Economia

Da Ilva a IIA, le crisi industriali che non si risolvono mai

Da Ilva a IIA, le crisi industriali che non si risolvono mai
Oltre 60 tavoli aperti, 180mila lavoratori coinvolti, dalla Brianza alla Sicilia. E alcuni casi che si trascinano da anni con casse integrazioni eterne e precari piani di riconversione
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La situazione della ex Ilva di Taranto, trasformata in Acciaierie d’Italia, è solo la punta dell’iceberg. L’elenco delle crisi industriali del Paese che si protraggono da tempo è molto lungo e, mese dopo mese, sono più i nomi che si aggiungono rispetto a quelli che vengono depennati. Alcune vertenze, ormai, si sono incancrenite, per altre si prospetta una via d’uscita, anche se si sono persi posti di lavoro per strada.

Nomi che sono entrati nella cronaca quotidiana per scioperi e picchetti, come l’Industria Italiana Autobus tra Bologna e Avellino, la Gkn di Firenze, la Portovesme di Cagliari, la Wärtsilä di Trieste, la Lear di Grugliasco o la Bosch di Bari. Pure un marchio storico della lingerie, come La Perla, è finito nelle secche per colpa delle speculazioni finanziarie.

Aumenta anche il numero di lavoratori colpiti. Per queste famiglie da un giorno all’altro entrano nel lessico quotidiano parole come cassa integrazione, contratti di solidarietà e mobilità. A fare il censimento, sulla base dei tavoli al ministero delle Imprese e del Made in Italy, è la Cgil.

Una situazione figlia della difficoltà di attrarre investimenti esteri da parte dell’Italia. Secondo l’ultima analisi EY in Italia dopo il Covid è aumentato il numero dei progetti. Il Paese è in settima posizione. Tuttavia, la quota di mercato detenuta dall’Italia resta pressoché stabile al 4%, nonostante sia la quarta economia europea dopo Germania, Regno Unito e Francia, che detengono invece rispettivamente il 14%, 16% e il 21% degli investimenti esteri diretti.

Il censimento della crisi

Una lista che viene aggiornata periodicamente. Oggi sono quasi 180 mila gli addetti coinvolti dalle crisi industriali, poco meno di mezzo milione di persone, da Nord a Sud, se si considerano le famiglie interessate. I tavoli al ministero, compresi i monitorati, sono oltre 60. «Numeri che ci mettono nella condizione di confutare le affermazioni di quanti confondono la propaganda con la realtà e che rafforzano le ragioni delle nostre proteste», dice il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo.

Si devono aggiungere i tavoli regionali, «oltre 18 mila le persone coinvolte solo in Veneto — dice Gesmundo — migliorare la capacità di attrarre gli investimenti renderebbe forse più positivo il quadro».

Gli ultimi tavoli

Da gennaio a oggi sono stati aperti altri tavoli al ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso, per un totale di 1.867 nuovi lavoratori di aziende in crisi. I soli addetti coinvolti nei tavoli ministeriali sono 59.893. Tra le ultime imprese entrate in crisi c’è da segnalare la Vibac, che produce film e nastri adesivi. Due le fabbriche a rischio: Termoli e Potenza. Poi la Denso di San Salvo, in provincia di Chieti, così come la Baomarc, sempre in provincia di Chieti, a Lanciano. Entrambe sono del settore automotive. Da non dimenticare la Unilever di Pozzilli, provincia di Isernia, che è del comparto chimico, e la Siae Microelettronica di Cologno, in provincia di Monza, 160 addetti a rischio per la delocalizzazione in Cina.

Le Transizioni

Bisogna considerare poi altre 121 mila persone che lavorano in aziende alle prese con una complessa transizione. Imprese concentrate soprattutto nell’indotto auto, dove sono 70 mila gli addetti in pericolo, e nella siderurgia, altri 25 mila a rischio. Per non parlare dei settori che non paiono in difficoltà, come l’energia, dove sono 8 mila gli occupati delle centrali a carbone che sono avviate alla chiusura, come confermato anche dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del governo, Gilberto Pichetto Fratin, nella riunione del G7 Clima.

Anche passaggi che non sembrano critici, come la fine del mercato tutelato, potrebbero provocare emorragie: 2 mila i posti a rischio. Altri 4.000 nella chimica di base, quasi 3.500 nel petrolchimico e poi 8.500 nelle telecomunicazioni. Quest’ultimo comparto che si sta riorganizzando, come dimostra l’operazione Swisscom a marzo: acquisire Vodafone Italia per fare le nozze con Fastweb. Oppure lo scorporo della rete da Tim, regista il governo Meloni, grazie al fondo americano Kkr.

I casi

Per l’Ilva il paradosso è che si è arrivati al commissariamento del commissariamento, necessario per mettere fuori gioco gli indiani di ArcelorMittal, e ora si cerca un nuovo partner, mentre per gli addetti, 10.500 dipendenti di cui 8.200 a Taranto, si prospetta un ricorso più massiccio alla cassa integrazione, per ora 2.500 di cui 2.250 a Taranto, in attesa del rilancio con il ritorno a 6 milioni di tonnellate di acciaio prodotte.

Il 2024 potrebbe essere l’anno nero con una produzione a 1 milione e 300 mila. Da metà maggio inizierà il “pellegrinaggio” a Taranto dei gruppi interessati: l’ucraino Montivest, l’italiano Arvedi, gli indiani Jindal e Mont Steel, la Vulcan Steel Group. Da qui uscirà il nuovo partner.

I lavoratori dell’Industria Italiana Autobus, ex Irisbus ed ex Menarini, guardano invece con timore all’offerta presentata da Seri Industrial, gruppo dei fratelli Civitillo attivo nel settore batterie per auto, a Leonardo e Invitalia. Una crisi che si protrae da anni, nonostante un prodotto, il bus, in piena transizione verso l’elettrico e legato alle gare per le flotte delle aziende di trasporto pubblico di Comuni e Regioni. Le commesse non mancherebbero. Per gli addetti, 500, il piano della Seri non è affidabile per gli stabilimenti di Bologna e Flumeri, in provincia di Avellino, meglio guardare all’offerta avanzata dalla cordata Gruppioni-Stirpe. Ma il ministero di Urso non la considera.

Un investimento di circa 100 milioni per lo stabilimento Wärtsilä di Trieste: lo prevede il piano che Msc ha messo a punto per reindustrializzare il sito dove oltre 400 addetti lavoravano ai motori marini. Fabbrica che la multinazionale di Helsinki ha chiuso. A Trieste si produrranno carri e carrelli ferroviari, oltre a farne la manutenzione, dando lavoro a più di 300 persone. Pure la vicenda Marelli di Crevalcore, multinazionale del fondo Kkr, avrà un lieto fine. La novarese Tecnomeccanica si è aggiudicata il sito e ha preparato un piano per rilanciare la fabbrica bolognese: l’obiettivo è entrare a giugno e salvare più di 150 posti di lavoro.

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