Verso il voto: le sfide che l’Europa non deve perdere
di Claudio TitoGuerra, declino, decrescita e irrilevanza. Se si volessero fissare gli obiettivi dell’Unione europea dopo il voto di giugno, bisognerebbe premettere i rischi che l’Ue sta correndo. Pericoli immanenti che si possono racchiudere in queste quattro parole. Che ne reclamano come risposta altre due: unità e soldi.
Perché il completamento del percorso di integrazione e i fondi per sostanziarlo sono le uniche potenziali armi a disposizione del Vecchio Continente. I singoli paesi d’Europa, infatti, sono troppo piccoli per affrontare la competizione globale. La Cina, l’India, gli Stati Uniti, la Russia con caratteristiche e peculiarità diverse sono incomparabilmente più grandi. L’Italia, la Germania, la Francia da soli sono “nani” che devono combattere con “giganti”.
Il ruolo di Cina e India
Il passato non ritorna. Quando è nata l’Unione europea le economie di Cina e India ammontava al 5% del pil mondiale. Adesso ci hanno ampiamente superato. Si tratta poi di territori ampi con una popolazion…
Guerra, declino, decrescita e irrilevanza. Se si volessero fissare gli obiettivi dell’Unione europea dopo il voto di giugno, bisognerebbe premettere i rischi che l’Ue sta correndo. Pericoli immanenti che si possono racchiudere in queste quattro parole. Che ne reclamano come risposta altre due: unità e soldi.
Perché il completamento del percorso di integrazione e i fondi per sostanziarlo sono le uniche potenziali armi a disposizione del Vecchio Continente. I singoli paesi d’Europa, infatti, sono troppo piccoli per affrontare la competizione globale. La Cina, l’India, gli Stati Uniti, la Russia con caratteristiche e peculiarità diverse sono incomparabilmente più grandi. L’Italia, la Germania, la Francia da soli sono “nani” che devono combattere con “giganti”.
Il ruolo di Cina e India
Il passato non ritorna. Quando è nata l’Unione europea le economie di Cina e India ammontava al 5% del pil mondiale. Adesso ci hanno ampiamente superato. Si tratta poi di territori ampi con una popolazione e quindi un mercato gigantesco: tre miliardi di cittadini. Quindi tre miliardi di utenti, tre miliardi di consumatori, tre miliardi di acquirenti. Gli 80 milioni di tedeschi o i 60 di italiani in confronto sono briciole. Il mondo è cambiato, l’Europa ancora no.
Il rapporto debito/Pil. Solo la Grecia batte l’Italia
La guerra alle nostre porte rende ancora più marcata la nostra difficoltà. Le bombe cadono a meno di 800 chilometri da casa nostra. Pochi metri dai confini dell’Ue e della Nato. Eppure gli europei non solo non hanno un esercito comune in grado di arginare questa deriva, ma non stanno ponendo le premesse per farlo nel prossimo futuro. La globalizzazione ha globalizzato l’economia negli ultimi trenta anni, ora sta globalizzando la guerra.
Ma, appunto, per evitare di precipitare in una nuova stagione bellica, per allontanare il declino, per inseguire la crescita e tornare a essere rilevanti, servono soldi. Il rapporto che di recente Enrico Letta ha presentato alla Commissione Ue sul mercato unico dei capitali e quello che a giugno sarà depositato da Mario Draghi sulla competitività continentale non sono casuali. Sono esattamente il segno che il nucleo dei problemi sono le risorse per fare quel che bisogna fare. L’ex presidente dell’esecutivo Ue, Claude Juncker, ripeteva spesso: «Noi tutti sappiamo cosa dobbiamo fare, ma non sappiamo come spiegarlo agli elettori per farci confermare nei nostri ruoli». Ecco, adesso però i fatti che ci circondano, con la loro evidenza e con l’impatto diretto, potrebbero superare questa incapacità.
Il completamento del mercato unico
Il completamento del mercato unico dei capitali significa in primo luogo mettere in condizione l’Unione di utilizzare tutti i soldi che circolano tra i 27 membri. Ci sono Paesi, come la Svezia, che hanno un sistema finanziario in cui il risparmio privato diventa una fonte immediata di finanziamento. Altri, come l’Italia e gran parte degli altri partner, in cui il risparmio privato è immobilizzato. Le famiglie investono in primo luogo negli immobili e nei titoli di Stato. Ma è ormai chiaro che i soldi pubblici non sono sufficienti a garantire le riforme necessarie.
Così come il nostro sistema industriale – lo sta spiegando Mario Draghi - non è più competitivo se si muove lungo i binari del passato. Solo un’azione coordinata e cooperativa può essere davvero concorrenziale. È la più classica economia di scala, ma che non ha ancora fatto breccia. Ma appunto per fare tutto questo serve un cambiamento. Il tetto di cristallo infranto tre anni fa con il Recovery Fund e quindi con il debito comune europeo non può essere un atto isolato. Al di là delle ritrosie di principio dei cosiddetti paesi “frugali” del nord Europa, sarà inevitabile affrontare di nuovo il tema. Un “Nuovo Recovery” sarà il tema implicito di questa campagna elettorale e della discussione per la formazione della nuova Commissione. Ma si rivelerà il nodo da sciogliere subito dopo.
Come ha dimostrato la pandemia, le grandi crisi si possono affrontare solo con strumenti unitari. La crescita che accompagna i 27 è ormai fatta di decimali quasi ovunque. Persino la Germania, la locomotiva d’Europa, arranca. L’Italia si ritroverà nel 2024 a fare i conti – se tutto va bene – con un +0,6% stimato da Bankitalia (altre previsioni, ancora riservate, abbassano ancora di più l’asticella) ma con un debito pubblico ancora in espansione, secondo le previsioni del Fmi, e un deficit molto più alto rispetto al parametro del 3%. Illudersi di poter continuare nella prossima legislatura senza infrangere ulteriori tetti di cristallo, significa precipitare nell’irrilevanza.
Anche perché le nuove risorse sono indispensabili per gestire due transizioni che non sono parole vuote: quella digitale e quella ambientale. Per la prima servono investimenti per renderla reale, la seconda ha bisogno di fondi per non far pagare l’inevitabile passaggio alla sostenibilità ecologica ai ceti sociali più fragili. Saltare dall’industrialismo all’ambientalismo ha dei costi che non possono ricadere sui più deboli. Da tenere presente poi che parte fondamentale della transizione ecologica è quella energetica. Lo sforzo compiuto per abbandonare il gas russo ne è stato una prova. Ma il cammino non è finito. E imboccare la strada delle fonti alternative e rinnovabili necessita visione politica e miliardi di euro.
Le elezioni americane
Il discorso non cambia se si guarda alla tragedia delle guerre che si consumano poco oltre i confini dell’Unione. Si può davvero immaginare che i 400 milioni di cittadini europei siano al sicuro come lo sono stati di negli ultimi settanta anni? L’Europa ha il dovere di pensare a un nuovo modello di difesa. La Nato è ancora l’ombrello principale, ma non può più essere l’unico. Per due motivi. Il primo è geostrategico: è un’alleanza Atlantica, ma il centro del globo si sta spostando a est, nel Pacifico. Gli stessi Usa stanno strategicamente rivolgendo il loro sguardo all’Indopacifico. In secondo luogo perché a novembre si terranno le elezioni proprio in America e la vittoria di Donald Trump non è un’ipotesi remota. In quel caso il futuro della Nato sarà tutto da scrivere.
L’ex presidente Usa ha fatto capire esplicitamente di poter chiudere “baracca e burattini” lasciando l’Europa al suo destino. E l’Ue quel destino deve iniziare a costruirlo. Anche in questo caso servono soldi. Potenziare la difesa, acquistare nuove armi, dare vita ad un sistema industriale in grado di produrle richiede moneta. Che può essere raccolta solo da tutti insieme. Una delle soluzioni ventilate consisteva nello scorporo dal deficit delle spese militari. Idea respinta al mittente. Un autorevole ministro della Difesa ha detto: «Quando arriverà Putin non riusciremo a fermarlo però troverà i conti in ordine».
Ma, appunto, le esigenze economiche mai come questa volta si dovranno accompagnare con la semplificazione politica. Se l’Ue non avvia davvero un percorso di reale integrazione che la porti a diventare un solo Stato, una federazione, tutte le soluzioni prospettate falliranno. Mai come questa volta politica ed economia si muoveranno insieme.