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Il potenziale rivoluzionario dell’Intelligenza artificiale: ecco perché non bisogna demonizzarla

Quando si parla di Ia prevalgono ansia e timori, anche legittimi. Ma, se ben gestita e sfruttata, porterà enormi progressi per tutti. “Non rimpiazzerà gli umani, ma gli umani che sapranno usarla rimpiazzeranno altri umani”
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Solo negativo? Avrete notato: quando si parla di intelligenza artificiale i commenti sui social o le notizie suscitano ansia, preoccupazione. Ma c’è anche il positivo, di cui si parla meno, quel potenziale rivoluzionario che, come in tutte le rivoluzioni industriali, alla fine porterà al progresso. Certo non possiamo liquidare con un colpo di spugna sfide e problemi. Un esempio personale: faccio parte di una commissione per premiare ragazzi della terza superiore pubblica a New York in un concorso sul Rinascimento. Gli insegnanti ci avvertono prima dell’interrogazione: «Quattro candidati su sei hanno usato per il saggio ChatGpt, lo abbiamo scoperto ed è giusto che lo sappiate». Ne abbiamo tenuto conto, anche se una ragazza “colpevole” era talmente brillante che non le abbiamo potuto negare il premio. Il rischio? Si copia e non si impara, con gli umani destinati a diventare sempre più ignoranti e dipendenti dalle macchine, e le macchine sempre più intelligenti e sensibili.

I giganti …

Solo negativo? Avrete notato: quando si parla di intelligenza artificiale i commenti sui social o le notizie suscitano ansia, preoccupazione. Ma c’è anche il positivo, di cui si parla meno, quel potenziale rivoluzionario che, come in tutte le rivoluzioni industriali, alla fine porterà al progresso. Certo non possiamo liquidare con un colpo di spugna sfide e problemi. Un esempio personale: faccio parte di una commissione per premiare ragazzi della terza superiore pubblica a New York in un concorso sul Rinascimento. Gli insegnanti ci avvertono prima dell’interrogazione: «Quattro candidati su sei hanno usato per il saggio ChatGpt, lo abbiamo scoperto ed è giusto che lo sappiate». Ne abbiamo tenuto conto, anche se una ragazza “colpevole” era talmente brillante che non le abbiamo potuto negare il premio. Il rischio? Si copia e non si impara, con gli umani destinati a diventare sempre più ignoranti e dipendenti dalle macchine, e le macchine sempre più intelligenti e sensibili.

I giganti in competizione per il dominio sul mercato dell’intelligenza artificiale

Controlleranno l’umano, come riuscì ad Hal in “2001 Odissea nello Spazio”? Ci sono poi i furti di proprietà intellettuale, avrete tutti letto di Scarlett Johansson. C’è il pericolo delle fake news o del raggiro. Quando i comici russi si spacciarono per un leader africano presentandosi alla presidente Meloni, erano riusciti a manipolare la voce per farla sembrare quella del leader in questione. Tik Tok è sotto accusa al Congresso e alla Casa Bianca perché è considerato un cavallo di Troia del governo cinese. Una commissione del Congresso ha scoperto che Pechino decide di corteggiare il mondo islamico e durante la guerra spara con programmi di AI messaggi favorevoli alla propaganda di Hamas. Ha fomentato anche le proteste degli studenti universitari americani? Così pensano i deputati americani e la Casa Bianca. Perché molti dei giovani non erano neppure a conoscenza di fatti storici e si fidavano delle macchine. Ora Tik Tok dovrà vendere la divisione americana o chiuderla. E ci si accorge che l’America è sì maestra nell’inventare la tecnologia ma non è più in grado di fare propaganda con l’abilità di un tempo o con la creatività intrusiva di Mosca o Pechino.

Il potenziale positivo

Il pericolo di abusi anche criminali di uno strumento positivo è stato sempre presente nella storia. Ma qui vogliamo capire il potenziale positivo dell’intelligenza artificiale, come possiamo usarla, soprattutto come si può educare per risolvere problemi o superare ostacoli. Al Festival Internazionale dell’Economia a Torino ne ho parlato con educatori universitari, ciascuno con la sua esperienza. Francesca Cornelli, preside della Kellogg Business School alla Northwestern University, una delle più prestigiose in America, spiega che c’è un rischio di asimmetria fra l’innovazione che porta l’AI e le pratiche aziendali: «Lo vediamo nella gestione dati, quando si traggono delle conclusioni, non dico sia impossibile tradurle in pratica in azienda, ma è certamente faticoso”. Per questo Cornelli ha impostato un corso che affronta e studia proprio questo gap fra tecnologia che avanza troppo rapidamente per poter veder tradotte in pratica le sue applicazioni.

L’economista Antonio Merlo, Preside della Facoltà di Social Science a New York University, non ha dubbi, dice che l’intelligenza artificiale ben gestita e sfruttata porterà enormi progressi come in passato hanno portato altre rivoluzioni industriali. E racconta di un test su nuovi materiali basato su AI. Si combinano elementi chimici organici e inorganici con risultati prodigiosi: ad esempio un palo che, grazie ai nuovi materiali, assorbe anidride carbonica per l’equivalente di 30 mila alberi. «Senza l’intelligenza artificiale – dice Merlo – ci sarebbero voluti 150 anni di ricerca».

Non demonizzare l’intelligenza artificiale

Stefano Geuna, Rettore dell’Università di Torino, si pone il problema di evitare la duplicazione di corsi aggiungendo soltanto il suffisso “digitale” davanti a una materia. Ma su un punto, lui, neuroscienziato neurologo psichiatra di formazione è certo: «Non demonizziamo l’intelligenza artificiale, non rimpiazzerà gli umani, ma umani che sapranno usare l’intelligenza artificiale rimpiazzeranno altri umani». Geuna non ha neppure problemi se la AI generativa sia in grado di essere creativa laddove un umano non arriva: «Se grazie all’AI facciamo rivoluzionarie scoperte mediche che debellano malattie incurabili, non possiamo che essere soddisfatti».

A Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino chiedo come mai il monopolio dell’innovazione è sempre nella Silicon Valley, come mai una istituzione celebre nel mondo come il Politecnico di Torino non è stata in grado di produrre ChatGpt prima di Open AI. «Perché – risponde – in California si è creato un ecosistema avanti anni luce, nel quale ricerca universitaria, risorse finanziarie, genialità creativa, imprenditorialità, capacità creative nel digitale producono una miscela oggi insuperabile». E racconta del nuovo Centro Nazionale dell’Intelligenza Artificiale appena nato a Torino per scelta del governo: «Focalizzerà l’attenzione su automotive, manifatturiero, aerospace, che sono poi punti di forza nell’economia piemontese».

L’importante dunque non è essere i primi, ma non restare indietro e recuperare il terreno perduto cosa su cui, come tratto nazionale, siamo bravissimi. Ma una domanda di fondo deve trovare risposta per rassicurarci e guardare senza complessi allo strumento AI. Ripensando ai quattro studenti che avevano evitato di studiare usando l’intelligenza artificiale, Merlo dà un esempio calzante: a NYU hanno deciso di prendere il tema assegnato e farlo eseguire da ChatGpt. Allo studente viene poi presentato il tema svolto da ChatGpt, con la richiesta di farne un’analisi critica. Per ora un successo.

Chiudiamo con un appello. Racconto a Geuna che la settimana scorsa a Firenze un importante manager ha detto che oggi pedagogicamente non c’è più bisogno di imparare a memoria come si faceva un tempo. Tempo e memoria sprecati, visto che ci sono le intelligenze artificiali. La cosa mi colpì perché dissentivo. Geuna concorda, e dà un contesto romantico, profondo e umano allo stesso tempo: «S’impara a memoria una poesia di Ovidio in latino non per nozionismo ma per acquisire una finalità affettiva con quei versi, che entrano nella tua personalità». E questo le macchine non sono ancora in grado di farlo.

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