcere i prezzi internazionali, limitare l’accesso al mercato». Più netto di così, il report della European Bank for Reconstruction and Development di Londra non poteva essere. Altrettanto inequivocabili i dati del Wto: «Nel 2023 la crescita delle transazioni globali è stata negativa come nel 2020 e in poche altre occasioni», si legge nei comunicati da Ginevra. «La contrazione della domanda, dovuta a guerre e incertezze internazionali, è stata tale che il volume del commercio mondiale è sceso dell’1,2% rispetto al 2022. Un declino ancora peggiore in termini monetari: il controvalore in beni è sceso del 5% fino a 24mila miliardi di dollari, solo in parte compensato da quello di servizi che è aumentato del 9% a 7.500 miliardi. Combinando le due voci il ri…

«Pur se orientati alla ricerca di fini legittimi, i sussidi all’industria possono danneggiare i partner commerciali, alimentare tensioni, provocare contromisure. Fino ad annullare i benefici sull’economia, ridurre gli investimenti, distorcere i prezzi internazionali, limitare l’accesso al mercato». Più netto di così, il report della European Bank for Reconstruction and Development di Londra non poteva essere. Altrettanto inequivocabili i dati del Wto: «Nel 2023 la crescita delle transazioni globali è stata negativa come nel 2020 e in poche altre occasioni», si legge nei comunicati da Ginevra. «La contrazione della domanda, dovuta a guerre e incertezze internazionali, è stata tale che il volume del commercio mondiale è sceso dell’1,2% rispetto al 2022. Un declino ancora peggiore in termini monetari: il controvalore in beni è sceso del 5% fino a 24mila miliardi di dollari, solo in parte compensato da quello di servizi che è aumentato del 9% a 7.500 miliardi. Combinando le due voci il risultato è negativo del 2%».

Il Financial Stability Report

Secondo gli economisti internazionali, la guerra dei sussidi e il crollo dei commerci sono strettamente connessi. Il Financial Stability Report presentato mercoledì scorso dal Fmi calcola con sofisticati algoritmi l’incidenza annuale dei programmi di intervento pubblico messi in campo dai governi (vedere tabella in pagina): sommati e annualizzati, i piani di aiuto pubblico su cui si basa la politica economica del terzo millennio sotto ogni latitudine, assommano al 65% dei commerci mondiali, «livello mai raggiunto e assolutamente anomalo», scrivono gli economisti del Fondo.

I grandi piani di sussidi dei governi di Usa, Europa ed estremo Oriente

«È naturale – spiega Paolo Guerrieri, docente a Sciences Po – che ci si interroghi sulle interferenze di questo fenomeno con uno sviluppo mondiale equilibrato e coerente con l’impegno profuso e con un’allocazione efficiente dei capitali». Il punto debole è che solo in America la crescita è all’altezza delle aspettative: in Europa e in Cina come in Gran Bretagna e Giappone (anch’essi impegnati in una politica di agevolazioni industriali), siamo – a programmi d’incentivazione in corso da diversi anni – al di sotto del potenziale. «I governi ritengono, a partire dagli anni del Covid, che la leva fiscale, cioè gli incentivi pubblici, sia più efficace e di più rapida trasmissione della leva monetaria adottata nei dieci anni precedenti», dice Nicola Maino, chief investment officer di Valori Asset Management: «Non sempre l’equazione funziona, l’unico risultato certo è che si lascia in eredità un debito pubblico abnorme che andrà pagato dai contribuenti dei rispettivi Paesi».

Aggiunge Luca Mezzomo, responsabile della ricerca macroeconomica in Intesa Sanpaolo: «Non è vero che qualsiasi forma di sussidio è buona per l’economia. A volte è meglio evitare di aiutare questa o quella azienda, incentivando piuttosto la ricerca di base e i settori dove il beneficio è diffuso, in grado di generare esternalità di interesse pubblico. Ha senso sussidiare le aziende dell’intelligenza artificiale sapendo che non si inciderà più di tanto su un percorso che si sostiene da solo, contribuendo a creare oligopoli e ricchezza concentrata nelle mani di pochi?»

Il rapporto “Arma a doppio taglio”

Conferma la London School of Economics in un rapporto dal titolo significativo “Arma a doppio taglio”: «Malgrado possano aumentare gli investimenti, i sussidi possono anche generare pericolose distorsioni nell’economia, e incoraggiare l’allocazione di risorse verso industrie e settori che non sarebbero vitali in assenza di essi. Un errore che può compromettere la produttività del sistema e può condurre a comportamenti distorti, miranti a ottenere incentivi anziché accrescere l’efficienza e il valore». Per di più i sussidi portano con sé spesso il protezionismo: l’IRA americano non solo finanzia gli investimenti fatti negli Usa ma esige che gli acquisti per i materiali da costruzione delle fabbriche, e ovviamente i dipendenti, siano americani. «Un altro problema è la cosiddetta prospettiva securitaria che è spesso la versione attuale dell’antico mercantilismo, ovvero la preoccupazione unica della forza del proprio Stato rispetto agli altri», commenta Serena Sileoni, economista dell’università Suor Orsola Benincasa di Napoli e consulente dell’Istituto Bruno Leoni. «Anche in Europa, queste forme di sostegno si stanno sempre più concentrando su settori ritenuti strategici, dalle armi ai semiconduttori, con il risultato di tante autarchie che per definizione vanno contro uno sviluppo globale sostenuto e armonico».

La serie di paradossi

I paradossi non sono finiti, come spiega Daniel Gros, direttore dell’Institute for European Policy Making della Bocconi: «C’è in tutto il mondo la corsa a sussidiare le fabbriche di chip, con il risultato che i prezzi calano e la spesa pubblica si gonfia. Ma chi è il maggior importatore di chip? La Cina, che ne compra per 400 miliardi l’anno, otto volte l’Europa e più di quanto spende per il petrolio, per alimentare le industrie hi-tech come l’auto elettrica: il contribuente occidentale sovvenziona l’industria cinese».

Insomma, occorre selezionare con oculatezza le misure. Spiega Gianfranco Torriero, vice direttore generale dell’Abi: «Una volta identificati i settori eleggibili, gli interventi possono finanziare investimenti cruciali, dall’ambiente all’innovazione tecnologica, per diventare competitivi a livello mondiale». Il monitoraggio a volte manca in modo clamoroso: «In Italia abbiamo il caso emblematico del bonus 110% che sballa i conti pubblici», ricorda Angelo Baglioni, economista della Cattolica. «In tutto il mondo quando si imposta una politica di assistenza, bisognerebbe guardare a quest’errore per trarne utili insegnamenti».

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