Dalle aziende di Stato quotate 2,9 miliardi di dividendi nel 2024 per Tesoro e Cdp
di Carlotta ScozzariLe grandi aziende partecipate statali quotate in Borsa cavalcano l’onda lunga globale dei maggiori dividendi. E nel 2024, il primo anno utile dopo la tornata di nomine del 2023, ricompensano il ministero dell’Economia e la Cassa depositi e prestiti con un flusso di denaro da 2,87 miliardi. La cifra si ricava calcolando le cedole già staccate e quelle ancora da staccare nel corso di quest’anno, quasi sempre riferite ai bilanci del 2023, da parte delle società di Piazza Affari direttamente partecipate da Tesoro e Cdp (per oltre l’80% di proprietà del Mef).
Si va da Eni, Enel e Poste Italiane, dalle quali arrivano i dividendi più corposi, in tutti e tre i casi maggiori rispetto a quelli dell’anno scorso, fino a Leonardo, che ha raddoppiato la cedola, e a Banca Mps, che nel 2024 è tornata premiare gli azionisti dopo anni di “vacche magre”.
Profitti in crescita anche nel trimestre
Del resto, i profitti sono in aumento: ancora nel primo trimestre del 2024, secondo le elaborazioni del cent…
Le grandi aziende partecipate statali quotate in Borsa cavalcano l’onda lunga globale dei maggiori dividendi. E nel 2024, il primo anno utile dopo la tornata di nomine del 2023, ricompensano il ministero dell’Economia e la Cassa depositi e prestiti con un flusso di denaro da 2,87 miliardi. La cifra si ricava calcolando le cedole già staccate e quelle ancora da staccare nel corso di quest’anno, quasi sempre riferite ai bilanci del 2023, da parte delle società di Piazza Affari direttamente partecipate da Tesoro e Cdp (per oltre l’80% di proprietà del Mef).
Si va da Eni, Enel e Poste Italiane, dalle quali arrivano i dividendi più corposi, in tutti e tre i casi maggiori rispetto a quelli dell’anno scorso, fino a Leonardo, che ha raddoppiato la cedola, e a Banca Mps, che nel 2024 è tornata premiare gli azionisti dopo anni di “vacche magre”.
Profitti in crescita anche nel trimestre
Del resto, i profitti sono in aumento: ancora nel primo trimestre del 2024, secondo le elaborazioni del centro studi CoMar, gli utili netti delle partecipate del Mef quotate del settore “industria e servizi” sono cresciuti del 122% a 5,35 miliardi.
Il monte dividendi sale poi di 575 milioni considerando anche le quote indirette in Snam, Terna e Italgas di Cdp Reti, per il 59% di Cdp e per il 35% del veicolo pubblico cinese Sgel. Sono invece esigue (11,9 milioni da Webuild) se non proprio inesistenti (Saipem, Nexi e Fincantieri) le cedole delle società quotate percepite dalla Cassa attraverso Cdp Equity e Cdpe Investimenti.
La fotografia dei dividendi incassati nel 2024 da Tesoro e Cdp sulle partecipate dirette quotate
Il “tesoretto” da 2,87 miliardi è stimato tenendo conto delle mosse già compiute dal governo Meloni sullo scacchiere delle cosiddette privatizzazioni, grazie alle quali via XX Settembre intende raccogliere una ventina di miliardi entro il 2026. A metà maggio, il Mef ha ceduto il 2,8% di Eni per circa 1,4 miliardi, a sconto dell’1,7% sui prezzi di Borsa, dove la società viaggia sui massimi a cinque anni. A marzo, aveva fruttato 650 milioni la vendita (al 2,5% di sconto) del 12,5% di Mps, banca le cui quotazioni a Piazza Affari sono più che raddoppiate nell’ultimo anno. Con le due operazioni, il Tesoro ha rinunciato a quasi 104 milioni di dividendi solo per il 2024 (64,4 milioni per Eni e 39,3 per Montepaschi).
Su Mps, ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, «andiamo avanti con il nostro programma di cessioni», modulato sui paletti fissati dall’Ue in occasione dell’ultimo salvataggio della banca, «non riveliamo prima la tempistica». L’aspettativa è che le prossime a finire sul mercato siano le Poste, per il 29,3% del Tesoro e per il 35% di Cdp, che oggi in Borsa valgono oltre 16 miliardi. Il decreto ad hoc del presidente del Consiglio dei ministri fissa al 35% il limite sotto cui lo Stato non scenderà, ma di recente Giorgia Meloni ha dichiarato che possono essere vendute «le quote sopra il 51%». Se il Mef cedesse l’intera partecipazione, lasciando la Cassa al 35%, vedrebbe sfumare cedole nel 2024 stimabili in quasi 306 milioni.
Gli esperti si dividono
In attesa che anche tale operazioni possa vedere la luce, gli esperti si dividono. Da una parte, gli economisti di matrice più liberista vedono di buon occhio le vendite di azioni, sulla base dell’assunto che gestioni aziendali e capitali privati rappresentino sempre la soluzione preferibile. Dall’altro lato, c’è chi sottolinea come con le cessioni ci si privi di flussi di cassa, i dividendi appunto, che specialmente per le partecipate pubbliche tendono a essere generosi e costanti nel tempo.
Secondo l’economista dell’università Bocconi Roberto Perotti, il piano di privatizzazioni del governo «mira a raccogliere un po’ di risorse ma non è il frutto di un disegno generale volto a ridurre la presenza dello Stato nelle aziende, cosa che non è nelle corde di questo esecutivo né di quelli precedenti. Niente di male in questo, ma 20 miliardi non sono realistici; credo si arriverà al più a una manciata: più che altro un segnale all’Europa».
L’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica ha di recente messo in luce come anche i Def (Documenti di economia e finanza) del 2019 e del 2017 ambissero a 20 miliardi di privatizzazioni, ma non ne abbiano poi conclusa nemmeno una; mentre nel 2015 e nel 2016 sono stati raccolti rispettivamente 7,7 e 2,5 miliardi su obiettivi di 30 miliardi. «Quello che si è fatto nell’ultimo decennio – nota l’Osservatorio – è stata la vendita di azioni di imprese già quotate (Enel) e la quotazione di alcune imprese sul mercato (Poste e Enav) che ha poi condotto alla cessione di quote di minoranza. Altre operazioni, meno rilevanti per ammontare, sono state invece passaggi di proprietà dal Mef a Cdp, come nei casi di Sace e di Fintecna».
Come messo nero su bianco anche nel Def di aprile, obiettivo delle privatizzazioni è abbattere il debito pubblico, stimato a fine anno al 137,8% del Pil. «Un aspetto spesso dimenticato – osserva Perotti – è che le cessioni di quote di partecipate vanno a diminuire il debito lordo, cioè il dato a cui guardano i mercati e l’Unione Europea, ma non quello netto, ossia l’esposizione statale al netto delle attività pubbliche, dato comunque difficile da stimare».
Quanto poi alle cedole, Perotti dubita «che quelle a cui si rinuncerebbe con queste dismissioni limitate abbiano grande rilevanza per le casse dello Stato». Inoltre, il prezzo di cessione «dovrebbe tener conto anche dei dividendi futuri. Infine, si rinuncia alle cedole ma si risparmia sugli interessi del debito, anche se è vero che le partecipate pubbliche tendono a essere più generose delle aziende private e che questo rendimento tende a superare il costo del debito pubblico. Ma se si fanno troppi calcoli – avverte l’economista – si trova sempre una ragione per non cedere quote».
Sta di fatto che il rendimento delle azioni di Enel, Enel e Poste, in termini di dividendi (dividend yield), è stimato a oltre il 6% annuo, rispetto a un tasso di interesse implicito sul debito in area 3% nell’ultimo Def. Ipotizzando vendite a valore di mercato e prendendo come riferimento la media delle cedole del 2019 e del 2022, l’Osservatorio sui conti pubblici calcola che il vantaggio in termini di cassa della cessione delle quote verrebbe interamente annullato dai dividendi perduti nel giro di circa un ventennio. Un arco di tempo troppo lungo per la politica.