Economia

G7, Yellen pressa l’Europa sull’utilizzo dei fondi russi: “Inaccettabile non fare di più”

La segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen al G7 di Stresa, sul Lago Maggiore
La segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen al G7 di Stresa, sul Lago Maggiore (reuters)

A Stresa la ministra Usa cerca un “accordo di principio” sull’ipotesi di anticipare all’Ucraina gli interessi futuri degli asset congelati, ma i timori dell’Unione restano. Sul dumping cinese l’America chiede un “fronte unito”, naufraga la Global Tax

3 minuti di lettura

STRESA – Sul Lago Maggiore i lavori del G7 Finanze inizieranno ufficialmente venerdì mattina con foto di gruppo a bordo acqua di ministri e banchieri centrali, pioggia permettendo. Ma la segretaria al Tesoro americana Janet Yellen è arrivata a Stresa con qualche ora di anticipo, e un messaggio molto chiaro per i partner sulla necessità di utilizzare i proventi degli asset russi congelati - non solo quelli già maturati, ma anche futuri – per finanziare l’Ucraina: “Dobbiamo lavorare insieme su opzioni più ambiziose”, ha detto in conferenza stampa giovedì mattina, prima tra i ministri a parlare. “Non adottare ulteriori misure non è un’opzione accettabile, dobbiamo essere risoluti e uniti”. Un messaggio indirizzato soprattutto ai partner europei, molti dei quali continuano ad avere preoccupazioni sulla base giuridica della proposta americana e sulle possibili ritorsioni russe.

La proposta Usa, i dubbi europei

La maggior parte delle riserve della Banca centrale russa congelate dal G7 – oltre 200 miliardi di dollari su 280 – si trovano proprio su territorio europeo. Inizialmente gli Stati Uniti avevano ipotizzato di requisirli, scontrandosi però con la resistenza di governi e Banche centrali dell’Unione, secondo cui un’azione di questo tipo – difficile da giustificare dal punto di vista legale – avrebbe danneggiato lo status internazionale dell’euro. Qualche settimana fa i governi dell’Unione hanno siglato un’intesa che prevede di girare a Kiev gli interessi maturati ogni anno su quei fondi, circa 3 miliardi di dollari. Ma pur plaudendo alla decisione, gli Stati Uniti giudicano la cifra insufficiente e propongono di andare oltre con un esercizio di ingegneria finanziaria: anticipare gli interessi futuri per concedere a Kiev un prestito molto più ampio, fino a 50 miliardi di dollari. Fonti europee parlano di una “graduale convergenza” su questa ipotesi, espressione in cui l’aggettivo fa intendere tutte le residue perplessità su modalità ed effetti. Una riguarda le potenziali ritorsioni di Mosca, che nei giorni scorsi ha sequestrato una serie di fondi delle controllate russe di Unicredit e di due banche tedesche. L’altra l’entità del prestito, che di fatto implicherebbe di tenere bloccati gli asset russi per un periodo compreso tra i 15 e i 20 anni (a seconda del livello dei tassi di interesse, da cui dipendono i proventi futuri).

A domanda di Repubblica su queste perplessità, Yellen ha risposto che “i dettagli non sono ancora stati decisi” e che quello su cui sta lavorando a Stresa è “un accordo generale sul principio”, per poi definire i particolari nelle tre settimane che restano prima del summit dei capi di Stato e di governo in Puglia. La segretaria al Tesoro si mostra quindi aperta a mediare sul valore complessivo del piano, aggiungendo che “non è detto sia necessario bloccare i soldi fino a che il debito non sarà ripagato”, per esempio nel caso si arrivi ad un accordo di pace che preveda qualche tipo di compensazione economica dei danni di guerra da parte della Russia. Ma ogni ipotesi di risoluzione del conflitto, almeno al momento, appare remota e spiega le perplessità dei partner europei. La Germania ha ribadito che qualunque soluzione deve avere la “certezza del diritto”, concetto condiviso anche dall’Italia che, da presidente del G7, sta cercando di svolgere un ruolo di “mediatore onesto”.

Quanto alla paura di ritorsioni, Yellen ha ricordato che quella contro Putin è anche “una sfida di volontà” e che è importante far capire che l’Occidente è disposto a sostenere l’Ucraina nel medio e lungo periodo. Secondo la segretaria americana i finanziamenti del suo piano potrebbero soddisfare le esigenze finanziarie di Kiev “per il 2025 e anche oltre”.

Fronte unito contro la Cina

Non è l’unico tema in agenda in questo G7, e non è l’unico in cui si misurano sensibilità differenti tra gli Stati Uniti e i loro partner. Un altro riguarda la Cina, sui cui prodotti il presidente Biden ha appena annunciato un nuovo pacchetto di tariffe. Il bersaglio, ha ribadito Yellen, è l’overcapacity, cioè l’eccesso di capacità produttiva sussidiato dal regime comunista, che si sta riversando nel mondo sotto forma di esportazioni a basso costo e minaccia la tenuta di investimenti e aziende occidentali. Su questo “è importante presentare un fronte chiaro ed unito”, ha detto Yellen giovedì mattina, ed è interessante capire se quella parola, centrale per l’amministrazione Biden, verrà inserita – per la prima volta – nel comunicato finale del vertice. Se i timori sulla Cina sono condivisi anche in Europa, ce ne sono anche sulle misure protezionistiche adottate da Washington per difendere le sue industrie, nonché sull’effetto che una escalation tariffaria potrebbe avere sul commercio internazionale. Yellen ha spiegato che il suo invito a unire il fronte non significa necessariamente adottare le stesse misure, bensì mandare un messaggio unitario a Pechino, un “muro di opposizione”.

E una presa di posizione da parte dei colleghi la segretaria Usa la sollecita anche sulla minaccia del governo isrealiano di tagliare le connessioni finanziarie alle banche di Gaza, un’ipotesi rispetto a cui si dice “molto preoccupata” e che potrebbe creare una “crisi umanitaria”.

La tassa (non) globale

Gli altri temi nell’agenda di questo G7 sono il supporto finanziario ai Paesi in via di sviluppo, l’impatto dell’Intelligenza artificiale e i vari progetti – tutti incompiuti - di tassazione internazionale. Yellen ha ribadito il no dell’amministrazione Biden alla nuova ipotesi di alcuni economisti, fatta propria dal Brasile di Lula come presidente del G20, di una imposta globale sui miliardari usata per finanziarie la transizione verde nei Paesi in via di sviluppo. Ma in realtà gli Stati Uniti stanno bloccando anche l’implementazione del cosiddetto “primo pilastro” della Global Tax sulle grandi multinazionali, quello che prevede di riallocare il diritto di tassarne i profitti dai Paesi dove hanno sede a quelli dove realizzano gli affari. Quando l’accordo sulla Tassa globale fu firmato in sede Ocse, ormai tre anni fa, la stessa Yellen la definì una “giornata storica”, oggi l’ostilità bipartisan del Congresso ha trasformato la misura in un problema per l’amministrazione Biden. Che si trovi un’intesa entro giugno, per far entrare pienamente in vigore una tassa fondamentale contro le pratiche di elusione fiscale delle grandi multinazionali, appare ormai un miraggio.

I commenti dei lettori