Giorgetti è ai saluti. “Preparatevi a fare senza di me”
di Giuseppe ColomboROMA - L’ultimo mugugno è sui tagli ai Comuni. “Non si rendono conto che se non riduciamo la spesa allora andiamo a sbattere”, è il pensiero amaro di Giancarlo Giorgetti. Non si rendono conto, loro, i partiti della maggioranza che sostengono il governo. Ma sempre meno le sue scelte. La spending review come il Superbonus. Oggi. La manovra austera e il Mes, nei prossimi mesi.
Il denominatore velenoso è lo stesso: il “mite” ministro dell’Economia si ritrova sempre da solo quando si tratta di stringere la cinghia e allineare il sovranismo nazionale alla direzione dell’Europa. Si sente abbandonato, sfiduciato. A volte addirittura accerchiato. In ogni caso stufo.
Che è disposto a lasciare via XX settembre lo dice da mesi, in gran riserbo. In p…
ROMA - L’ultimo mugugno è sui tagli ai Comuni. “Non si rendono conto che se non riduciamo la spesa allora andiamo a sbattere”, è il pensiero amaro di Giancarlo Giorgetti. Non si rendono conto, loro, i partiti della maggioranza che sostengono il governo. Ma sempre meno le sue scelte. La spending review come il Superbonus. Oggi. La manovra austera e il Mes, nei prossimi mesi.
Il denominatore velenoso è lo stesso: il “mite” ministro dell’Economia si ritrova sempre da solo quando si tratta di stringere la cinghia e allineare il sovranismo nazionale alla direzione dell’Europa. Si sente abbandonato, sfiduciato. A volte addirittura accerchiato. In ogni caso stufo.
Che è disposto a lasciare via XX settembre lo dice da mesi, in gran riserbo. In pubblico, invece, schiva la questione a colpi di battute. Come un mantra in cui rifugiarsi per resistere agli assilli dei partiti. Di Forza Italia, che lo attacca in chiaro. Di un pezzo della Lega, il suo partito, che sparge contrarietà sotto traccia. Per non parlare dei parlamentari di Fratelli d’Italia, che al suo posto vorrebbero il suo vice: il “fiscalista” Maurizio Leo.
Ma negli ultimi giorni qualcosa è cambiato nei tormenti del “mite” ministro. "Preparatevi a fare senza di me”, è lo sfogo raccolto da alcuni funzionari del Tesoro. Non è tipo da dimissioni, Giorgetti. Non le ha messe in conto. Né una dipartita volontaria può essere facilmente contemplata tra le opzioni di chi è chiamato a gestire i conti pubblici, per lo più nelle settimane che preparano l’avvento del Piano fiscale-strutturale di medio termine, la traduzione in impegni e numeri del nuovo Patto di stabilità.
Ma gli incastri post-elettorali gli offrono un assist, quantomeno potenziale. È già qualcosa per chi, quasi ogni giorno, arriva a dire, scherzando ma non troppo, che starebbe meglio nella sua Cazzago, al massimo a Bruxelles. Suggestioni che si sono fatte volontà.
Una via d’uscita c’è: l’Europa. La casacca da commissario non gli dispiace affatto. A Giorgia Meloni ha già offerto la sua disponibilità: meglio traslocare, fare da presidio all’interno della Commissione piuttosto che restare, come un bersaglio, al Mef. Ma la premier si è dimostrata fredda. Ha altri nomi in mente. Fonti di Palazzo Chigi vanno giù dritto: "Non si è fatto nessun ragionamento su Giorgetti commissario”.
Fosse solo il rumore di fondo della campagna elettorale, allora il “mite” ministro sarebbe disposto ad abbozzare. È abituato, per indole e per necessità. Ma il vento ostile che arriva dalla maggioranza è destinato a trasformarsi in burrasca quando tra poche settimane sarà lui a dover certificare il rigore: il Piano per congelare i conti nei prossimi anni, poi i lavori preparatori per la Finanziaria “povera”.
Per non parlare della ratifica del Mes, che lui avrebbe voluto sottoscrivere fin dal primo minuto utile. "Il ministro dell’Economia e delle Finanze aveva interesse che fosse approvato per questioni di tipo economico”, disse a dicembre quando la maggioranza trasformò il Parlamento in un blocco di cemento. Il ministro dell’Economia, terza persona, il ruolo come scudo. Ma alla fine aveva abbozzato, prendendo atto che “non c’era aria di approvazione”.
C’è qualcosa di più nella “voglia d’Europa” di Giancarlo Giorgetti. Certo la corsa per il Colle è lontana, fantapolitica oggi. Ma il centrodestra, anche in prospettiva, non ha tanti nomi da spendere. E non è affatto detto che da qui all’elezione del prossimo capo dello Stato si affaccino volti “saggi”.
Già, saggi. Come il saggio Giorgetti, scelto da Giorgio Napolitano nel 2013 tra le dieci personalità individuate per sbloccare l’impasse istituzionale. È a quello “spirito quirinalizio” che il ministro vuole ritornare. Indossare la maglia europea è un buon viatico. Per lui che è il più europeista di tutti nel governo a trazione sovranista sarebbe naturale, fisiologico.
Matteo Salvini non farebbe storie: perdere il ministro dell’Economia non sarebbe una tragedia. Pensa, il leader della Lega, che il Mef non porta consenso. Non è il Mit che presiede, spendibile politicamente perché colloca opere e soldi nei territori. Al suo ministero il problema è spendere e in fretta, mentre a via XX settembre si corre per stringere sempre più i rubinetti.
Certo è che perdere il titolare del Tesoro richiederebbe una compensazione con un dicastero pesante. Senza considerare che Fratelli d’Italia potrebbe cogliere l’occasione e spingere il suo candidato in pectore: Leo. Scottato dal pasticcio sul Redditometro, ma sempre fedelissimo della premier. Ma questi sono altri incastri, altri giochi. Per ora ci sono i tormenti del “mite” Giorgetti.
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