Debito, l’Italia peggio della Grecia. Così il Superbonus ha ipotecato i conti
di Giuseppe ColomboROMA - Neppure il tempo di incassare il primo via libera del Parlamento all’ennesima stretta al Superbonus: i “compiti” del governo Meloni sui conti pubblici devono farsi decisamente più sostenuti. Perché, annota Scope Ratings, se l’Italia non attuerà “un piano credibile di consolidamento fiscale a medio termine per stabilizzare il debito pubblico”, le conseguenze saranno pesantissime: da qui a tre anni, nel 2028, il rapporto debito/Pil sarà il più alto d’Europa. Superiore addirittura a quello della Grecia.
Un bagno di realtà per l’esecutivo perché l’agenzia di rating quantifica anche lo sforzo. “Nel nostro scenario di base con circa l’1% di crescita e il 2% di inflazione in media nel 2025-2029 - si legge nel report - l’Italia necessita di un miglioramento cumulat…
ROMA - Neppure il tempo di incassare il primo via libera del Parlamento all’ennesima stretta al Superbonus: i “compiti” del governo Meloni sui conti pubblici devono farsi decisamente più sostenuti. Perché, annota Scope Ratings, se l’Italia non attuerà “un piano credibile di consolidamento fiscale a medio termine per stabilizzare il debito pubblico”, le conseguenze saranno pesantissime: da qui a tre anni, nel 2028, il rapporto debito/Pil sarà il più alto d’Europa. Superiore addirittura a quello della Grecia.
Un bagno di realtà per l’esecutivo perché l’agenzia di rating quantifica anche lo sforzo. “Nel nostro scenario di base con circa l’1% di crescita e il 2% di inflazione in media nel 2025-2029 - si legge nel report - l’Italia necessita di un miglioramento cumulativo del saldo pubblico primario di circa 5,8 punti percentuali del Pil”. Tradotto in miliardi: 135. Un impegno che non potrà essere disatteso perché altrimenti Roma non riuscirebbe a mantenere gli impegni presi con il nuovo Patto di stabilità: un taglio graduale di un punto percentuale all’anno del rapporto debito/Pil.
Ma il consolidamento fiscale richiesto si farà più oneroso in caso di minore crescita o in presenza di un’inflazione più bassa.
L’incubo Grecia
In assenza di una correzione, il rapporto debito/Pil schizzerebbe nel 2028 al 143,7%, dal 137,3% del 2023. Un balzo di oltre sei punti percentuali, fino a un livello superiore di oltre quattro punti a quello indicato dal governo nel Documento di economia e finanza (Def).
"L’aumento - sottolineano gli analisti dell’unica agenzia di rating europea validata dalla Bce - è in linea con quello di altre grandi economie europee che si trovano ad affrontare prospettive fiscali difficili”. Il Belgio, ad esempio, registrerà un aumento di 8,9 punti percentuali. Ma il punto di partenza del rapporto debito/Pil questi Paesi, tra cui figura anche la Francia, è molto al di sotto di quello dell’Italia.
Non solo. L’Italia si discosta anche dai quei Paesi che sono stati soggetti a programmi di assistenza finanziaria (Mes). Ecco l’incubo Grecia: il rapporto debito/Pil di Atene scenderà al 140%, ben 21,8 punti percentuali rispetto al livello registrato nel 2023. E così che l’Italia finirebbe per indossare la maglia nera d’Europa.
Superbonus senza fine
Ma perché il sentiero dell’Italia si è fatto così difficile? Sono tre gli elementi individuati come cause. Non solo i tassi di interesse e il Pnrr che procede a rilento, ma anche il Superbonus.
L’importo del consolidamento fiscale (135 miliardi) è leggermente superiore “al costo degli incentivi fiscali concessi fino ad oggi per le ristrutturazioni edilizie volte a migliorarne l’efficienza energetica, noti come Superbonus, che hanno portato a 122,2 miliardi di euro di crediti d’imposta”, ricordano gli economisti. Dai costi all’impatto sui conti: il 110% ha contribuito “in modo significativo” nel portare il disavanzo pubblico all’8,6% nel 2022 e al 7,4% l’anno scorso.
Ma se la falla del deficit è stata tamponata, il rapporto debito/Pil è cresciuto quest’anno e la corsa proseguirà fino al 2026. Ecco la zavorra del Superbonus sul debito: quasi 2 punti percentuali nei prossimi tre anni, rispetto a un aumento medio di 0,5 punti percentuali nel 2021-2023.
I ritardi del Pnrr
L’altro vulnus è rappresentato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per Scope Ratings, infatti, la spesa resta bassa: 45 miliardi sui 194,4 totali, a fine marzo (il 23% del totale). A fronte di un incasso di più della metà dei fondi che spettano all’Italia.
In poco più di due anni, entro il 30 giugno 2026, l’Italia dovrà spendere 150 miliardi, circa il 7% del Pil. “Ritardi più lunghi – si legge nel documento – potrebbero limitare il potenziale impulso del Piano alla crescita a medio termine, che è cruciale per stabilizzare il rapporto debito/Pil”.