✕

La caccia alle miniere di rame dietro all’offerta di Bhp su Anglo American

È la commodity che più risentirà dell’eccesso di domanda causato dalla transizione energetica. Per questo si è scatenata la corsa alle acquisizioni
3 minuti di lettura

Una grande operazione finanziaria ha recentemente scosso il mondo delle società minerarie. A fine aprile l’australiana Bhp Group ha lanciato un’offerta da 31 miliardi di sterline sulla Anglo American, quotata a Londra. Offerta che è stata prontamente respinta dal cda della società sotto attacco, ma non ha scongiurato la possibilità che una nuova offerta più generosa possa arrivare dalla stessa Bhp nelle prossime settimane o anche che un altro concorrente – si fa insistentemente il nome di Glencore – possa entrare nella partita e lanciare a sua volta un’offerta.

I dettagli dell’offerta

L’offerta di Bhp era subordinata al fatto che due società sudafricane controllate da Anglo American, e cioé Anglo Platinum e Kumba Iron, proprietarie di importanti miniere di platino e di ferro, fossero scorporate dal gruppo per essere vendute. Ma questo fatto ha irritato immediatamente le istituzioni sudafricane, che attraverso l’autorità Antitrust hanno rivendicato la necessità di un’autorizzazione s…

Una grande operazione finanziaria ha recentemente scosso il mondo delle società minerarie. A fine aprile l’australiana Bhp Group ha lanciato un’offerta da 31 miliardi di sterline sulla Anglo American, quotata a Londra. Offerta che è stata prontamente respinta dal cda della società sotto attacco, ma non ha scongiurato la possibilità che una nuova offerta più generosa possa arrivare dalla stessa Bhp nelle prossime settimane o anche che un altro concorrente – si fa insistentemente il nome di Glencore – possa entrare nella partita e lanciare a sua volta un’offerta.

I dettagli dell’offerta

L’offerta di Bhp era subordinata al fatto che due società sudafricane controllate da Anglo American, e cioé Anglo Platinum e Kumba Iron, proprietarie di importanti miniere di platino e di ferro, fossero scorporate dal gruppo per essere vendute. Ma questo fatto ha irritato immediatamente le istituzioni sudafricane, che attraverso l’autorità Antitrust hanno rivendicato la necessità di un’autorizzazione specifica per procedere in questa direzione. La richiesta dello scorporo ha implicitamente rivelato il vero obbiettivo di Bhp Group, cioé le miniere di rame che Anglo American possiede in Cile e in Perù, che rappresentano circa il 30% del suo business. Insieme alle miniere di rame già possedute da Bhp, con l’acquisto di quelle di Anglo, la società australiana rafforzerebbe notevolmente la propria posizione arrivando a detenere una quota di mercato globale del 10%.

E qui si tocca il nervo scoperto. La corsa delle grandi società minerarie ad accaparrarsi le miniere di rame invece che investire per crearne di nuove mette in drammatica evidenza la scarsità di materie prime minerarie che si verrà a creare nei prossimi anni a causa della transizione energetica. Il rame è la materia prima che risentirà di più di un eccesso di domanda rispetto all’offerta e questa prospettiva sta facendo scattare tra le grandi società internazionali una caccia al rivale prima che sia troppo tardi.

Le quotazioni in dollari del future sul rame

Purtroppo le eventuali fusioni e acquisizioni tra società concorrenti hanno un difetto strutturale: si spostano da una tasca all’altra le proprietà delle attuali miniere, ma non si risolve il problema della scarsità della produzione, che necessiterebbe di investimenti di lungo periodo in nuove miniere. Invece l’effetto dell’m&a internazionale è stato quello di spingere il prezzo del rame oltre la soglia dei 10.000 dollari, il 16% in più dall’inizio dell’anno, anche in una fase come l’attuale dove domanda e offerta ancora si equivalgono.

Le previsioni

I dati e le previsioni che riguardano il rame sono in effetti allarmanti. Il rame è a tutti gli effetti il “metallo dell’elettrificazione” e l’obiettivo delle emissioni zero al 2050 agisce come un’enorme spinta alla domanda di rame in tutti gli aspetti della transizione energetica. Le sue applicazioni spaziano dall’edilizia alle reti di produzione e di trasmissione, a tutto ciò che ha a che fare con le energie rinnovabili, i veicoli elettrici, i pannelli solari, le turbine eoliche, fino ai data center per l’intelligenza artificiale. La domanda di rame, secondo un corposo studio di S&P Global datato 2022 e intitolato “Il futuro del rame”, è prevista crescere da 25 milioni di tonnellate metriche di oggi fino a 50 milioni entro il 2035 e continuare la corsa fino a 53 milioni di tonnellate nel 2050.

La produzione delle miniere esistenti e di quelle nella pipeline che potrebbero cominciare l’attività sono comunque in discesa e così nel 2035, sempre secondo S&P Global, potrebbe verificarsi il punto di picco nella differenza tra domanda e offerta, pari a circa 10 milioni di tonnellate metriche. E quindi è molto probabile che questo cronico disavanzo tra domanda e offerta proiettato dal 2025 al 2035 possa avere serie conseguenze sull’economia globale andando a rallentare la tabella di marcia verso le emissioni zero.

Trovare il rimedio a questa situazione non è facile, semplicemente bisognerebbe aumentare la produzione investendo nella ricerca di nuove miniere, visto che secondo le stime fatte dalla US Geological Survey nel 2015 3,5 miliardi di tonnellate metriche non sono state ancora scoperte contro i 2,1 miliardi già esplorate. La scarsità sta facendo salire il prezzo del rame, ma per rendere attraenti i nuovi investimenti dovrebbe essere superiore di almeno il 20% rispetto a oggi. Inoltre i tempi di messa in opera di una miniera si sono allungati fino a 16,3 anni in media dal momento della scoperta a quello di inizio della produzione, secondo un altro studio di S&P Capital IQ dello scorso marzo.

I tempi per avviare una miniera

Negli ultimi anni si sono allungati i tempi di esplorazione, di ottenimento dei permessi e di studio mentre sono diminuiti i tempi di costruzione della miniera. Un esempio estremo è rappresentato dalla miniera di rame Bystrinskoye, in Russia, che ha impiegato ben 32 anni per diventare operativa, dalla sua scoperta nel 1986 all’avvio del 2018. La causa è da ricercarsi nella proprietà formata da una partnership pubblico-privata tra Pjsc Norilsk Nickel, investitori cinesi e governo russo, che ha incontrato diversi ritardi nell’ottenere i finanziamenti. Così come la Celestial, nelle Filippine, miniera che fu scoperta nel 1993 ma ha cominciato a produrre solo nel 2022, a causa di diversi passaggi di proprietà e difficoltà nell’accedere al mercato dei capitali.

A tutto ciò si deve aggiungere la variabile della geopolitica, sempre più complessa da prevedere. Non vi è dubbio che le guerre in corso si fanno con armi moderne, droni e altre apparecchiature elettroniche che comportano un ampio utilizzo di rame e quindi concorrono ad aumentare la domanda per questa materia prima. Ma anche altre dinamiche importanti devono essere considerate. Per esempio la Cina ricopre una posizione preminente sia nella produzione di diverse lavorazioni del rame sia nel suo utilizzo come mercato interno, facendo di essa l’epicentro mondiale per questa materia prima.

Ma è facile prevedere che continue tensioni negli scambi commerciali tra Cina e Stati Uniti possano portare alla formazione di colli di bottiglia, come quelli post Covid, dannosi per molti Paesi. Gli Usa sono particolarmente sensibili a queste dinamiche in quanto si stima che nel 2035 dovranno importare rame in una percentuale compresa tra il 57 e il 67% del loro fabbisogno annuale. E quindi una competizione crescente con la Cina negli scambi commerciali nuoce in primo luogo all’America e non è escluso che il prossimo presidente voglia cercare una soluzione a questo problema.

Leggi i commenti