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Lucrezia Reichlin: “È necessario che l’Ue arrivi a condividere i rischi”

(ansa)
Per l’economista, fanno da ostacolo gli interessi nazionali e la mancanza di fiducia. Ma stare fermi è impossibile: lo status quo porta solo al declino
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«I dossier aperti al passaggio di legislatura europea sono tanti e molti sono incagliati da tantissimo tempo. Il problema è che per misure come l’Unione bancaria o il Mercato comune dei capitali, malgrado le promesse politiche iniziali e le proposte della Commissione, i tempi sembrano allungarsi indefinitamente». Lucrezia Reichlin, PhD in Economia presso la New York University, capo della ricerca alla Bce sotto la presidenza Trichet e oggi docente alla London Business School, non professa ottimismo sull’Europa federale.

È tutto fermo, a partire dall’Unione bancaria?

«La gestione delle crisi bancarie resta a livello nazionale perché nessuno vuole perdere il controllo sul proprio sistema. Esiste dal 2015 un Comitato per la risoluzione comune, ma ha bisogno dell’approvazione degli uffici della Commissione, del Consiglio, dell’input delle autorità nazionali. Non esattamente un meccanismo snello per risolvere una crisi che ha bisogno di decisioni rapide e chiare. Si crea lo spazio per pr…

«I dossier aperti al passaggio di legislatura europea sono tanti e molti sono incagliati da tantissimo tempo. Il problema è che per misure come l’Unione bancaria o il Mercato comune dei capitali, malgrado le promesse politiche iniziali e le proposte della Commissione, i tempi sembrano allungarsi indefinitamente». Lucrezia Reichlin, PhD in Economia presso la New York University, capo della ricerca alla Bce sotto la presidenza Trichet e oggi docente alla London Business School, non professa ottimismo sull’Europa federale.

È tutto fermo, a partire dall’Unione bancaria?

«La gestione delle crisi bancarie resta a livello nazionale perché nessuno vuole perdere il controllo sul proprio sistema. Esiste dal 2015 un Comitato per la risoluzione comune, ma ha bisogno dell’approvazione degli uffici della Commissione, del Consiglio, dell’input delle autorità nazionali. Non esattamente un meccanismo snello per risolvere una crisi che ha bisogno di decisioni rapide e chiare. Si crea lo spazio per pressioni e veti di ogni genere».

Il nodo resta il sistema di garanzia comune dei depositi?

«Di fatto, i depositi non hanno lo stesso valore per i depositanti nei diversi Paesi. In caso di crisi si crea frammentazione e, data l’esposizione delle banche ai debiti sovrani, correlazione tra rischi fiscali e finanziari. Per la sostanziale assenza di strumenti comuni, i rischi delle banche dei Paesi indebitati restano alti e si spiega la resistenza a creare istituti transfrontalieri».

Progressi sul mercato dei capitali comune?

«Pochi. È un processo ancora più complesso. C’è bisogno di un’azione legislativa su più fronti: rafforzare le autorità di vigilanza europee e dargli una governance indipendente, risorse adeguate e più poteri di supervisione; armonizzare le norme sull’insolvenza delle imprese; integrare le infrastrutture dei mercati finanziari; rendere attraenti le quotazioni nell’Ue. È difficile senza un mercato del debito in euro e con tanti sistemi pensionistici: il risultato è uno svantaggio strutturale per le imprese europee e un freno al contributo degli investimenti privati ai progetti dell’Unione, dal clima alla tecnologia».

Pesa la riluttanza degli Stati, a partire dal nostro, a cedere sovranità?

«L’ostacolo sono gli interessi nazionali. È un problema di competizione e di fiducia. Il negoziato sul Patto di stabilità, con le salvaguardie volute dai Paesi del nord per assicurare il rigore di bilancio, ha confermato che manca la volontà politica per la condivisione del rischio. Vista l’incapacità dell’Italia di controllare il debito, è comprensibile. La frammentazione istituzionale e la limitata capacità di mettere in comune risorse gravano su competitività e sicurezza».

Se vincono le forze sovraniste andrà peggio?

«È un problema esistenziale: o si va avanti o si va indietro. Lo status quo porta al declino. Il paradosso è che i sovranisti si rafforzano ma si rendono conto che ogni Paese è troppo piccolo per le sfide di oggi. Ma non bisogna semplificare: non siamo una federazione ma una serie di governi che rispondono ai loro cittadini. Per sviluppare strumenti economici comuni va approfondita l’unione politica cedendo sovranità con la chiarezza del percorso da seguire. L’Europa si fa con realismo, capacità di compromesso, ascolto delle ragioni altrui. Chiedere un’Ue come singolo Stato senza che lo sostengano basi democratiche è irrealistico. Mettiamoci d’accordo sulle priorità e facciamo accordi su progetti concreti per costruire le basi della futura federazione».

Condivide l’idea di Draghi e Letta di costruire una base patrimoniale europea per finanziare beni comuni?

«Il rapporto Letta conferma che l’Ue così com’è non è adatta a un mondo in cui l’Europa ha un peso minore, e a una situazione geopolitica mutata in cui le regole della concorrenza non governano più le relazioni economiche. Il report è un po’ debole nello spiegare come raggiungere gli obiettivi e come mettere d’accordo Paesi con interessi diversi. Vedremo se Draghi dirà di più».

Per finanziare gli investimenti europei servono tasse comuni?

«Sì, e nessuno le vuole. L’alternativa è ridurre altre voci del bilancio europeo, ma ciò significa colpire interessi costituiti tipo gli agricoltori. Non si può finanziare tutto a debito: il debito di oggi sono le tasse di domani».

Entrambi i rapporti premono sul rilancio della produttività.

«È condivisibile l’idea di insistere sull’innovazione, e sulla necessità di un equilibrio tra investimenti pubblici e politica industriale da una parte e incentivi di mercato dall’altra. Gli investimenti comuni vanno fatti con strumenti di politica industriale europea per salvaguardare il mercato unico e valorizzare le economie di scala. L’Europa deve puntare sul capitale umano a tutti i livelli e rafforzare scuola e formazione permanente guardando ai cambiamenti che l’innovazione richiede. Per la produttività servono capitale e lavoro, senza scordarsi che la qualità del lavoro richiede cose diverse che nel passato».

Ha senso pensare a un’Europa che si muove con due velocità diverse?

«È inevitabile se si vuole procedere sulle riforme. È difficile trovare un accordo a 27 e con alcuni Paesi ci sono divisioni politiche fondamentali. L’Italia è un paese fondatore e sarebbe assurdo non fosse nella corsia veloce ma è vulnerabile, storicamente per il suo debito e la bassa produttività e ora anche per l’enorme deficit senza un chiaro piano di consolidamento».

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