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Quella contro l’evasione fiscale globale è una battaglia da combattere

Migliaia di miliardi sfuggono alle casse degli Stati grazie ai paradisi fiscali, all’occultamento dei profitti e al flop della minimum tax. Ma di quei soldi ora c’è gran bisogno
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Un tesoro intoccabile di più di mille miliardi di dollari, frutto per lo più di evasione fiscale quando non di attività ancora più illecite, rimane sigillato nei paradisi fiscali al riparo da qualsiasi prelievo, equivalente al 35% di tutti i profitti realizzati dalle multinazionali al di fuori del loro Paese base. La “Global minimum tax” deliberata dopo infinite negoziazioni nel 2021 con il coordinamento dell’Ocse, è ridotta a poco più di una barzelletta: l’accordo era per un livello del 20%, di fatto però la quota fu subito abbassata al 15%, senza troppi complimenti. Poi, nel corso di questi pochi anni, sono emerse scappatoie, esenzioni, detrazioni, deduzioni e oggi il livello è ridotto al 4,8% per quei pochi che hanno la bontà di pagarla: se l’accordo iniziale fosse rispettato, oggi le finanze pubbliche dei vari Paesi avrebbero in totale 250 miliardi di dollari in più ogni anno.

che fine ha fatto la global minimum tax

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Un tesoro intoccabile di più di mille miliardi di dollari, frutto per lo più di evasione fiscale quando non di attività ancora più illecite, rimane sigillato nei paradisi fiscali al riparo da qualsiasi prelievo, equivalente al 35% di tutti i profitti realizzati dalle multinazionali al di fuori del loro Paese base. La “Global minimum tax” deliberata dopo infinite negoziazioni nel 2021 con il coordinamento dell’Ocse, è ridotta a poco più di una barzelletta: l’accordo era per un livello del 20%, di fatto però la quota fu subito abbassata al 15%, senza troppi complimenti. Poi, nel corso di questi pochi anni, sono emerse scappatoie, esenzioni, detrazioni, deduzioni e oggi il livello è ridotto al 4,8% per quei pochi che hanno la bontà di pagarla: se l’accordo iniziale fosse rispettato, oggi le finanze pubbliche dei vari Paesi avrebbero in totale 250 miliardi di dollari in più ogni anno.

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La beffa dei super ricchi

Ancora: i super-ricchi, beffa nella beffa, pagano meno tasse di tutti: in virtù del castelletto di scatole cinesi, di società su cui scaricano i redditi, di passaggi da un Paese all’altro degli utili e di mille fantasiosi escamotage – molti dei quali clamorosamente illegali perlomeno in diversi Paesi – ideati e tutelati dagli stuoli di agguerriti avvocati di cui dispongono, di fatto i miliardari pagano di tasse fra lo 0 e lo 0,50% dei loro profitti. E così via. Il cahier des doleances continua come uno stillicidio lungo tutte le 91 pagine del report “Global Tax Evasion 2024”, appena pubblicato dall’Eu Tax Observatory, un organismo dell’Unione Europea inaugurato il 1° giugno 2021 a Parigi dal commissario Paolo Gentiloni e dall’olandese Paul Tang, presidente della commissione Finanze del Parlamento di Strasburgo. Anno dopo anno, l’Osservatorio fotografa l’evasione e l’elusione fiscale in tutto il mondo, arricchendosi di informazioni purtroppo sempre più dolenti, e anche distillando suggerimenti per tappare il buco. Quest’anno la proposta più forte è l’istituzione di una tassa patrimoniale globale che però si rivolgerebbe solo a un pubblico ristrettissimo di non più di tremila supermiliardari globali, nomi per lo più noti per i quali equivarrebbe a un “buffetto”: bene, calcola il report, se solo questi signori cedessero il 2% della loro ricchezza, «si potrebbero raccogliere quasi 250 miliardi di dollari ogni anno».

Il meccanismo Minimum Tax

Una cifra analoga, e aggiuntiva, a quella della Minimum tax se fosse correttamente applicata. A quest’ultimo proposito, si puntava sul meccanismo del “minimum” anche per scoraggiare una volta per tutte le multinazionali dall’odiosa e reiterata pratica di pagare le tasse in posti diversi da quelli in cui sono realizzati gli utili. Per questo si puntava sul 20% (il rapporto anzi suggerisce di innalzarlo al 25%): a quel punto la differenza fra quanto pagabile per esempio in Italia (dove la tassa sulle imprese è al 23%) e quanto, mettiamo, in Irlanda, si sarebbe ridotta talmente tanto da scoraggiare complesse e controverse manovre. Ma se la “minimum” torna a essere realmente “minimum” tutto il discorso cade.

Strettamente connesso è il meccanismo dell’offshore: qualsiasi tentativo di accordo internazionale, sia che coinvolga i governi sia le banche (alle quali comunque il rapporto riconosce di aver fatto qualche passo avanti nella riduzione del segreto), sia ovviamente i diretti interessati, sistematicamente naufraga. Ancora non si è arrivati a uno scambio automatico di informazioni, salvo in pochissimi e limitati casi: «Le istituzioni finanziarie offshore hanno paura di perdere i clienti e non vedono una forte minaccia dalle amministrazioni fiscali occidentali».

Eppure, con le tecnologie disponibili come la blockchain sarebbe fattibile un efficiente sistema automatico di notizie. «Anche, beninteso – chiarisce il rapporto – di informazioni su pratiche legali, ancorché discutibili come il trasferimento dei benefici e dei profitti in Paesi che hanno normative fiscali fatte apposta per attrarre ricchi clienti». Una pratica che ha consentito finora agli attori economici che hanno tratto più benefici dalla globalizzazione «di ridurre il loro carico fiscale sempre più, abbassando così le entrate dei Paesi dove producono il reddito e aumentando le diseguaglianze: la posta in gioco – accusa senza mezzi termini il rapporto – è la sostenibilità sociale dei sistemi fiscali e della stessa globalizzazione».

Il messaggio-chiave è tutto qui: «L’evasione fiscale non è una legge di natura ma una scelta politica. In qualità di nazioni interconnesse, possiamo scegliere le politiche del “libera tutti” (free-for-all) permettendo all’evasione di inasprirsi, o il coordinamento per controllarla». È anche possibile, aggiunge il rapporto (scritto da esperti dell’Unione europea), «fare progressi agendo in modo unilaterale se le ambizioni globali dovessero fallire». Per dare una misura delle cifre di cui parliamo, il rapporto indica in 500 miliardi l’anno la cifra necessaria per fronteggiare le conseguenze del climate change. Ma non c’è solo quel problema: «I governi hanno un disperato bisogno di fondi – scrive Joseph Stiglitz nella prefazione al rapporto – per finanziare essenziali investimenti in educazione, salute, infrastrutture, tecnologie».

C’è di più, aggiunge il guru della Columbia University scelto non a caso dall’Ue per le sue gagliarde battaglie a favore di questo “diritto umano”: «Se i cittadini non credono che ognuno stia pagando la giusta quota di tasse, e vedono ricchi e aziende che non pagano correttamente, cominciano a cercare di sfuggire a loro volta dalla tassazione. Perché sacrificare il loro denaro duramente guadagnato quando chi ne ha di più non lo fa? Così si mina alle fondamenta la democrazia, si approfondiscono le diseguaglianze, si indebolisce la fiducia nelle istituzioni e si erode il contratto sociale».

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