Europa contro Stati Uniti. Il Vecchio continente si è rimesso in moto, ma la strada è ancora lunga
di Filippo SantelliC’è un rischio nella mini ripresa dell’economia europea. È gioire per il cosiddetto “atterraggio morbido”, il fatto che nonostante la violenta stretta monetaria sia stata evitata una recessione, e nel frattempo perdere di vista l’orizzonte più lungo, tutt’altro che confortante. Perché è vero: il più 0,3% fatto segnare dall’Eurozona nel primo trimestre, dopo un anno di stagnazione, ha stupito in positivo, come le performance di quasi tutti i Paesi. Eppure le stime per l’intero anno – più 1% per l’Unione e più 0,8 per l’area euro – così come quelle per il 2025 – rispettivamente più 1,6 e più 1,4 – restano le più basse tra le geografie globali.
Un atterraggio morbido, ma di chi non ha mai volato, scrive velenoso l’Economist, e non sembra riuscire a decollare neppure ora. «Il problema più fondamentale dell’Europa», ha detto il direttore del Fondo monetario Alfred Kammer, è incrementare prospettive di medio termine che «appaiono misere».
C’è un rischio nella mini ripresa dell’economia europea. È gioire per il cosiddetto “atterraggio morbido”, il fatto che nonostante la violenta stretta monetaria sia stata evitata una recessione, e nel frattempo perdere di vista l’orizzonte più lungo, tutt’altro che confortante. Perché è vero: il più 0,3% fatto segnare dall’Eurozona nel primo trimestre, dopo un anno di stagnazione, ha stupito in positivo, come le performance di quasi tutti i Paesi. Eppure le stime per l’intero anno – più 1% per l’Unione e più 0,8 per l’area euro – così come quelle per il 2025 – rispettivamente più 1,6 e più 1,4 – restano le più basse tra le geografie globali.
Un atterraggio morbido, ma di chi non ha mai volato, scrive velenoso l’Economist, e non sembra riuscire a decollare neppure ora. «Il problema più fondamentale dell’Europa», ha detto il direttore del Fondo monetario Alfred Kammer, è incrementare prospettive di medio termine che «appaiono misere».
Pochi giri di parole. Perché negli ultimi vent’anni il divario di ricchezza e competitività dell’Europa rispetto al principale riferimento, gli Stati Uniti, non ha fatto che allargarsi. E i nuovi cambiamenti che sconvolgono l’ordine globale – frammentazione, invecchiamento della popolazione, transizione verde – minacciano di allontanare ancora di più le sponde dell’Atlantico: di questo passo alla fine del decennio, calcola Goldman Sachs, il ritardo nel Pil pro capite europeo potrebbe diventare cinque punti più grande. Tradotto in parole: declino. E sebbene in campagna elettorale si sia parlato d’altro, per lo più vicende nazionali, le possibilità di arrestarlo passano dall’esito del voto di questa settimana e dai nuovi equilibri che produrrà nello scacchiere europeo.
L’industria che arranca
La tentazione di vedere il bicchiere mezzo pieno, per l’Europa, è comprensibile. Oltre allo choc “simmetrico” della pandemia, che ha colpito tutto il mondo, l’Unione ne ha dovuto affrontare uno “asimmetrico”, tutto suo e perfino più distruttivo, quello energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina. La resilienza con cui i 27 Paesi sono riusciti a liberarsi dal gas di Putin è stata superiore a ogni aspettativa. Scongiurati gli scenari peggiori però, i prezzi dell’energia nell’Unione restano oggi sopra alla normalità pre-Covid e scavano l’ennesimo divario strutturale di competitività con gli Stati Uniti.
L’andamento del Pil nei Paesi europei
I dati più recenti dicono che l’industria europea potrebbe aver iniziato una lenta risalita dall’abisso di sfiducia in cui era precipitata. Vale anche per la locomotiva tedesca, il Paese più penalizzato dalla crisi del gas, che nel primo trimestre dell’anno è tornato timidamente a marciare. La manifattura dell’Unione però resta ben lontana dall’aver trovato una nuova ricetta di competitività, schiacciata in mezzo alle politiche industriali di Stati Uniti e Cina, fatte di sussidi miliardari e più o meno espliciti protezionismi. Sono stati soprattutto i servizi, in particolare il turismo, a spingere oltre le attese il Pil in questo inizio d’anno, aiutati dall’occupazione record e dalla parziale ripresa del potere d’acquisto delle famiglie. Lo dimostra la brillante performance di Spagna e Portogallo, che con i loro sette decimi di crescita – il triplo di Berlino – si confermano nell’inedito ruolo di lepri.
Tra Bce e stretta fiscale
Giovedì, mentre in Olanda i primi cittadini dell’Unione inizieranno a votare, sarà la Bce a mettere un po’ di benzina nel serbatoio della ripresa europea, con un taglio dei tassi di interesse dato ormai per scontato. L’inversione della politica monetaria potrebbe far tornare alle imprese un po’ di voglia di investire, da mesi ridotta ai minimi termini per il costo del credito e l’incertezza geo-economica. Dopo il primo taglio però non è chiaro quanto saranno rapidi i successivi. E i loro effetti espansivi saranno, in parte o in tutto, annullati dall’entrata in vigore della nuova versione del Patto di stabilità, che imporrà ai Paesi indebitati politiche di spesa restrittive. Quelli virtuosi, come la Germania, se le impongono da soli.
Così, nel momento in cui tutte le potenze globali stanziano decine di miliardi per incrementare la propria capacità industriale nei settori strategici, dall’hi-tech alla filiera elettrica, e in assenza di risorse e strumenti comuni, i singoli Paesi europei avranno margini di intervento diretto limitati. E difficilmente riusciranno a invertire la tendenza che da oltre dieci anni vede gli investimenti industriali privati restare sotto quelli americani, in media un punto e mezzo di Pil.
La diretta conseguenza è il divario di competitività che si è spalancato tra le due economie e si è allargato ancora dopo la pandemia. Basta guardare alla sproporzione di forze nell’innovazione che cambierà tutto, cioè l’Intelligenza artificiale: l’anno scorso le startup europee degli algoritmi hanno raccolto un decimo dei finanziamenti attratti da quelle americane. Saranno i colossi Usa, anche questa volta, a dominare, con le aziende cinesi distanti seconde.
La posta in gioco
La diagnosi di questi ritardi, strutturali e crescenti, è la base comune del rapporto di Enrico Letta su come rilanciare il mercato unico e di quello sulla competitività europea che Mario Draghi presenterà dopo le elezioni. Anche le loro raccomandazioni si annunciano complementari. In mezzo a una sfida tra giganti, l’Europa ha bisogno di più imprese, e più grandi, alla frontiera tecnologica e produttiva; di elevare quelle della fascia media; di far recuperare quelle della fascia bassa o lasciare che la competizione le metta da parte. Il primo passo è rafforzare un mercato unico tutt’altro che compiuto. Quello dei servizi, in modo che crei un effetto leva paragonabile al mercato Usa. Quello del lavoro, perché i talenti si muovano tra i Paesi. E quello dei capitali, per canalizzare i risparmi degli europei verso le aziende, magari attraverso uno strumento di investimento comunitario.
Tutto questo prevede di rimettere in moto una convergenza normativa al momento interrotta dalle resistenze dei governi. E blocchi ancora più alti, dalla Germania in giù, ci sono sulla strada di una politica industriale coordinata, specie se sostenuta – come molti ritengono necessario – da nuove risorse comuni. Finora la direzione è opposta, ogni Paese per sé, spesso in competizione, ed è dura immaginare come un voto che dovrebbe indebolire le forze più europeiste e rafforzare quelle euro-scettiche possa generare un nuovo scatto di integrazione. Ma in molti governi il senso di urgenza è cresciuto, scrivono gli analisti di Goldman. E in assenza di risposte unitarie, la portata delle sfide aumenta la probabilità che un gruppo di Paesi decida di avanzare senza gli altri.