Biden alza una muraglia di dazi contro le auto cinesi, l’Europa litiga per una staccionata
di Filippo SantelliGli Stati Uniti che alzano un muro di tariffe davanti alle importazioni cinesi nelle industrie strategiche. Pechino che prepara ritorsioni. E l’Europa che, presa in mezzo a questa guerra industriale e commerciale tra le superpotenze, deve ancora fare una mossa. Con il rischio che i suoi dazi sulle auto elettriche made in China, se deciderà di imporli, non costituiscano una barriera abbastanza alta.
I dazi di Biden
Il pacchetto di tariffe di Joe Biden, anticipato nei giorni scorsi, è stato varato martedì mattina e copre una serie di settori decisivi per la transizione verde e il primato tecnologico. I dazi sulle auto elettriche quadruplicano dal 25 al 100%, sulle batterie vanno dal 7,5 al 25%, sui pannelli solari dal 25 al 50%, su acciaio, alluminio e alcune mat…
Gli Stati Uniti che alzano un muro di tariffe davanti alle importazioni cinesi nelle industrie strategiche. Pechino che prepara ritorsioni. E l’Europa che, presa in mezzo a questa guerra industriale e commerciale tra le superpotenze, deve ancora fare una mossa. Con il rischio che i suoi dazi sulle auto elettriche made in China, se deciderà di imporli, non costituiscano una barriera abbastanza alta.
I dazi di Biden
Il pacchetto di tariffe di Joe Biden, anticipato nei giorni scorsi, è stato varato martedì mattina e copre una serie di settori decisivi per la transizione verde e il primato tecnologico. I dazi sulle auto elettriche quadruplicano dal 25 al 100%, sulle batterie vanno dal 7,5 al 25%, sui pannelli solari dal 25 al 50%, su acciaio, alluminio e alcune materie prime critiche al 25%, sui chip al 50% dal prossimo anno. Lì in mezzo ci sono varie facce del made in China. Settori come il solare in cui – è l’accusa americana e non solo – Pechino sussidia un “eccesso di capacità produttiva” che poi scarica a basso costo nel resto del mondo; altri come le auto elettriche in cui il supporto di Stato ha permesso alle aziende cinesi di raggiungere un’efficienza e un livello tecnologico che le rende iper competitive; altri ancora come i chip (meno avanzati) in cui oggi la Repubblica Popolare non è superpotenza produttiva, ma punta a diventarlo investendo miliardi.
Difendere l’industria americana
Il filo rosso per Biden è difendere le aziende americane, per cui a sua volta – rubando una pagina dal copione cinese – ha stanziato decine di miliardi di fondi pubblici, con l’obiettivo di reindustrializzare il Paese ed essere meno dipendente dalla Cina. E in questo modo, nonostante lo neghi, recuperare anche voti nell’America impoverita dalla fuga delle fabbriche verso Oriente. È il terreno di conquista del rivale Donald Trump, che da presidente lanciò la prima guerra commerciale contro la Cina e in caso di rielezione promette tariffe al 60% su tutti i suoi prodotti (troppo poco e troppo tardi, ha commentato martedì). Biden rivendica – con la Cina e gli alleati - una diversità rispetto al predecessore: il fatto che i suoi dazi siano “mirati”, coprono 18 miliardi di importazioni contro 300, e che la strategia coinvolga i Paesi amici, anziché colpirli. Ma ammesso che gli alleati colgano la differenza, Pechino non sembra farlo, anche perché le tariffe dell’era Trump non sono state toccate: ieri ha annunciato contromisure.
L’Europa insegue
Se questo farà di nuovo precipitare i rapporti bilaterali è la prima di una lunga serie di incognite. Le tariffe premieranno Biden alle urne? Proteggeranno la crescita di un’industria americana efficiente, e relativi posti di lavoro, o sussidieranno inefficienze? Aumenteranno i costi dei prodotti e rallenteranno la transizione verde? Ma delle incognite enormi le pongono anche all’Europa, nel momento in cui la Commissione porta avanti un’indagine sulle auto elettriche importate dalla Cina, che potrebbe portarla ad alzare a sua volta le relative tariffe, oggi al 10%. L’Europa, ancora una volta, insegue: basti pensare che al momento negli Usa non sono in vendita auto elettriche cinesi – i dazi di Biden sono di fatto preventivi – mentre nell’Unione la loro quota di mercato è già significativa e in continua crescita. E l'Europa, ancora una volta, è divisa: l’industria dell’auto tedesca, legata mani e piedi alla Cina come mercato e base produttiva, è contraria ai dazi (sarebbe come “spararsi su un piede”, ha detto il capo di Bmw), e il cancelliere Scholz ricalca le stesse posizioni, che ha ribadito anche ieri durante un incontro con il premier svedese. Circa metà delle esportazioni di veicoli elettrici dalla Cina all’Europa è al momento costituita da auto di case occidentali.
Quanto sarà alta la barriera
Ma la Commissione è decisa, spinta soprattutto dalla Francia, ed è probabile che entro giugno arrivi un incremento provvisorio dei dazi, in attesa che i governi decidano poi se renderlo permanente. La società di ricerca Rhodium Group però ha già detto che, nel caso fossero compresi in una forchetta tra il 15 e il 30%, considerata la più probabile sulla base dei precedenti e delle resistenze politiche, difficilmente basterebbero ad arginare l’avanzata dei produttori cinesi. I prezzi che applicano in Europa infatti, molto più alti di quelli in Cina, garantiscono loro margini extra che arrivano al 50%, che sarebbero erosi ma non azzerati (a differenza di quelli delle case europee e di Tesla). Per proteggere davvero le aziende comunitarie, scrivono quindi gli analisti, ci vorrebbero dazi più alti o limitazioni non tariffarie, per esempio legate all’impatto ambientale o ai diritti del lavoro.
In generale, per un’Europa che vive di trasformazione sarà molto più difficile trovare il giusto equilibrio tra protezione e apertura, tra importazioni e produzione locale (anche da parte di aziende cinesi, che stanno cominciando ad aprire stabilimenti all’interno dell’Unione), tra sicurezza e transizione verde, tra ragioni della politica e ragioni dell’economia. Specie se non sarà in grado di mobilitare investimenti nelle industrie strategiche all’altezza di quelli di Stati Uniti e Cina. E qui il ritardo è ancora più grave.