La cinese TikTok ha un’arma contro il bando americano: la legge più americana che c’è
di Filippo SantelliUn social network cinese che per evitare di essere bandito dagli Stati Uniti si appella alla legge più americana che c’è, il Primo emendamento sulla libertà di parola (e di religione, e di assemblea, e di stampa). C’è un mondo che si sta rovesciando, o forse già alla rovescia, nella battaglia tra TikTok e il governo americano. Uno corto circuito di valori – libertà da una parte, sicurezza nazionale dall’altra – che con molte probabilità toccherà alla Corte Suprema risolvere.
Vendita o bando
La vicenda è nota. Il Congresso americano, dove la volontà di combattere il pericolo cinese è l’unica cosa che unisce Democratici e Repubblicani, ha approvato una norma che impone al ramo americano di TikTok, il social network più amato dalla Generazione Z, di rom…
Un social network cinese che per evitare di essere bandito dagli Stati Uniti si appella alla legge più americana che c’è, il Primo emendamento sulla libertà di parola (e di religione, e di assemblea, e di stampa). C’è un mondo che si sta rovesciando, o forse già alla rovescia, nella battaglia tra TikTok e il governo americano. Uno corto circuito di valori – libertà da una parte, sicurezza nazionale dall’altra – che con molte probabilità toccherà alla Corte Suprema risolvere.
Vendita o bando
La vicenda è nota. Il Congresso americano, dove la volontà di combattere il pericolo cinese è l’unica cosa che unisce Democratici e Repubblicani, ha approvato una norma che impone al ramo americano di TikTok, il social network più amato dalla Generazione Z, di rompere i legami con ByteDance, la sua società madre cinese, o essere oscurato. Le motivazioni, molto controverse, riguardano un’ipotetica minaccia alla sicurezza nazionale, visto che – almeno in teoria – il regime totalitario cinese potrebbe costringere l’azienda a fornire dati personali di cittadini americani oppure usare il social per diffondere contenuti propagandistici. Lo scorso 24 aprile il presidente Biden ha dato il definitivo via libera alla legge, facendo scattare il conto alla rovescia di 270 giorni, scadenza 19 gennaio 2025, per la vendita di TikTok ad un altro proprietario.
Gli impegni di TikTok
Non è la prima volta che Washington tenta di porre ByteDance di fronte al ricatto tra vendita forzata e bando. Ci aveva già provato Donald Trump con un ordine esecutivo poi smontato da diverse sentenze, mentre una trattativa avviata dalla società cinese con Microsoft cadeva nel nulla. Nel frattempo TikTok ha speso 2 miliardi di dollari per mettere in campo un piano – chiamato Project Texas – per isolare infrastrutture e dati americani dalla casa madre cinese, con supervisione terza, proponendo alle autorità americane una serie di impegni straordinari e mettendo nelle loro mani, si è scoperto da poco, anche un pulsante che permetterebbe loro di spegnere il social in caso di violazione. Piano che però non ha soddisfatto i politici americani né bloccato questa seconda e più forte offensiva, nata da una spinta bipartisan del Congresso e condivisa da Biden, alla vigilia di un’elezione in cui nessuno dei candidati potrà mostrarsi accomodante con Pechino.
Il ricorso di ByteDance
Da qui, martedì, il ricorso di ByteDance e TikTok contro il governo federale. Ricorso che contesta la difficoltà di trovare un compratore entro nove mesi, anche ammesso che il regime comunista accetti di vendere (o svendere) l’app che rappresenta il suo maggiore successo di soft power. Sottolinea l’impossibilità tecnica per un eventuale acquirente di gestire TikTok senza aver accesso all’algoritmo di raccomandazione, il suo tesoro tecnologico, da cui ByteDance non potrà mai separarsi (anche se molti in Silicon Valley, si dice, stanno già lavorando per replicarne le meraviglie). E soprattutto conclude appellandosi al Primo emendamento, per sostenere che la nuova legge oscurerà un’applicazione usata ogni mese da 170 milioni di americani – compresi molti parlamentari e lo stesso presidente che l’hanno firmata - per esprimere i propri pensieri (all’occorrenza, con balletto) e da molti influencer anche per guadagnarsi da vivere. Adottato nel 1791, nel primo pacchetto di modifiche alla Costituzione, quell’emendamento prevede che “il Congresso non promulgherà leggi che limitano la libertà di parola” ed è uno dei pilastri delle libertà civili americane. Quelle stesse libertà che nel Paese dove TikTok è nato il regime comunista non garantisce.
La battaglia legale
Il valore della società, secondo alcune stime, supererebbe i 100 miliardi di dollari, ed è chiaro che la soluzione preferita dal governo americano, nonché meno impopolare, sarebbe quella della vendita. Ma il ricorso della società può avere successo? Gli esperti si dividono. Quasi tutti riconoscono che il riferimento a quella norma fondamentale non è per nulla campato per aria. Del resto un bando dello Stato del Montana contro TikTok è già stato cancellato su quella base, dopo un ricorso presentato dagli utenti del social network. D’altra parte, nel corso dei decenni, i giudici americani hanno stabilito delle eccezioni al Primo emendamento, tra le altre cose proprio per questioni di sicurezza nazionale. L’esito insomma non è per nulla scontato. Il governo potrà argomentare di aver offerto a TikTok l’opzione della vendita, e che la libertà di parola è garantita dalla presenza di tante altre piattaforme social. Ma non è detto che basti: dovrà anche dettagliare le minacce alla sicurezza nazionale che il social pone, spiegare perché non ritenga praticabili soluzioni meno impattanti verso le libertà e perché i rimedi proposti dalla società con il suo Project Texas non siano stati giudicati sufficienti, cosa che non è mai stata spiegata con trasparenza. Con il rischio di trovarsi di fronte in questa battaglia, legale e di opinione pubblica, molti utenti di TikTok e anche alcune organizzazioni per i diritti.
Sicurezza contro libertà
Perché al fondo la vicenda non riguarda nientemeno che il delicatissimo equilibrio tra la sicurezza (e il controllo) e la libertà, già messo a dura prova dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre con nefaste conseguenze per i diritti civili. O, per dirla in modo diverso, l’equilibrio tra l’apertura che definisce l’America e le democrazie liberali, e ne costituisce la forza, e la possibilità che questa venga sfruttata da regimi autoritari che vogliono colpirli con le nuove armi della cyberguerra o della disinformazione. Uno dei grandi argomenti di chi vuole bloccare TikTok è proprio quello della reciprocità, cioè il fatto che la Repubblica Popolare Cinese sia stata la prima, molti anni fa, a bandire le varie Google, Facebook & Co., erigendo una Grande muraglia digitale a tutela della sicurezza e dell’ortodossia del suo web. Ma proprio il fatto che ora gli Stati Uniti la vogliano imitare, secondo altri, è già una sconfitta.