Prodotti strategici per l’Ue, uno su tre è “made in China”
di Filippo Santelli(Photo by Sina Schuldt/picture alliance via Getty Images)
L’Europa rischia di ritrovarsi «permanentemente dipendente» da Stati Uniti e Cina, ha avvertito un paio di settimane fa Mario Draghi. Il riferimento è agli investimenti miliardari delle due superpotenze per dominare le industrie nei settori strategici dei prossimi decenni, come digitale, green e difesa, su cui invece i 27 Paesi dell’Unione non hanno strategia comune né risorse all’altezza.
Il rischio è molto concreto: perché dipendente da molte importazioni, in vari anelli delle filiere chiave, l’Europa lo è già. A certificarlo è la stessa Commissione, che di recente ha misurato e mappato questi legami commerciali asimmetrici che – in un mondo che si frattura e passa da crisi a crisi – possono trasformarsi da un momento all’altro in vulnerabilità. Sono in tutto 204 i prodotti critici individuati dai tecnici di Bruxelles, dalle materie prime ai computer, dai dispositivi per la navigazione aerea ai pannelli solari. Di questi, oltre una cinquantina appaiono particolarmente sensibili, v…
L’Europa rischia di ritrovarsi «permanentemente dipendente» da Stati Uniti e Cina, ha avvertito un paio di settimane fa Mario Draghi. Il riferimento è agli investimenti miliardari delle due superpotenze per dominare le industrie nei settori strategici dei prossimi decenni, come digitale, green e difesa, su cui invece i 27 Paesi dell’Unione non hanno strategia comune né risorse all’altezza.
Il rischio è molto concreto: perché dipendente da molte importazioni, in vari anelli delle filiere chiave, l’Europa lo è già. A certificarlo è la stessa Commissione, che di recente ha misurato e mappato questi legami commerciali asimmetrici che – in un mondo che si frattura e passa da crisi a crisi – possono trasformarsi da un momento all’altro in vulnerabilità. Sono in tutto 204 i prodotti critici individuati dai tecnici di Bruxelles, dalle materie prime ai computer, dai dispositivi per la navigazione aerea ai pannelli solari. Di questi, oltre una cinquantina appaiono particolarmente sensibili, visto che le importazioni europee dipendono da una singola fonte, per lo più la Cina. Mappare le dipendenze è il primo passo per capire come gestirle: evitare che si estendano, capire dove e fino a che punto sono accettabili, mitigarle diversificando le fonti di approvvigionamento o cercando di sostituirle con produzioni made in Europe. E rafforzare quella resilienza, o “autonomia strategica”, che almeno a parole l’Unione ha indicato come obiettivo.
La mappa delle dipendenze
Da questo punto di vista il report pubblicato dall’ufficio studi della Direzione crescita della Commissione è l’esercizio più ampio e sistematico visto finora. Basandosi sui dati doganali, gli economisti hanno censito 5.400 prodotti, cercando quelli per cui la quota di importazioni da territori extra-Ue è più alta, le forniture arrivano da un numero ristretto di Paesi e la capacità produttiva europea è più bassa. Emergono così 546 “dipendenze”, che gli analisti hanno poi circoscritto a 204 restringendo il campo ai settori critici come sanità, sicurezza, transizione verde e transizione digitale.
I prodotti per i quali l’Ue dipende da un singolo Paese
Molti dei beni sulla lista si collocano a monte delle filiere industriali. Gli ultimi dati sono del 2020, quindi compaiono ancora materie prime energetiche come carbone e gas, dove la dipendenza dalla Russia è diventata emergenza dopo l’invasione dell’Ucraina, ed è stata superata non senza cicatrici per la competitività europea. Decisamente irrisolte invece sono le dipendenze dall’import di prodotti minerari decisivi per le industrie hi-tech, dal nichel al silicio, dall’uranio alle terre rare. L’Europa importa anche una grande quota del suo fabbisogno di semilavorati per l’industria chimica e farmaceutica (come amminoacidi e alcaloidi), per la siderurgia o per la meccanica (come le turbine). E poi molti prodotti finiti, specie apparati meccanici ed elettrici: dalle lampadine al Led agli smartphone, dalle riceventi radio ai pannelli solari.
Appesi alla Cina
I Paesi esportatori da cui quei prodotti provengono coprono tutto il planisfero: Canada, Sud Africa e Norvegia sono decisivi per varie materie prime, India e la Svizzera per la farmaceutica, Stati Uniti e Giappone per l’industria. Ma un terzo dei prodotti critici, cioè 64, vengono dalla fabbrica del mondo: la Cina.
La sua centralità nelle filiere strategiche è ancora più evidente quando l’analisi si concentra sui “Single point of failure”, cioè prodotti per cui un singolo Paese costituisce un nodo inaggirabile, e quindi crisi politiche o commerciali minacciano di creare shock di fornitura profondi. Sono 45 i prodotti made in China che corrispondono a questo identikit, tra cui terre rare, telefoni cellulari e pannelli fotovoltaici. Ma è probabile che la lista nel prossimo futuro si allunghi, vista la strategia e i miliardi messi in campo da Pechino per aumentare ancora la propria base produttiva, specie nelle “nuove tre” industrie dei veicoli elettrici, delle batterie e del solare. Una iper-capacità sussidiata che cercherà sbocchi dai confini cinesi, a prezzi che i concorrenti faranno fatica a sostenere.
Ognuno per sé
La consapevolezza delle dipendenze è il primo passo. Il secondo - vedere le strigliate di Draghi - è trasformarla in urgenza politica. Il successivo è capire come reagire: punto su cui analisi e dibattiti sono molto meno avanzati e le risposte pure più difficili, visto che ogni prodotto e ogni filiera fanno storia a sé, con un diverso rapporto tra costi e opportunità.
Per alcuni, almeno fino a un certo punto, le dipendenze possono anche essere accettate, perfino quelle da una potenza rivale come la Cina, perfino in settori sussidiati: in fondo - per fortuna - nel mondo post-globalizzazione si continuerà a commerciare, e la stessa Europa aggiunge alla sua “autonomia strategica” l’aggettivo “aperta”, riconoscendo che i commerci sono e restano un fattore di resilienza. Dove invece le dipendenze pongono rischi inaccettabili, l’obiettivo è mitigarle: riducendo il fabbisogno (per esempio, nelle materie prime, attraverso riciclo e circolarità), diversificando le forniture e ovviamente aumentando la capacità produttiva europea.
Sia la direttiva sulle materie prime critiche, che quella “Net Zero” sulla transizione verde, che quella sui microchip si pongono l’obiettivo di rafforzare l’autonomia europea. Il limite, in tutte, è l’assenza di risorse e strumenti comuni. A Bruxelles si ricorda spesso che i fondi che l’Ue ha stanziato per la transizione, attraverso vari canali, sono ingenti. Ma oltre a concentrarsi sugli incentivi all’adozione (oltre 100 miliardi potenziali fino al 2027, per lo più del Pnrr) e sulla ricerca (oltre 30 miliardi), dimenticando la parte industriale (solo 8 miliardi), sono per lo più gestiti dai singoli Paesi anziché in maniera coordinata - e quindi più efficiente - come avviene negli Stati Uniti o in Cina. Né sembrano vicini al decollo meccanismi di acquisti comuni, che pure sono previsti per le materie prime. Il messaggio, al centro dei rapporti di Enrico Letta per rilanciare il mercato unico e di quello che presenterà Draghi sulla competitività, è che solo unita l’Europa ha la scala per essere autonoma. La realtà è che al momento i 27 procedono ognuno per conto proprio, se non in competizione. La strada per diventare ancora più dipendenti.