Riacquisti di azioni per compensare i soci: crescono in Europa, ma calano negli Usa. In Italia una pioggia da 11,2 miliardi
di Carlotta ScozzariSecondo il noto investitore americano Peter Lynch, gestore del fondo Magellan nei rampanti anni Ottanta, gli acquisti di azioni proprie o buyback «sono il modo migliore e più semplice di una società per ricompensare i suoi azionisti». In maniera opposta, il “guru” finanziario Charlie Munger, il vicepresidente della Berkshire Hathaway scomparso lo scorso novembre, invitava a «prestare molta attenzione ai cannibali, ovvero a quei business che si stanno divorando da soli ricomprando le proprie stesse azioni».
Un argomento divisivo
Che i buyback siano un argomento divisivo è pacifico ma lo è altrettanto che, spingendo all’insù i prezzi delle azioni, abbiano contribuito ai rialzi messi a segno dalle Borse mondiali nel 2023. L’ultimo studio annuale di Janus Henderson sul riacquisto di titoli inquadra il fenomeno, evidenziando in primo luogo come l’anno scorso, a livello globale, i buyback abbiano totalizzato 1.112 miliardi di dollari. Il dato, da una parte, è inferiore del 14% a quello de…
Secondo il noto investitore americano Peter Lynch, gestore del fondo Magellan nei rampanti anni Ottanta, gli acquisti di azioni proprie o buyback «sono il modo migliore e più semplice di una società per ricompensare i suoi azionisti». In maniera opposta, il “guru” finanziario Charlie Munger, il vicepresidente della Berkshire Hathaway scomparso lo scorso novembre, invitava a «prestare molta attenzione ai cannibali, ovvero a quei business che si stanno divorando da soli ricomprando le proprie stesse azioni».
Un argomento divisivo
Che i buyback siano un argomento divisivo è pacifico ma lo è altrettanto che, spingendo all’insù i prezzi delle azioni, abbiano contribuito ai rialzi messi a segno dalle Borse mondiali nel 2023. L’ultimo studio annuale di Janus Henderson sul riacquisto di titoli inquadra il fenomeno, evidenziando in primo luogo come l’anno scorso, a livello globale, i buyback abbiano totalizzato 1.112 miliardi di dollari. Il dato, da una parte, è inferiore del 14% a quello del 2022 ma, dall’altra, è superiore rispetto al periodo prima della pandemia del Covid, quando i riacquisti di titoli viaggiavano in area 956 miliardi di dollari (poi scesi a 668 nel 2020).
Non solo: se i buyback hanno subìto una battuta d’arresto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, in Europa sono cresciuti, toccando livelli record in alcuni Paesi tra i quali l’Italia. Un elemento che aiuta a comprendere meglio perché l’indice Ftse Mib di Piazza Affari, nel 2023, si sia distinto come protagonista assoluto sui mercati azionari, con un progresso annuo del 28%, meglio sia del +25% del paniere statunitense S&P500 sia del +19% dell’Eurostoxx50.
L’anno scorso, in Europa, il totale speso per il riacquisto di azioni proprie è salito del 2,9% a 146 miliardi di dollari, a fronte di un aumento sottostante dei dividendi pari al 20% nello stesso periodo. Come anticipato, però, le variazioni da un Paese all’altro sono state rilevanti.
Il caso dell’Italia
In particolare, i riacquisti di titoli hanno raggiunto un livello record in Italia, dove hanno toccato quota 11,2 miliardi di dollari dai 4,3 del 2022, come evidenziano da Janus Henderson guidati dalle operazioni di Unicredit e Stellantis (quest’ultima partecipata da Exor, proprietaria del gruppo Gedi).
I buyback per area geografica
Dati in crescita anche per la Spagna, dove i buyback hanno raggiunto 14 miliardi di dollari dai 12,8 dell’anno precedente, grazie principalmente a Santander, Iberdrola e Telefonica. Si segnalano poi la Norvegia, per merito soprattutto di Equinor, e il Belgio, con Ab-Inbev e Kbc. Francia, Svizzera e Paesi Bassi, invece, hanno visto i riacquisti calare nel 2023 ma l’ammontare delle operazioni resta molto elevato: 33,1 miliardi di dollari solo per i “cugini” d’oltralpe dai 28,9 dell’anno prima.
I buyback per settore
A guidare la classifica mondiale dei buyback sono le aziende statunitensi, con 773 miliardi di dollari, cifra tuttavia in flessione del 17% dal 2022. «Le aziende tecnologiche statunitensi - nota Janus Henderson - sono quelle che più hanno ridotto i riacquisti. Tra queste, Microsoft e Meta hanno diminuito i buyback di quasi un terzo e Apple di un settimo». Inoltre, «si sono registrate forti riduzioni in gran parte del settore sanitario statunitense e tra i finanziari, anche se non nel settore bancario».
Tecnologia in frenata
A livello globale, complice l’andamento negli Stati Uniti, la tecnologia, la sanità e i finanziari hanno registrato le maggiori riduzioni di buyback. Al di fuori degli Usa, però, precisa Janus Henderson, «le società del settore sanitario hanno aumentato i riacquisti». Anche i gruppi dei comparti chimico, minerario e dei beni di consumo, come il tabacco e i prodotti per la casa, hanno ridotto i buyback. Mentre gli aumenti più significativi, sempre a livello globale, sono stati registrati dalle società di telecomunicazioni, dalle banche e dai produttori di veicoli. Si fa poi notare che «i riacquisti sono altamente concentrati». Basti pensare che ad appena 45 delle 1.200 imprese dell’indice di Janus Henderson è riconducibile la metà del totale annuale speso per i buyback a livello globale.
Cosa c’è dietro ai buyback
«Molte società - spiega Ben Lofthouse, head of global equity income di Janus Henderson - utilizzano i riacquisti come valvola di sfogo, per restituire agli azionisti il capitale in eccesso senza creare aspettative di dividendi che potrebbero non essere sostenibili nel lungo periodo. Questo è particolarmente appropriato in settori ciclici come quello petrolifero o bancario. Tale flessibilità spiega perché i buyback siano più volatili dei dividendi».
C’è altresì da fare una considerazione fiscale: i buyback tendono a spingere al rialzo le quotazioni azionarie, favorendo la formazione di plusvalenze, che spesso godono di una tassazione meno pesante rispetto alle cedole. In Italia, per esempio, le differenze positive di prezzo possono essere portate in compensazione con le eventuali minusvalenze, mentre sui dividendi si paga il 26% di imposta.
In ogni caso, sottolinea Lofthouse, «non ci sono prove concrete che i buyback stiano prendendo il posto dei dividendi. Meta, per esempio, ha pagato la sua prima cedola nel 2024. Inoltre, la dimensione relativa dei riacquisti rispetto ai dividendi si è ridotta in tutte le regioni, a eccezione del Giappone e dei mercati emergenti. È evidente che il dividendo sia ancora considerato come uno strumento importante di restituzione del capitale agli azionisti».
Tra i motivi per cui i buyback possono non essere visti di buon occhio, c’è il timore che vengano usati dal management come uno strumento per aumentare l’utile per azione (con i riacquisti si riducono i titoli in circolazione) e, nel caso in cui questo parametro sia collegato alla retribuzione, in ultima analisi il proprio stipendio.
A remare contro i buyback, negli ultimi tempi, è stato poi il contesto macroeconomico. «L’aumento dei tassi d’interesse - chiarisce Lofthouse - ha avuto un ruolo nel declino dei riacquisti di azioni proprie: quando il debito è a buon mercato, ha senso per le aziende contrarre maggiori prestiti (purché in modo prudente) e con questi ritirare il costoso capitale azionario. Con i tassi ai massimi pluriennali, questo ragionamento è più sfumato. Alcune società - prosegue l’esperto di Janus Hendersen - stanno riducendo il debito in questa fase del ciclo, utilizzando la liquidità che altrimenti sarebbe stata destinata ai riacquisti, ma pochissime stanno tagliando i dividendi, come dimostrerà il nostro prossimo Global Dividend Index”.
In questo quadro, «si sarebbe tentati di ipotizzare una nuova tendenza di declino dei buyback. Ma un solo anno di calo dai massimi pluriennali - mette in guardia Lofthouse - non è una prova che questo stia accadendo. Per le aziende si tratta di trovare il giusto equilibrio tra investimenti, esigenze di finanziamento e rendimenti da offrire agli azionisti attraverso i dividendi, i buyback o entrambi».