Il fragoroso addio di Palenzona e il vaso di Pandora delle fondazioni bancarie
di Francesco Manacorda«Muoia Sansone con tutti i filistei». Certo, Fabrizio Palenzona, chiudendo gelidamente la riunione via Teams del consiglio d’amministrazione della Fondazione Crt al quale aveva appena annunciato le sue dimissioni, non ha usato proprio queste parole. Ma il significato sì, era proprio quello. Del resto, la porta sbattuta clamorosamente dal presidente uscente, con tanto di scambi di missive al veleno tra chi va e chi resta, adesso fa tremare l’intero edificio della Fondazione torinese.
Prima la scoperta di un patto occulto fra alcuni consiglieri, anche suoi fedelissimi, poi la decisione del segretario generale della Fondazione Andrea Varese – che proprio Palenzona aveva portato nell’ente – di trasmettere gli atti al Mef; poi le dimissioni di Varese, di fatto “sfiduciato” dal consiglio proprio per questo atto e infine l’addio dello stesso presidente. Un addio clamoroso, che avrà probabilmente conseguenze altrettanto clamorose: l’intervento del Mef e il carteggio già passato dal ministero …
«Muoia Sansone con tutti i filistei». Certo, Fabrizio Palenzona, chiudendo gelidamente la riunione via Teams del consiglio d’amministrazione della Fondazione Crt al quale aveva appena annunciato le sue dimissioni, non ha usato proprio queste parole. Ma il significato sì, era proprio quello. Del resto, la porta sbattuta clamorosamente dal presidente uscente, con tanto di scambi di missive al veleno tra chi va e chi resta, adesso fa tremare l’intero edificio della Fondazione torinese.
Prima la scoperta di un patto occulto fra alcuni consiglieri, anche suoi fedelissimi, poi la decisione del segretario generale della Fondazione Andrea Varese – che proprio Palenzona aveva portato nell’ente – di trasmettere gli atti al Mef; poi le dimissioni di Varese, di fatto “sfiduciato” dal consiglio proprio per questo atto e infine l’addio dello stesso presidente. Un addio clamoroso, che avrà probabilmente conseguenze altrettanto clamorose: l’intervento del Mef e il carteggio già passato dal ministero alla Procura rendono l’ipotesi di commissariamento sempre più realistica.
Ma che cosa si rimproverava al presidente che appena un anno fa era arrivato nel suo solito modo – avanzata sotterranea, diniego di qualsiasi ambizione, silenziosa tessitura del consenso, e poi blitz fulmineo – alla presidenza della Fondazione torinese alla quale, lo ha ricordato lui stesso scrivendo ai consiglieri, è legato da un trentennio, anche se fino allo scorso anno non ne aveva mai toccato il vertice?
Un bel po’ di cose, a quel che si capisce. A partire da una certa gestione quasi familistica degli affari interni, usando il suo “inner circle”, accuse cui lo stesso Palenzona ha risposto parlando di «bieche speculazioni sulla mia persona e sui miei collaboratori». Per arrivare da un ruolo della Fondazione declinato in chiave “glocal” che prevedeva investimenti in certi vigneti d’avanguardia della natia provincia di Alessandria, ma anche nella non vicinissima Banca del Fucino, all’aumento dall’1,6% fino a quasi il 2% della quota in Generali, ossia il luogo oggi più caldo nella striminzita mappa della geopolitica finanziaria italiana.
Questione di sostanza, ma anche di stile, si imputa a Palenzona. Non che prima e dopo di lui le Fondazioni bancarie, Crt compresa, fossero o si trasformeranno tutte in associazioni di dame di carità, avulse da qualsivoglia interesse terreno. Ma i modi a volte spicci del politico-banchiere alessandrino, l’inesausto attivismo nell’intrecciare relazioni e cercare ruoli di preminenza hanno convinto alcuni consiglieri, oltre che i principali stakeholder della Fondazione (nonché alcuni dei suoi colleghi alla guida degli enti) che il metodo-Palenzona, così efficace nelle sue passate incarnazioni, questa volta non stava funzionando. Un caso per tutti, la vicepresidenza dell’Acri, cui il presidente di Crt aspirava dopo che la presidenza era andata a Giovanni Azzone, un nome che si scrive Fondazione Cariplo e si legge Giuseppe Guzzetti.
Incontri, abboccamenti, mezze promesse e poi probabilmente qualche irruenza di troppo e qualche silenzio mancato nella comunicazione di Palenzona. Fatto sta che al momento di tirare fuori la carta della presidenza, con alla mano lo statuto dell’Acri che sottolinea l’importanza anche delle piccole Fondazioni, il re d’ori di Torino, che è pur sempre il terzo ente per peso finanziario, è caduto dal tavolo ed è rimasto invece un jolly di nome Giacomo Spissu, presidente della ben più piccola Fondazione Banco di Sardegna.
Peccato che quello stile che pare essere mancato al presidente non abbondi nemmeno dalle parti dei consiglieri “ribelli” della Fondazione, che hanno approfittato della sua repentina uscita per attribuirsi rapidamente una serie di incarichi di sottopotere locale. Una mossa che potrebbe spingere ulteriormente verso l’ipotesi commissariamento. Palenzona-Sansone che si fa crollare addosso le colonne del tempio di via XX Settembre – ironia della sorte l’indirizzo dei torinesi è omonimo di quello romano del Mef – rischia non solo di seppellire la “sua” Fondazione, ma di aprire il Vaso di Pandora, di dare uno scossone all’intero mondo degli enti che controllano quote nelle banche e della cui natura ibrida, a metà tra pubblico e privato, si discute da un ventennio senza trovare la formula esatta.