Le aziende europee riportano le forniture vicino a casa
di Filippo SantelliUna moto elettrica della modenese Energica, rilevata dal gruppo americano Ideanomics
«Durante il Covid abbiamo fatto un miracolo». Ha una passione tutta emiliana l’ingegnere Livia Cevolini quando racconta il salto mortale indietro della sua Energica. All’inizio della pandemia questa startup della Motor Valley, che accanto ai campioni dei motori tradizionali produce moto elettriche, si è ritrovata con il fornitore cinese delle power unit chiuso per lockdown. «Avevamo due possibilità, fermarci o cercare un’alternativa». L’ha trovata molto più vicino: un’azienda italiana con cui realizzava prototipi ha accettato di coprire l’intera produzione e nel giro di un anno i suoi pezzi hanno rimpiazzato tutti quelli cinesi.
Un caso di scuola di quello che gli economisti chiamano “reshoring”, rilocalizzazione. «Ma il mondo non si cambia in un giorno», continua l’ad della società. Riportare indietro altre forniture a tecnologia più bassa, o quelle in cui la Cina domina, come le celle per batterie, non è altrettanto sostenibile. «Per alcune i costi sono molto più alti, per altre h…
«Durante il Covid abbiamo fatto un miracolo». Ha una passione tutta emiliana l’ingegnere Livia Cevolini quando racconta il salto mortale indietro della sua Energica. All’inizio della pandemia questa startup della Motor Valley, che accanto ai campioni dei motori tradizionali produce moto elettriche, si è ritrovata con il fornitore cinese delle power unit chiuso per lockdown. «Avevamo due possibilità, fermarci o cercare un’alternativa». L’ha trovata molto più vicino: un’azienda italiana con cui realizzava prototipi ha accettato di coprire l’intera produzione e nel giro di un anno i suoi pezzi hanno rimpiazzato tutti quelli cinesi.
Un caso di scuola di quello che gli economisti chiamano “reshoring”, rilocalizzazione. «Ma il mondo non si cambia in un giorno», continua l’ad della società. Riportare indietro altre forniture a tecnologia più bassa, o quelle in cui la Cina domina, come le celle per batterie, non è altrettanto sostenibile. «Per alcune i costi sono molto più alti, per altre ho dubbi sulla capacità delle imprese europee di garantire i volumi», spiega.
Per questo l’enfasi di Stati Uniti ed Europa sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina sostituendo le importazioni con produzione locale le sembra rischiosa: «C’è enorme distanza tra le aspettative della politica e la realtà degli imprenditori, da cui si pretende la bacchetta magica. Pensare di essere autosufficienti, nell’elettrico e non solo, rischia di uccidere tutto».
La dipendenza dal Dragone
È difficile riavvolgere il nastro della globalizzazione, quello che ha reso la Cina l’unica superpotenza produttiva globale e tolto capacità industriale all’Occidente. Di reshoring delle fabbriche che sono state delocalizzate a Oriente si parla da tempo, ma fino a ieri con scarse evidenze: non si abbandonano impianti costati miliardi e iper produttivi a cuor leggero. Ma gli choc in serie degli ultimi anni e la crescente tensione geopolitica tra democrazie liberali e Cina hanno acuito la consapevolezza dei rischi legati a filiere lunghe e dipendenti dai fornitori orientali. In una guerra, calda o fredda, i governi potrebbero trasformare i legami economici in armi, bloccando o deviando il libero commercio di beni strategici e ciò spinge le aziende a una forma diversa di rilocalizzazione, meno costosa ma non meno semplice, quella dei loro fornitori.
Le prime evidenze emergono. Per esempio in un sondaggio condotto nel 2023 dalle banche centrali di Italia, Germania e Spagna con imprese dei tre Paesi. La quota di aziende che dichiarano di comprare in Cina almeno una fornitura critica per la loro produzione è del 34% in Germania, del 20% in Spagna e del 17% in Italia, una dipendenza enorme. Tra queste però una forchetta tra il 25 e il 40%, a seconda del Paese, dicono di avere già in corso strategie di mitigazione del rischio, con un ulteriore 20 che le studia. «La più frequente – scrivono gli autori della ricerca – è sostituire i fornitori cinesi con altri all’interno dell’Unione europea».
Uno “Eu-shoring” cui si aggiunge una quota minore – ma significativa per l’Italia – di sostituzione con un fornitore nazionale. E se durante il Covid o dopo l’invasione dell’Ucraina è stato fatto in fretta, con incremento notevole dei costi, l’ipotesi della ricerca è che una strategia pianificata aiuti a mitigarli. Il processo è solo all’inizio. La cosa difficile è costruire un equilibrio tra catene di fornitura chiave su cui attuare il derisking e quelle su cui invece si può restare aperti, come sottolinea il concetto europeo di “autonomia strategica aperta”. Un equilibrio che per essere raggiunto richiede un elevato livello di cooperazione internazionale.
Le strategie di diminuzione dei rischi
Dietro a priorità che suonano simili – resilienza, sicurezza – è su questo bilanciamento ideale che emerge la distanza tra imprese e governi: nel calcolo di costi e benefici, nell’idea su dove sia necessario e dove (im)possibile allentare i legami con la Cina, nel timore che i Paesi occidentali finiscano per chiudersi e farsi concorrenza tra loro, rendendo le catene di fornitura più fragili anziché più resilienti. Questa distanza è evidente negli Usa, dove politiche protezionistiche si accompagnano a ricchi incentivi per sostenere gli investimenti privati.
E anche in Europa, dove finora i dazi sono stati usati in maniera più contenuta, ma anche le risorse per le aziende sono inferiori mentre i livello di dipendenza dai beni intermedi cinesi è molto più alta. Lo testimoniano i dati sulle importazioni da Oriente: quelle in America calano già da cinque anni, quelle in Europa hanno mostrato un timido segnale di discesa solo lo scorso anno, e s’impennano in alcuni settori strategici come l’elettrico.
«Anche se l’Europa avesse la bacchetta magica e decidesse di riportare a casa tutto quello che oggi importa non avrebbe una capacità produttiva sufficiente», dice Carlo Colombini, membro del board di Menarini. In un settore farmaceutico molto dipendente dai principi attivi realizzati in Cina e India, il gruppo toscano ha deciso già nel 2016 di acquistare uno stabilimento chimico nel Lodigiano, per produrre lì parte di quello che prima importava. «I costi sono superiori, ma la prospettiva che venendo a mancare un fornitore cinese si interrompesse la produzione di farmaci chiave, come quelli per i malati cronici, poneva un rischio inaccettabile, economico e soprattutto etico».
La dipendenza da alcune aziende cinesi resta, ma si è spostata più a monte, su elementi più basilari e più facili da reperire. «Vedo la consapevolezza crescere sia tra le imprese che tra i politici – conclude Colombini – come gli Usa anche l’Ue ha pubblicato un elenco di farmaci critici». Si affianca alle altre analisi concluse dall’Europa sulle proprie dipendenze industriali: materie prime, chip, tecnologie verdi. «Noto che, insieme al riconoscimento, Biden ha messo a disposizione delle aziende del settore cifre imponenti. Mentre qui non ci sono».