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Il boom delle società benefit: più welfare, produttività e margini più ricchi

Pier Giovanni Capellino, fondatore di Almo Nature

 
Crescita del 37% lo scorso anno rispetto al 2022. Il caso della ligure Almo Nature: tutti i profitti destinati a una Fondazione
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Prima e immaginaria regola della serendipità applicata al business: quando non si cerca il profitto a tutti i costi, alla fine può capitare di trovarlo anche oltre le aspettative. Lo testimoniano i numeri delle società benefit: sono più ricche, più redditizie e pagano meglio i propri dipendenti rispetto alle aziende tradizionali, anche se non puntano al guadagno come unico obiettivo. Sono le evidenze messe in luce da un rapporto realizzato da Intesa Sanpaolo con Nativa, InfoCamere, Università di Padova, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit su questa categoria di imprese, caratterizzate dall’inserimento nell’oggetto sociale di finalità di beneficio comune che vadano oltre il semplice profitto aziendale. Tradotto: l’obiettivo è sempre guadagnare e far guadagnare i soci, ma cercando allo stesso tempo di raggiungere obiettivi di carattere sociale.

I numeri

La fotografia indica una crescita senza sosta: nel 2023 il numero di società benefit è cresciuto del 37% nell’ultimo…

Prima e immaginaria regola della serendipità applicata al business: quando non si cerca il profitto a tutti i costi, alla fine può capitare di trovarlo anche oltre le aspettative. Lo testimoniano i numeri delle società benefit: sono più ricche, più redditizie e pagano meglio i propri dipendenti rispetto alle aziende tradizionali, anche se non puntano al guadagno come unico obiettivo. Sono le evidenze messe in luce da un rapporto realizzato da Intesa Sanpaolo con Nativa, InfoCamere, Università di Padova, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit su questa categoria di imprese, caratterizzate dall’inserimento nell’oggetto sociale di finalità di beneficio comune che vadano oltre il semplice profitto aziendale. Tradotto: l’obiettivo è sempre guadagnare e far guadagnare i soci, ma cercando allo stesso tempo di raggiungere obiettivi di carattere sociale.

I numeri

La fotografia indica una crescita senza sosta: nel 2023 il numero di società benefit è cresciuto del 37% nell’ultimo anno, toccando quota 3.619 unità. Il fatturato di questo tipo di imprese, a confronto con panel di aziende equivalente non benefit, è cresciuto complessivamente del 37% contro il 18% di crescita media del secondo gruppo. La reddività, misurata attraverso l’Ebitda, è cresciuta dall’8,1% all’8,3 per le società non benefit e dall’8,5% al 9 per quelle benefit nell’arco 2019-2022.

A spingere la corsa verso l’adozione di questo tipo di qualifica non è, come si potrebbe immaginare, la possibilità di accedere ad agevolazioni fiscali particolari, ma un meccanismo potenzialmente più virtuoso. «Quando parliamo di società benefit ci riferiamo ad aziende che sono più evolute sul fronte dell’innovazione e dell’internazionalizzazione: tutte strategie, soprattutto se adottate in modo combinato, che permettono di crescere maggiormente sui mercati», spiega Giovanni Foresti, economista Research Department di Intesa Sanpaolo che ha realizzato la ricerca insieme alla collega Sara Giusti. «Inoltre si parla di soggetti molto attenti ai temi Esg, in un mercato che si rivela sempre di più attento a queste tematiche e che esprime sempre più una domanda di sostenibilità. Sono imprese che dal punto di vista del capitale umano hanno una maggiore attrattività, fanno stare meglio i propri lavoratori, con effetti positivi anche sulla produttività, innescando così un circolo virtuoso: più welfare, più produttività e quindi imprese più redditizie», sottolinea ancora l’economista. «Si tratta poi di aziende che avevano già nel loro percorso una buona sensibilità su questi temi, quindi hanno potuto dotarsi in maniera formale di obiettivi di sostenibilità concreti e misurabili», aggiunge l’economista Sara Giusti.

L’appeal verso l’etichetta benefit, negli anni, ha conquistato anche le grandi aziende. Lo dimostra anche lo spaccato dimensionale evidenziato dal rapporto. Dal 2017 a oggi le aziende grandi sono passate da 2 a 89. Oggi sono società benefit anche marchi molto conosciuti al grande pubblico. Da Ferrarelle ad Alessi, da Novamont a Danone, con impegni che spaziano dalla sostenibilità ambientale all’attenzione dedicata ai propri dipendenti.

Il caso di Almo Nature

C’è poi chi spinge questo modello, in modo virtuoso, all’estremo. La ligure Almo Nature, uno dei marchi più famosi del pet food in Italia, da alcuni anni ha scelto di attribuire integralmente i propri profitti, al netto di tasse e spese, a beneficio della Fondazione Capellino, fondata dal creatore di Almo Nature Pier Giovanni Capellino, e a cui è stato donato anche il 100% della proprietà della società stessa. Una scelta simile a quella compiuta lo scorso anno dal patron del marchio Patagonia, l’americano Yvon Chouinard, che ha ceduto la sua azienda – valutata 3 miliardi di dollari – a due entità no-profit.

«A un certo punto della storia abbiamo capito che forse avremmo dovuto cominciare a restituire qualcosa alla natura», spiega Capellino, che oltre a essere presidente e ceo di Almo Nature è anche presidente della Fondazione, che dai profitti di Almo Nature ha ricevuto circa 32 milioni di euro dal 2018 a oggi e una quota quasi equivalente attribuita a riserva straordinaria di cui la Fondazione in quanto proprietaria può sempre comunque disporre. «L’idea, condivisa anche con mio fratello, è stata quella di donare nel 2018 l’azienda per finanziare la Fondazione. Fin da subito infatti l’elemento decisivo è stato quello della trasparenza: in questa maniera avremmo avuto certezza e, ribadisco, trasparenza sul denaro arrivato alla Fondazione, perché proveniente soltanto dalla nostra azienda». Così le due entità possono realizzare appieno quello che è poi il principio fondante di questa iniziativa, la reintegration economy, vale a dire la possibilità di destinare i profitti dell’azienda agli obiettivi scelti dalla Fondazione. «Il nostro fine ultimo è la salvaguardia della biodiversità – spiega ancora Pier Giovanni Capellino – e per me l’azienda è l’esatto contrario di una rendita: è uno strumento che produce denaro per i fini che ci siamo posti».

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