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La Confindustria europea: “Basta dogmatismi sulla transizione verde, l’Unione rimetta al centro la competitività”

Markus Beyrer, da 12 anni è direttore generale di BusinessEurope, la potente organizzazione che a Bruxelles rappresenta le imprese 
Intervista a Markus Beyrer, direttore generale di BusinessEurope, alla vigilia del voto. “Perdiamo terreno sui concorrenti, per tornare in carreggiata serve un grande patto industriale. I dazi contro la Cina? La decisione deve basarsi sui fatti, non dobbiamo inseguire gli Stati Uniti”
3 minuti di lettura

“L’Europa sta rimanendo indietro rispetto ai concorrenti globali, deve rimettersi in carreggiata”, dice Markus Beyrer, direttore generale di BusinessEurope. Ed è per questo che l’associazione delle imprese europee, uno dei gruppi di pressione più potenti a Bruxelles, considera le prossime elezioni un passaggio “cruciale”: “Servono meno dogmatismo e più pragmatismo, un Industrial Deal che metta la competitività in cima alle priorità e una figura al vertice della Commissione che si occupi della sua realizzazione”.

In che senso considerate dogmatiche le politiche europee degli ultimi cinque anni?

“Pensiamo ad esempio al Green Deal (il piano “verde” europeo per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, ndr). Fin dall’inizio abbiamo sostenuto direzione e ambizione, perché pensiamo che la decarbonizzazione sia una necessità e apra delle opportunità. Ma l’importante è farla senza deindustrializzare”.

“L’Europa sta rimanendo indietro rispetto ai concorrenti globali, deve rimettersi in carreggiata”, dice Markus Beyrer, direttore generale di BusinessEurope. Ed è per questo che l’associazione delle imprese europee, uno dei gruppi di pressione più potenti a Bruxelles, considera le prossime elezioni un passaggio “cruciale”: “Servono meno dogmatismo e più pragmatismo, un Industrial Deal che metta la competitività in cima alle priorità e una figura al vertice della Commissione che si occupi della sua realizzazione”.

In che senso considerate dogmatiche le politiche europee degli ultimi cinque anni?

“Pensiamo ad esempio al Green Deal (il piano “verde” europeo per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, ndr). Fin dall’inizio abbiamo sostenuto direzione e ambizione, perché pensiamo che la decarbonizzazione sia una necessità e apra delle opportunità. Ma l’importante è farla senza deindustrializzare”.

Dunque gli obiettivi verdi dell’Europa vanno rivisti?

“Non mettiamo in discussione questo o quell’obiettivo, ma l’implementazione non si deve tradurre in uno tsunami regolatorio. Prendiamo l’idrogeno: in Europa si dibatte sui colori dell’arcobaleno, verde, blu, rosso o viola (a seconda di come viene prodotto, ndr), mentre negli Stati Uniti il sistema è molto semplice, devi ottenere una decarbonizzazione legata all’idrogeno. E’ una delle ragioni per cui gli investimenti vanno lì. Quello che diciamo quindi è che il piano va adattato, valutando cosa funziona e cosa no. Ma l’aspetto più importante è affiancarlo con un Industrial Deal, un patto industriale che lo trasformi in un vero progetto di crescita”.

Spesso l’impressione è che il vero obiettivo delle lobby industriali sia resistere e abbassare i costi della transizione, quando invece l’Europa prova a darsi una prospettiva di lungo periodo.

“E’ giusto avere questa prospettiva, ma l’approccio deve essere realistico e olistico. L’Europa vale il 7% delle emissioni globali, non salverà il mondo, e di certo non aiuterà nessuno far fuggire gli investimenti mentre altrove le emissioni crescono. Inoltre per avere successo nella competizione globale dobbiamo essere competitivi nell’intera filiare industriale: se diventiamo forti nei settori verdi ma ne perdiamo altri come l’acciaio non raggiungeremo l’obiettivo. L’ambizione è importante, ma ancora più importante è mostrare al mondo dimostrare al mondo che si può decarbonizzare senza perdere occupazione e grandi parti della nostra ricchezza”.

Le destre sovraniste promettono di smontare il Green Deal. Per le aziende europee la loro avanzata è un rischio o un’opportunità?

“Tutti parlano dell’estrema destra, ma credo che alle elezioni vedremo rafforzarsi le parti estreme su entrambi i lati, e indebolirsi il centro. Trovare maggioranze per approvare le misure sarà più difficile, quindi sarà importante identificare e includere nelle discussioni tutte le forze costruttive, come anche il vostro primo ministro. Potrebbero esserci capitoli in cui tutto questo renderà le decisioni meno dogmatiche, altri dove le renderà più difficili, come le ratifiche degli accordi di libero scambio”.

Quali dovrebbero essere i punti qualificanti di questo piano industriale?

“Ne cito tre: colmare il divario sui costi dell’energia, ridurre il carico normativo, accelerare le procedure autorizzative”.

Servono anche investimenti, e tanti. All’Europa basta mobilitare i capitali privati o è necessario nuovo debito comune?

“Prima di tutto si tratta di mobilitare gli investimenti privati, ma è chiaro che a volte sono necessari incentivi. Noi non sosteniamo che ci voglia per forza nuovo debito comune, la questione va rovesciata: prima avere un piano chiaro su ciò che è necessario in termini di competitività, per esempio costruire una infrastruttura energetica transeuropea, e poi discutere su come vada finanziato”.

La discontinuità che chiedete si applica anche ai ruoli europei di vertice? Come vedreste un bis di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione?

“Non spetta a noi prendere queste decisioni, quello che chiediamo è avere un programma migliore. Quanto ai ruoli, noi lavoriamo bene con l’attuale presidente della Commissione ma crediamo ci sarà bisogno di una persona forte incaricata dell’esecuzione del piano per la competitività che riporti l’Europa in carreggiata. Può essere lo stesso presidente, oppure un vicepresidente di peso”.

Mario Draghi?

“Aspettiamo con ansia il suo rapporto sulla competitività, siamo grati per il lavoro che sta facendo e qualsiasi contributo possa venire dal professor Draghi sarebbe certamente ben accolto”.

Il presidente americano Biden ha appena annunciato nuovi dazi sui prodotti cinesi, la Commissione europea li studia a sua volta sulle auto elettriche del Dragone. Giusto applicarli?

“Se l’indagine della Commissione concluderà che quei prodotti godono di aiuti di Stato distorsivi non dobbiamo essere timidi nell’applicare contromisure. Ma la decisione deve basarsi sulla valutazione dei fatti, non su considerazioni politiche. L’Europa non deve copiare gli Stati Uniti, il suo obiettivo con la Cina deve essere la riduzione del rischio, non il divorzio: dobbiamo concentrarci sul 10% del commercio che pone dei rischi e salvaguardare l’altro 90%”.

Teme le ritorsioni di Pechino e una guerra commerciale?

“Si possono evitate rendendo chiaro alla Cina cosa vogliamo, cioè proteggere alcune parti della nostra industria, e che lo facciamo all’interno delle regole”.

Le imprese europee vedono l’Unione come parte del problema o come parte della soluzione? In fondo è questa la grande spaccatura delle prossime elezioni.

“Penso che vedano l'Europa come parte della soluzione quando ci riflettono razionalmente, ma che negli ultimi anni, quando si chiede loro una risposta di cuore, l'abbiano vista come parte del problema. Dobbiamo colmare questo divario tra cervello e cuore, rendendo l’Europa migliore”.

Eppure le associazioni industriali sembrano sempre molto decise nel criticare i presunti errori di Bruxelles, molto meno i singoli governi che adottano politiche nazionalistiche o si oppongono a una maggiore integrazione.

“Io credo che nessun gruppo abbia una mentalità così europea come la comunità imprenditoriale, perché le aziende vedono nella loro vita quotidiana che il mercato comune è la nostra forza. Per questo sosteniamo con decisione il rapporto di Enrico Letta quando spiega che il mercato unico deve essere rilanciato e il nostro slogan “Reboot Europe” (riavviare l’Unione, ndr) dice chiaramente che possiamo farcela solo insieme. In Europa ci sono solo due tipi di Stati: quelli piccoli e quelli che non si sono resi conto di essere piccoli su scala globale”.

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