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Una bolletta elettrica più cara degli altri

I costi dell’energia sono un pesante fattore di perdita di competitività per le imprese italiane, a causa della nostra dipendenza dal gas per la generazione
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Si è finalmente aperta la fase delle grandi proposte su cui ricentrare priorità e riforme europee nei prossimi anni, ed è motivo di orgoglio che la Commissione europea abbia affidato a Mario Draghi la riflessione sulle svolte per riguadagnare competitività su Usa e Cina, e a Enrico Letta quella su come aprire il Mercato unico Ue ai troppi settori che ne restano esclusi. Nel balzo in avanti che l’Europa dovrà fare, non va però dimenticato che servono nuove soluzioni su ciò che in concreto spiazza e penalizza l’Italia.

Il picco costante dell’Italia

Tra i nostri fattori disabilitanti, il primo resta il prezzo troppo elevato della bolletta elettrica rispetto a quello pagato nel resto dei Paesi avanzati. Se si confrontano i prezzi all’ingrosso in questi anni, il maggior costo in Italia rispetto ai Paesi Ue si è confermato sia nel punto di picco del prezzo del gas post invasione russa dell’Ucraina nel 2022, come si conferma oggi a prezzi del gas discesi. Poiché il prezzo elettrico all’ing…

Si è finalmente aperta la fase delle grandi proposte su cui ricentrare priorità e riforme europee nei prossimi anni, ed è motivo di orgoglio che la Commissione europea abbia affidato a Mario Draghi la riflessione sulle svolte per riguadagnare competitività su Usa e Cina, e a Enrico Letta quella su come aprire il Mercato unico Ue ai troppi settori che ne restano esclusi. Nel balzo in avanti che l’Europa dovrà fare, non va però dimenticato che servono nuove soluzioni su ciò che in concreto spiazza e penalizza l’Italia.

Il picco costante dell’Italia

Tra i nostri fattori disabilitanti, il primo resta il prezzo troppo elevato della bolletta elettrica rispetto a quello pagato nel resto dei Paesi avanzati. Se si confrontano i prezzi all’ingrosso in questi anni, il maggior costo in Italia rispetto ai Paesi Ue si è confermato sia nel punto di picco del prezzo del gas post invasione russa dell’Ucraina nel 2022, come si conferma oggi a prezzi del gas discesi. Poiché il prezzo elettrico all’ingrosso si determina in ogni Borsa elettrica nazionale secondo la metodologia del costo marginale per fonte utilizzata nei punti di picco e di continuità della domanda, poiché sono le centrali termoelettriche a gas a svolgere tale funzione, e poiché purtroppo per le scelte scellerate del nostro mix energetico siamo il Paese con la maggior quota di dipendenza da gas per la generazione elettrica, ecco spiegato perché il costo per le imprese italiane era e resta un pesante fattore di perdita di competitività.

Un po’ di numeri. Nel 2022 al punto di picco, per l’Italia la tariffa all’ingrosso elettrica media annua fu di 304 euro/MWh, in Germania di 235 euro, in Spagna di 165. Dopo la continua discesa del prezzo del gas, a febbraio 2024 in Italia il prezzo elettrico medio all’ingrosso nazionale è stato di 88 euro/MWh, in Spagna 40 euro, in Francia 58 e in Germania 61 euro. I costi marginali delle centrali a gas come fonte elettrica sono più elevati di quelle di tutte le altre fonti, e noi purtroppo nel 2022 dipendevamo dal gas per il 54,4% della nostra generazione elettrica, la Francia solo per il 10% e la Germania al 13%. Hanno gas-dipendenza uguale o superiore alla nostra solo i Paesi che il gas naturale lo estraggono in enormi quantità.

Alla luce di tutto questo, si potrebbe pensare che l’Italia se l’è voluta sbagliando mix energetico, e dunque le nostre imprese non possono che pagarne il prezzo, aspettando che aumenti moltissimo la quota di elettricità prodotta da rinnovabili, e sperando che l’Italia voglia puntare seriamente sul nucleare di nuova generazione. Ma non è così. Innanzitutto, i grandi Paesi europei hanno intanto messo in atto forti misure di sostegno per le diverse maggiori classi d’industria a cominciare dagli energivori, con flussi elettrici garantiti nei prossimi anni a prezzo ridotto. In Germania fino al 2028 sarà in funzione un fondo che compensa il prezzo in bolletta dovuto al costo della CO2 emessa secondo il valore di mercato dei certificati Ets, si è abbassato a quasi zero il prelievo fiscale, si è levato dalle bollette l’onere di sistema per il finanziamento delle rinnovabili. La Francia ha disposto quote crescenti di elettricità prodotta dal nucleare a prezzi scontati per i diversi settori d’impresa. Soprattutto, lo strumento per appianare i divari di competitività dovrebbe essere la riforma del mercato europeo dell’elettricità e del gas.

La proposta di riforma del mercato

Non a caso Confindustria mesi fa aveva presentato al governo una elaborata proposta di riforma del mercato elettrico in Italia, da adottare in vista di un’analoga battaglia da condurre in Europa per un prezzo unico dell’elettricità. I pilastri erano istituire presto un mercato transitorio e diretto tra fornitori e consumatori industriali, cui affiancare una piattaforma di scambio strutturale per la sola elettricità da fonti rinnovabili, il cui costo è in sistematica discesa all’accrescersi della potenza installata e al diminuire del costo degli impianti. L’effetto è di attenuare fortemente l’influenza dominante attuale del gas nella formazione unitaria del prezzo elettrico. Ma il governo italiano si è finora distratto: nella ultima versione della bozza di regolamento Ue sul market design dell’elettricità l’obiettivo del prezzo unico europeo è scomparso, senza che Roma abbia emesso un fiato. È invece questo, l’obiettivo sistemico cui mirare: tanto più se si crede davvero all’impetuosa crescita della rinnovabili rispetto al fossile.

Cosa si deve fare in Italia

Nel frattempo, altro si può e si deve fare in Italia. A cominciare da una rapida attuazione della Electricity Release e della Gas Release. La cessione alle imprese di energia elettrica prevista dalla prima, a fronte dell’impegno a investire in capacità di produzione rinnovabile, deve però prevedere un valore di cessione allineato ai costi di produzione industriale. E sul gas va definita in tempi rapidi la dimensione delle riserve disponibili per i settori industriali, con un occhio di riguardo per sostenere la competitività dei settori più gas intensive. Va infine armonizzata la fiscalità energetica con l’evoluzione della tassazione del carbon footprint e temperando i costi crescenti degli Ets, la cui del tutto impropria componente finanziaria nel mercato secondario ad alta volatilità sta portando a un costo per tonnellata di CO2 assolutamente spiazzante. Un’agenda seria per la difesa del made in Italy dovrebbe lavorare a misure di questo tipo, invece di occuparsi dei nomi delle vetture o dei carrelli di formaggi nei ristoranti.

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