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Giovani in fuga e immigrati che nessuno fa arrivare: l’Italia nella trappola dell’inverno demografico

La denuncia del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e i dati preoccupanti del rapporto del Centro Einaudi: il “vero” numero dei giovani andati a lavorare all’estero in dieci anni è di 1,3 milioni
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Un Paese che i giovani abbandonano, per non tornare, e dove non arrivano abbastanza immigrati. Un “inverno demografico” che nessun bonus erogato dal governo può fermare, perché, come ci ricordano gli statistici, «i due terzi dei bambini che mancano non sono nati perché trent’anni fa non sono nati i loro genitori».

Eppure non ci sono politiche adeguate né per fare arrivare più immigrati, né per trattenere i giovani, o per impiegare bene quelli che abbiamo: i Neet (giovani che non studiano e non lavorano) si sono ridotti, ma sono pur sempre oltre due milioni, un numero record tra i Paesi europei.

A porre con forza la questione dell’esodo dei giovani, e della necessità di politiche per l’immigrazione, ieri il governatore della Banca d’Italia…

Un Paese che i giovani abbandonano, per non tornare, e dove non arrivano abbastanza immigrati. Un “inverno demografico” che nessun bonus erogato dal governo può fermare, perché, come ci ricordano gli statistici, «i due terzi dei bambini che mancano non sono nati perché trent’anni fa non sono nati i loro genitori».

Eppure non ci sono politiche adeguate né per fare arrivare più immigrati, né per trattenere i giovani, o per impiegare bene quelli che abbiamo: i Neet (giovani che non studiano e non lavorano) si sono ridotti, ma sono pur sempre oltre due milioni, un numero record tra i Paesi europei.

A porre con forza la questione dell’esodo dei giovani, e della necessità di politiche per l’immigrazione, ieri il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nelle «Considerazioni finali»: «L’occupazione giovanile ha risentito della bassa crescita. Molti hanno cercato migliori prospettive di lavoro all’estero: 525.000 giovani italiani sono emigrati tra il 2008 e il 2022; solo un terzo di essi è tornato in Italia». «L’esodo dei giovani - sottolinea il governatore - indebolisce la dotazione di capitale umano del nostro Paese».

I giovani si spostano nei Paesi Ue

Ma da Torino arrivano numeri ancora più preoccupanti: nel rapporto del Centro Luigi Einaudi e Intesa Sanpaolo, presentato ieri mattina al Festival Internazionale dell’Economia, si spiega che dal momento che «i giovani italiani si spostano soprattutto verso altri paesi dell’Unione Europea, in regime pertanto di libera circolazione delle persone», i numeri dell’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, non spiegano da soli il fenomeno.

Incrociandoli con quelli rilevati dagli uffici statistici dei Paesi di immigrazione emerge come «il numero “vero” dei giovani emigrati fra il 2011 (l’anno in cui il deflusso è cominciato, dopo la crisi dei debiti sovrani e la recessione) e il 2021 sia pari a oltre tre volte quello degli iscritti all’Aire, ossia a circa un milione e trecentomila persone».

Un flusso sostanzialmente unidirezionale: l’Italia perde molti più giovani verso l’Europa di quanti ne attiri, il rapporto è di nove a uno. Per capire bene cosa ci perdiamo, basta guardare, suggerisce il Centro Einaudi, il numero dei giovani italiani premiati per i progetti di ricerca dei bandi europei nell’ambito delle scienze della vita. I ricercatori italiani per numero nel 2022 erano al secondo posto con 136 borse di studio, ma come Paese l’Italia è al quinto posto, perché i suoi giovani giocano in altre squadre.

Per compensare la perdita di lavoratori servirebbe anche una intelligente politica migratoria, suggerisce la Relazione della Banca d’Italia: poiché, secondo le ultime proiezioni dell’Istat, entro il 2040 la popolazione tra 15 e 64 anni si ridurrà di 5,4 milioni di individui, «il calo sarebbe in parte attenuato se il saldo migratorio netto con l’estero rimanesse in linea con quanto osservato nell’ultimo biennio (267.000 persone all’anno), al di sopra di quanto attualmente inclusione nelle proiezioni (173.000)».

A scagliarsi contro «un atteggiamento demagogico pregiudizialmente ostile ai flussi migratori» in apertura del Festival Internazionale dell’Economia, il commissario Ue Paolo Gentiloni, che ha anche fatto notare come uno degli ingredienti della crescita attuale degli Stati Uniti sia proprio «la disponibilità di lavoratori a tutti i livelli, che viene dai flussi migratori».

Tra l’altro, ragionano i ricercatori del Centro Einaudi, quella quota consistente di cittadini dei Paesi Ue che vede l’immigrazione come il problema numero in Europa non tiene conto dei dati di Frontex, che indicano una crescita degli ingressi illegali ma non un’esplosione (380 mila nel 2023), dovuta agli arrivi dalle rotte mediterranee, compensati in parte dalla riduzione di quelli dalle rotte balcaniche.

LE STORIE

Matteo Gualandi, compositore

Le istituzioni italiane sono state molto orgogliose quando “la pratica del canto lirico” in Italia è stata iscritta dall’Unesco nella lista del Patrimonio Immateriale. Però bisognerebbe anche chiedersi quand’è stata l’ultima volta che un ente pubblico, o privato, ha commissionato un brano musicale a un musicista, soprattutto a un giovane musicista. È per questo che Matteo Gualandi, 29 anni, romano, compositore, è andato via dall’Italia a 18 anni, prima a Ginevra, e poi a Parigi, dove vive adesso.

Dove sono stati eseguiti i suoi brani?

«In Svizzera, Germania, Francia, Messico, Ucraina, Finlandia. In Italia sono stato alla Biennale di Venezia, che è una realtà molto bella, ma rara. In Italia è difficile, se sei giovane, che ti diano fiducia. E comunque le realtà che integrano la musica contemporanea nei loro programmi sono pochissime».

E all’estero invece?

«All’estero ci sono i festival come Archipel, al quale ho partecipato, ed è più facile essere riconosciuti. Di solito le realtà che contribuiscono alla musica sperimentale sono le istituzioni pubbiche, le uniche pronte a scommettere su qualcosa che non è legato a una realtà commerciale».

A parte i festival e gli enti pubblici?

«Radio France ha un programma che si chiama Création Modiale, e che commissiona ogni settimana un pezzo di dieci minuti, e ti dà anche la possibilità di parlarne.

Tornerebbe in Italia?

«Mi piacerebbe, ma dovrei riorganizzarmi tra lezioni private di musica (io suono la tromba) e un ensemble con degli amici, ma trovare spazio per degli spettacoli è una lotta».

Caterina Franchi, avvocato

In Italia nelle facoltà di scienze sociali si ammoniscono gli studenti spiegando che, se non si impegnano abbastanza, “finiranno tutti a lavorare in una onlus”. Però all’estero ci lavorano, e sono anche abbastanza contenti di farlo. É il caso di Caterina Franchi, 34 anni, di Pistoria, laureata in giurisprudenza al King’s College di Londra, dopo il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico.

Perché il diritto inglese piuttosto che quello italiano?

«Perché volevo qualificarmi in diritto pubblico internazionale, per la tutela dei diritti umani, che è il lavoro che faccio adesso. Sono diventata avvocato nel 2016, avevo 26 anni».

E ha trovato subito il tipo di lavoro che cercava?

«Sì, sono stata assunta da Safe Passage International, una ong che si occupa ono a capo del team inglese dei minori stranieri abbandonati, cercando di aiutarli a portare a termine il ricongiungimento familiare. Sono a capo del team inglese».

Però adesso vive a Madrid.

«Sì perché quando sono venuta a fare un master mi è piaciuta moltissimo, e visto che il diritto inglese prevede due figure, il sollicitor, che studia i casi e prepara i dossier, e il barrister che va in tribunale, io posso lavorare dall’estero, andando a Londra di tanto in tanto».

Ha mai pensato di tornare in Italia, potrebbe farlo con la sua laurea?

«Sì, potrei tornare come avvocato europeo. ma dovrei studiare il diritto italiano, che non conosco. Ma anche se lavoro in una ong, e quindi guadagno dieci volte in meno rispetto ai miei colleghi degli studi legali inglesi, è sempre molto di più che in Italia. E nel Regno Unito nessuno mi ha mai fatto sentire troppo giovane per ottenere ruoli di responsabilità».

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