Redditometro, flop di Meloni. La caccia agli evasori dura 24 ore
di Giuseppe Colombo , Valentina ConteROMA - Salta il Redditometro in versione meloniana. La premier prova a resistere agli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani che ne invocano per tutto il giorno l’abolizione. Di prima mattina rassicura con un post sui social: “Con noi mai nessun Grande Fratello fiscale”. Ma a sera, dopo un colloquio ai ferri corti con l’autore dell’incriminato decreto, il fedele viceministro dell’Economia Maurizio Leo, cede: “Sospendiamo il decreto. Ma continuiamo a contrastare la grande evasione, chi si finge nullatenente e gira con il Suv o va in vacanza con lo yacht: fenomeno inaccettabile”.
Meloni ha dunque preferito sgonfiare sul nascere la bolla che montava a sedici giorni dalle elezioni europee. Pensava di avere qualche margine per intervenire, di aspettare la relazione che Leo avrebbe portato al Consiglio dei ministri di domani, sollecitata 24 ore prima, quando è scoppiato l’affaire Redditometro con la pubblicazione del decreto ministeriale sulla Gazzetta ufficiale. E poi, recitava il piano,…
ROMA - Salta il Redditometro in versione meloniana. La premier prova a resistere agli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani che ne invocano per tutto il giorno l’abolizione. Di prima mattina rassicura con un post sui social: “Con noi mai nessun Grande Fratello fiscale”. Ma a sera, dopo un colloquio ai ferri corti con l’autore dell’incriminato decreto, il fedele viceministro dell’Economia Maurizio Leo, cede: “Sospendiamo il decreto. Ma continuiamo a contrastare la grande evasione, chi si finge nullatenente e gira con il Suv o va in vacanza con lo yacht: fenomeno inaccettabile”.
Meloni ha dunque preferito sgonfiare sul nascere la bolla che montava a sedici giorni dalle elezioni europee. Pensava di avere qualche margine per intervenire, di aspettare la relazione che Leo avrebbe portato al Consiglio dei ministri di domani, sollecitata 24 ore prima, quando è scoppiato l’affaire Redditometro con la pubblicazione del decreto ministeriale sulla Gazzetta ufficiale. E poi, recitava il piano, casomai "chiedere cambiamenti”.
Ma gli attacchi da dentro la maggioranza l’hanno costretta alla retromarcia. Totale e immediata: "Faremo ulteriori approfondimenti”. Esulta Tajani, che era pronto ad abrogare il decreto del 1973, all’origine del Redditometro: “Sono molto soddisfatto, la premier ha accolto la nostra richiesta”. Così anche Salvini: “Bene che il governo abbia deciso di stoppare il Grande Fratello fiscale”, definito “un orrore”.
Un ordine del giorno leghista al decreto Superbonus, presentato di buon’ora, già prometteva tempesta: "Il governo chiarisca, il Redditometro va superato, è solo una vecchia visione, un’intrusione sproporzionata e indiscriminata nella privacy del contribuente”. E alla fine l’odg è riuscito ad incassare il via libera dell’aula della Camera “confermando il superamento del Redditometro”. Fratelli d’Italia, il partito della premier, si è accodato: altro elemento che attesta l’affanno nei confronti degli alleati di governo.
A fatica i meloniani hanno retto la diga per tutto il giorno, invocando possibili ritocchi, richiami alla “grande evasione”, vagheggiando di un “nuovo Redditometro”, quando in realtà quello di Leo è una riedizione di quello istituito da Berlusconi-Tremonti nel 2010, con un rafforzamento della posizione del contribuente che in un doppio contraddittorio può spiegare lo scostamento di oltre il 20% tra il suo reddito e le spese.
Non ha aiutato neppure la dichiarazione del direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini: "Il Redditometro è stato sempre uno strumento residuale, utilizzato solo quando l’amministrazione finanziaria non ha alcun elemento per ricostruire il reddito di un contribuente, come nel caso degli evasori totali”.
Nessuno, insomma, ha difeso la fuga in avanti di Leo, consumata in silenzio. E ora che la premier ha deciso di "sospendere” il decreto si torna alla situazione del 2018, quando M5S e Lega congelarono il Redditometro in attesa di una commissione per stabilirne parametri e modalità di applicazione. Un ritorno al passato che costa caro alla premier. E al suo un po’ meno fedelissimo viceministro all’Economia.
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