La trappola del lavoro povero: 4,2 milioni di part-time, ma per la metà non è una scelta
di Rosaria AmatoROMA – Nato come strumento di conciliazione, soprattutto per favorire l’inserimento lavorativo delle donne, il part-time è diventato una fonte di lavoro povero, uno strumento di mancata crescita professionale, una gabbia, soprattutto per le donne. Anche se il part-time involontario sta crescendo anche per gli uomini. A puntare i fari sull’abuso dei contratti a tempo parziale il Forum delle Disuguaglianze, che con la senatrice del Pd Susanna Camusso, già segretaria generale della Cgil, ha organizzato oggi al Senato un convegno che ha coinvolto anche studiosi ed esponenenti del mondo imprenditoriale e sindacale.
Il part-time involontario, rileva il Forum delle disuguaglianze, riguarda oltre 2 milioni di lavoratori e lavoratrici, su 4 milioni e 203 mila con un contratto a tempo det…
ROMA – Nato come strumento di conciliazione, soprattutto per favorire l’inserimento lavorativo delle donne, il part-time è diventato una fonte di lavoro povero, uno strumento di mancata crescita professionale, una gabbia, soprattutto per le donne. Anche se il part-time involontario sta crescendo anche per gli uomini. A puntare i fari sull’abuso dei contratti a tempo parziale il Forum delle Disuguaglianze, che con la senatrice del Pd Susanna Camusso, già segretaria generale della Cgil, ha organizzato oggi al Senato un convegno che ha coinvolto anche studiosi ed esponenenti del mondo imprenditoriale e sindacale.
Il part-time involontario, rileva il Forum delle disuguaglianze, riguarda oltre 2 milioni di lavoratori e lavoratrici, su 4 milioni e 203 mila con un contratto a tempo determinato. E’ involontario non solo perché non sono i lavoratori a chiederlo, ma perché non ne traggono alcun beneficio, né rispetto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro né sul fronte remunerativo. La flessibilità è tutta a vantaggio del datore di lavoro, che così può regolare le ore al bisogno, privando anche il lavoratore della possibilità di cercarsi una seconda occupazione. Una formula, ha spiegato il ricercatore dell’Inapp Matteo Luppi, che si consolida soprattutto nelle imprese del terziario del Mezzogiorno, e che spesso sconfina nel lavoro grigio, dove dunque i picchi di orario non vengono retribuiti da contratto.
L’incremento del part-time involontario negli anni ha riguardato sia gli uomini che le donne: per le prime l’aumento nel periodo 2004-2018 è stato di circa il 27% (passando dal 33,1 al 60,3%), mentre per i secondi la crescita è stata di circa 30 punti percentuali (da 46,7% a 76%). Ma il danno maggiore è tutto a carico delle donne, si può anzi osservare una linea che coincide tra la crescita del terziario, quella dell’occupazione femminile e quella del part-time involontario. La quota di donne che lavorano con un part-time involontario rappresenta circa il 70% del totale.
E negli anni successivi è andata anche peggio: dai dati Istat emerge che il part-time involontario riguarda più di un lavoratore su due tra quelli impiegati con questa forma contrattuale (56,2%) mentre la media europea rilevata da Eurostat si ferma a meno di un quarto (19,7%).
Ancora, l’analisi dei dati Inps sull’andamento dei contratti attivati nel primo semestre 2022, mostra una crescita del lavoro femminile all’insegna della precarietà e della debolezza contrattuale. Nel primo semestre del 2022 risultano attivati 4.269.179 contratti, di cui solo il 41,5% a donne. La quota di contratti stabili incide per il 20% su quelli maschili e solo per il 15% su quelli femminili.
«Dal Report emerge un'analisi impietosa ed approfondita che rende visibile che il part time involontario è contemporaneamente discriminante per le donne, agisce a svalorizzare il loro lavoro, acuisce le difficoltà di conciliazione e le rende meno libere e ostaggio di imprese e servizi che galleggiano, restano nel grigio, nella flessibilità malata dedita più a ridurre i costi che a qualificarsi e così indeboliscono tutto il sistema», denuncia Susanna Camusso.
«Ormai è noto che sempre più lavoro è precario e mal retribuito, e non è sufficiente a uscire da una condizione di povertà. In questo quadro anche il part-time da strumento di conciliazione di vita e di lavoro, rischia di diventare uno strumento di ulteriore precarizzazione, soprattutto quando viene imposto e non è una scelta del lavoratore e in particolare della lavoratrice. – sottolineano Fabrizio Barca e Andrea Morniroli, co-coordinatori del Forum disuguaglianze e diversità – Uno dei segni più evidenti di come abbiamo affrontato la sfida della globalizzazione mortificando il lavoro, in particolare quello delle donne».
Il Forum ha presentato una serie di proposte per ridurre l’uso e l’incidenza del part-time involontario, che vanno da un sistema di denuncia a sostegno dei lavoratori, alla costruzione di una politica di incentivazione per la trasformazione da contratto part-time a contratto full time.