L’ex Ilva produce sempre di meno. Servono altri 600 milioni
di Diego LonghinROMA – All’appello mancano 600 milioni, per riuscire a garantire che l’ex Ilva rimanga in piedi.
Non considerando il prestito ponte di 320 milioni, su cui si deve esprimere ancora l’Unione Europea, e i fondi che Acciaierie d’Italia (la società di gestione) ha a disposizione (150 milioni arrivati dalla Ilva in amministrazione straordinaria grazie al decreto Pnrr), servirebbero altri 600 milioni, almeno, per arrivare a circa 1 miliardo di euro.
Secondo i dati raccolti dai sindacati, sarebbe questo il fabbisogno annuale per far vivere gli stabilimenti, a partire dal gigantesco complesso di Taranto.
La cassa integrazione
Dove intende trovarli il governo? In che tempi? E qual è la road map per trovare il nuovo partner industriale dopo che la so…
ROMA – All’appello mancano 600 milioni, per riuscire a garantire che l’ex Ilva rimanga in piedi.
Non considerando il prestito ponte di 320 milioni, su cui si deve esprimere ancora l’Unione Europea, e i fondi che Acciaierie d’Italia (la società di gestione) ha a disposizione (150 milioni arrivati dalla Ilva in amministrazione straordinaria grazie al decreto Pnrr), servirebbero altri 600 milioni, almeno, per arrivare a circa 1 miliardo di euro.
Secondo i dati raccolti dai sindacati, sarebbe questo il fabbisogno annuale per far vivere gli stabilimenti, a partire dal gigantesco complesso di Taranto.
La cassa integrazione
Dove intende trovarli il governo? In che tempi? E qual è la road map per trovare il nuovo partner industriale dopo che la società è stata di nuovo commissariata e la multinazionale ArcelorMittal è stata messi fuori gioco?
Questioni che saranno poste dai sindacati oggi alle 15 nell’incontro convocato a Palazzo Chigi per fare il punto della situazione con i ministri competenti, guidati dal responsabile delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
Ai sindacati, preoccupati dalla prospettiva di aumentare la cassa integrazione, verrà illustrato il nuovo piano industriale. Dossier che ai rappresentanti dei lavoratori, con un solo altoforno in marcia, il numero 4, sembra un libro dei sogni.
Le tonnellate
L’idea è che nel futuro di Taranto ci sia un mix tra altoforni tradizionali ed elettrici. Nella fase transitoria, entro il 2025, l’idea è di arrivare a 5 milioni di tonnellate di prodotti lavorati per poi arrivare a 6 milioni con tutti e tre gli altoforni in marcia. Tutto questo fino al 2028.
Poi rimarrà operativo un altoforno tradizionale che produrrà due milioni di tonnellate, necessario per alcune lavorazioni legate all’automotive, e due forni elettrici che insieme produrranno quattro milioni di tonnellate.
Nel 2023 sono state prodotte 3 milioni di tonnellate, il livello più basso. Fino a oggi. Il rischio è che il 2024 si chiuda con un nuovo record negativo: 1 milione e 300 mila tonnellate.
“Manutenzione insufficiente”
I sindacati hanno dubbi rispetto alle cifre indicate: «Dopo due mesi dall’avvio dell’amministrazione straordinaria, non notiamo nessun cambiamento, nè miglioramento», dice il segretario della Uilm, Rocco Palombella.
«Livelli produttivi rimasti al minimo, impianti fermi, manutenzione insufficiente e si parla di aumentare il numero dei lavoratori in cassa integrazione», aggiunge il segretario.
Intanto, si allunga l’elenco dei gruppi interessati a valutare l’acquisto. Si sarebbero affacciati anche gli indiani di Steel Mont, oltre agli italiani di Arvedi, agli ucraini di Metinvest e agli altri indiani di Vulcan Green Steel.