Le industrie del G7: “No al protezionismo, i Paesi collaborino su AI e investimenti”
di Filippo SantelliGli imprenditori delle sette potenze democratiche mandano un messaggio ai leader dei loro Paesi. Si può parafrasare così: non buttate via il bambino con l’acqua sporca. Dove l’acqua sporca è la globalizzazione senza freni degli scorsi decenni, che ha consegnato Stati Uniti, Europa ed alleati alla dipendenza dalla fabbrica cinese. Ma il bambino, i bambini che si rischia di buttare via in nome della sicurezza, sono i benefici per crescita e benessere di mercati aperti e cooperazione, tra i Paesi avanzati e con quelli in via di sviluppo.
“Rafforzare la coesione”, “promuovere la convergenza delle politiche industriali”, “riconciliare sicurezza nazionale e mercati aperti” e “contrastare protezionismi” sono alcune delle raccomandazioni inserite n…
Gli imprenditori delle sette potenze democratiche mandano un messaggio ai leader dei loro Paesi. Si può parafrasare così: non buttate via il bambino con l’acqua sporca. Dove l’acqua sporca è la globalizzazione senza freni degli scorsi decenni, che ha consegnato Stati Uniti, Europa ed alleati alla dipendenza dalla fabbrica cinese. Ma il bambino, i bambini che si rischia di buttare via in nome della sicurezza, sono i benefici per crescita e benessere di mercati aperti e cooperazione, tra i Paesi avanzati e con quelli in via di sviluppo.
“Rafforzare la coesione”, “promuovere la convergenza delle politiche industriali”, “riconciliare sicurezza nazionale e mercati aperti” e “contrastare protezionismi” sono alcune delle raccomandazioni inserite nella dichiarazione finale del B7, il forum delle associazioni industriali dei Paesi G7, al termine del summit organizzato a Roma da Confindustria. E poi consegnate alla premier Meloni, per alimentare la discussione tra i capi di Stato e di governo al vertice del mese prossimo in Puglia.
Che i leader ascoltino però – nonostante gli impegni di Meloni sul “bilanciare sicurezza e cooperazione” – è tutt’altro che sicuro. Perché se è vero che la spaccatura principale è tra democrazie liberali e il tandem Cina-Russia, al loro interno le potenze del G7 sono tutt’altro che coese. Le politiche industriali di Biden contengono clausole protezionistiche, e se oggi le sue tariffe colpiscono Pechino, domani quelle di Trump potrebbero bastonare anche gli alleati. Ogni Paese, mentre cerca di ridurre i rischi economici, punta a recuperare una fetta più grande possibile della torta industriale, in una corsa ai sussidi in cui l’Europa arranca per investimenti e competitività. Per affrontare le grandi sfide delle transizioni verde e digitale, dice Emma Marcegaglia, presidente del B7, «serve un patto tra responsabili politici ed imprese, e uno tra governi per costruire una convergenza delle politiche industriali». Non si vedono. Neppure sull’Intelligenza artificiale, dove gli Stati Uniti corrono, il mondo insegue e la Ue legifera.
L’altro focus del B7 è la cooperazione con l’Africa, spunto che Meloni raccoglie per rilanciare il suo Piano Mattei. Per le imprese l’opportunità di sviluppo è chiara, ma la piattaforma di investimento creata dal G7 - anche per contrastare la Via della seta cinese - ha erogato appena 31 miliardi di dollari su 600 promessi.
Il messaggio del B7 non è una nostalgica difesa della globalizzazione che fu: gli imprenditori condividono l’esigenza per le democrazie di difendere la propria sicurezza. Ma alcune richieste – come riformare la moribonda Organizzazione mondiale del commercio – suonano addirittura utopistiche in questo contesto. La prossima settimana, a Stresa, toccherà ai ministri delle Finanze provare ad avvicinare il G7 a un’intesa su due dossier chiave, l’utilizzo dei fondi russi congelati per la ricostruzione dell’Ucraina e la tassa minima globale. Sul primo un accordo, limitato ai soli interessi, potrebbe essere annunciato in Puglia. Sul secondo la quadra resta distante.